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CONTROVENTO a cura di Bastiancontrario
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(20 settembre 2013) - Dimmi che cappello porti ...


 E ti dirò chi sei. Proprio così: il copricapo è un preciso indicatore della personalità di colui che lo calza. Chi non ricorda le vecchie vignette della «Settimana Enigmistica» che riportavano l'immagine di distinti signori in doppiopetto con in testa un bel cappello da Napoleone? Non solo, il copricapo è anche il classico accessorio che, per non rendere ridicolo il suo indossatore, necessita di un'armonica sintonia estetica con la figura, il portamento e i tratti somatici di chi vi sta ... sotto. Il cappello quindi è da sempre un accessorio importante, per qualcuno addirittura un bene supremo (vedi «L'uomo che scambiò la moglie per un cappello» del neurologo O. Sacks). Esso va scelto con cura, un acquisto sbagliato può dimostrarsi fatale. Che si tratti di berretto, coppola, Borsalino o bombetta, tutto può andare bene purché siano rispettati i criteri di consona affinità con le varie teste, altrimenti scatta inesorabilmente l'effetto comico dovuto appunto all'involontaria, gratuita esibizione del ridicolo.

Insomma, il piccolo Rascel si metteva in testa un enorme elmo da corazziere a posta per suscitare ilarità, mentre il Presidente Letta non si rende conto della sua ridicolaggine quando ostenta l'elmetto alla Sturmtruppen. Berlusca è passato dalla bandana di bucaniere al Borsalino di Al Tappone, senza tuttavia abbassare il livello di ridicolaggine; il sindaco di Roma Marino si ostina ad indossare un caschetto da ciclista che esalta l'ebetudine del suo sorriso, sorprendentemente simile a quello Prodiano. E' recente l'immagine di un inviato di guerra in Siria che si aggira per strada con elmetto e occhialetti d'ordinanza e sembra la caricatura di un comico di Zelig.


Basta! Qui si sono varcati i limiti del decoro d'immagine! E da noi, a Brindisi? Molto di moda i cappelli da baseball. Famoso quello sfoggiato da Giancarlo Cafiero (c'è chi giura che lo tiene pure di notte). I colbacchi sono in ribasso. C'è ancora chi ha memoria del colbaccone moscovita calzato negli anni ‘70-’80 dal fumoso Beppe Patrono. Rari i baschi. Tra i portatori sani di basco non si può non citare il sociologo Lele Amoruso che lo indossa con civettuola nonchalance,  conscio che ben si attaglia alla sua barba, ieri da Che, oggi che è più fluente, da severo Pope. Dilagano, specie tra i giovani, i cappellini in lana o di tipo peruviano (quelli con le orecchie da cocker) o giamaicani oppure quelli lunghi, pendenti, che fanno tanto sette nani. Il nostro Fabrizio Caianiello sarebbe strafigo con un cappellino in lana dotato di maxi pon-pon. Se posso azzardare ancora qualche consiglio, l'avvocato Mario Scotto ha le phisique du role per la bombetta, mentre il prof. Antonio Caputo, per l'elegante figura e il viso primo Novecento, è tagliato per esibire una scicchissima tuba in sostituzione dell'anonimo, consueto coppolino. Un consiglio finale per il Presidente Hercules Haralambides? Lasci stare i copricapo convenzionali e opti per il turbante: come fa l'indiano lui non lo fa nessuno!

Bastiancontrario

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(13 settembre 2013) - Anno scolastico: cambiamolo!


E si riparte, come al solito. E si riavvia l'arrugginito carrozzone, tra le consuete polemiche. E gli zaini e i diari, entrambi nuovi di zecca, sono belli e pronti, al contrario dei libri che arriveranno con comodo. Ci siamo dunque. Ripartono le lezioni nei vari Istituti, a scaglioni, per quella ridicola parvenza di autonomia che non serve a nulla ma fa tanto moderno. Il sottoscritto, da bravo destabilizzatore di convenzioni, vuole qui avanzare la bozza di un'ipotesi «rivoluzionaria» sul modo di considerare lo spazio temporale in cui si articola il lavoro didattico.

Da sempre l'anno scolastico è stato fissato in un arco stagionale che va dall'autunno all'inizio dell'estate. E chi ce l'ha detto il signor dottore che le lezioni devono iniziare in tempo di vendemmia? Perché non prendere il coraggio a due mani e considerare l'idea di «sovrapporlo» all'anno solare, facendolo incominciare, per esempio, il 10 gennaio e terminare il 30 giugno? Se la società cambia maniera assai rapida, anche la scuola deve stare al passo con i tempi (non solo con l'informatizzazione), senza timore di affrontare cambiamenti radicali ed esaustivi di annose problematiche. Intanto si avrebbe il non trascurabile beneficio di far coincidere l'anno scolastico con quello finanziario. Chi ha avuto responsabilità amministrative può meglio comprendere quanto sia importante la piena corrispondenza del progetto formativo al programma finanziario (bilancio di previsione), annullando così slittamenti, confusioni e «sofferenze» varie. Gli studenti, dal punto di vista didattico, potrebbero godere di un ininterrotto periodo di apprendimento (al netto delle brevi vacanze pasquali), seguito da due mesi di riposo estivo. Il periodo dal 10 settembre al 20 dicembre dovrebbe essere quello di perfezionamento del programma, del consolidamento di alcuni saperi, infine della verifica e della valutazione finale. Gli esami di idoneità sarebbero svolti nel mese di dicembre, mentre bisognerebbe trovare il coraggio di abolire quelli di maturità, inutili e obsoleti. La sessione di maturità per i privatisti si potrebbe tenere in luglio, mese in cui le scuole dovrebbero avviare campus volontari e gratuiti. L'aggiornamento del personale docente e amministrativo potrebbe essere svolto nella  prima decade di luglio e di settembre. Sono, ovviamente, solo ipotesi di massima. Certo, ci sarebbe bisogno di cambiare le normi vigenti, ma non si dice, da più parti, che è giunta l'ora di varare una seria e vasta «agenda» di riforme? L'occasione di rivedere il contenitore potrebbe anche favorire una sacrosanta revisione dei contenuti (i programmi), in parte ancora ingessati da vecchie logiche e superati nei fatti dal rapido avanzamento di nuove esigenze culturali.


Mi piacerebbe leggere qualche osservazione di replica alla presente «modesta proposta». Intanto, buon  lavoro cari ragazzi e cari operatori.

Bastiancontrario

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(6 settembre 2013) - Tagli e ritagli di fine estate


Puntuale come la festa di S. Ghiatoru arriva la telefonata del celeste direttore che reclama il pezzo. Entro martedì deve essere sul suo desktop, ed  io sono davanti al monitor con la sindrome del foglio bianco. Mi sento come una zanzara in un campo di nudisti: non so da dove incominciare. Rivango i fasti estivi appena trascorsi o mi proietto verso il futuro accennando alle gatte da pelare nell'incombente autunno? Non lo so, scriverò a vista, andrò dove mi porta il pancreas. Settembre, è tempo di migrare. Ovviamente non più dagli alti pascoli alle consuete stalle, ma dalle case di villeggiatura, o dalle cabine dei lidi, all'appartamento di città.

Dalla baldoria agostana al tran tran autunnale, dal divertimentificio ossessivo alla noia del tinello. E' tempo di vendemmia, ma non se ne accorge nessuno. Dove sono i trattori di una volta, quelli che, al buio, ti tagliavano la strada, dove è finito quell'odore acre, persistente che aleggiava nell'aria assieme a nugoli di «moschilli»? Sono finiti nello stesso luogo memoriale dove sono terminate le navi d'antan? Domandatelo a El Greco, che non è un pittore ma è pur sempre un artista, capace com'è di ribaltare la realtà e di affermare che il porto cresce. Ma, si sa, l'Ellade è la patria dei sofisti e ne abbiamo avuto conferma dalle performance di un altro pittoresco personaggio locale: Ioannis Davilis, il presidente della comunità ellenica salentina che ha dato la stura ad un'esilarante telenovela Brindisi-Grecia articolata in varie puntate a base di dichiarazioni, comunicati, repliche la cui vis polemica non accenna ad esaurirsi e prefigura un sequel altrettanto spassoso. Il Davilis, facendo ricorso ad una prosa esotica non priva di suggestioni e di invenzioni lessicali, ha accusato l'Amministrazione comunale di insensibilità verso la comunità ellenica perché ha rigettato un progetto proposto e, addirittura, l'esibizione della banda rossa di Corfù.


Il sindaco Mimmo Consales, che non è propriamente un retore amante delle calligrafiche dispute accademiche, ha replicato col suo stile senza frozoli che è finita l'era dei «banchetti e concertini» a carico del bilancio comunale. Ioannis, ha risposto piccato che tutt'al più loro sono abituati ai simposi, che l'Associazione non è «dentatrice» di soluzioni ... e che i loro progetti sono pieni di contenuti, passione e «òrama» (ndr: sarà una specie di origano). Mimmo «El Grinta» ha ribadito duro e la comunità greca ha stilato un documento di protesta ufficiale inviato al console e addirittura all'ambasciatore ... Siamo all'incidente diplomatico? Non esageriamo. Il bello è, se ci fate caso, che Consales ha barba e lineamenti somatici di un ateniese, mentre Davilis, con quel suo faccione liscio e pacioso, sembra  uno sciabbicoto doc! 


Adesso però basta con queste scaramucce che sottraggono tempo di lavoro all'operoso primo cittadino (L'anti Renzi per eccellenza). Che la cosa si risolva in duello: sul parquet di piazza S. Teodoro. E vinca chi balla meglio una pizzica e un sirtaki.

Bastiancontrario





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(12 aprile 2013) - CONTROVENTO (15) a cura di Bastiancontrario


Il folle gioco del gratta & vinci

Non so a voi, ma a me hanno sempre dato fastidio quelle locandine affisse nei bar e nelle ricevitorie che inneggiano a vincite strabilianti. «Operaio vince 200.000 euro!», «Casalinga turista per sempre!». Mai una volta un titolo del genere «Professore si rovina al Gratta e vinci!» oppure «Geometra comunale perde al gioco da vent'anni!». D'accordo, beati quei rari giocatori baciati dalla fortuna, ma tutti gli altri disgraziati? Il fatto è che le regole del banco non sono mai eque. Chi azzarda deve essere messo in condizioni di valutare il rischio, deve conoscere quante probabilità ha di aggiudicarsi un premio. Invece ci si avventura in una lotteria alla cieca, proprio come quella descritta da Borges nella sua «La lotteria a Babilonia», finendo per essere vittime sacrificali destinate. Per la serie «Patti chiari», su ogni blocchetto di tagliandi dovrebbe comparire una scritta simile «contiene 500 biglietti tra cui tot vincite di 1^ categoria, x di 2^ ecc.». Ma anche così resterebbe un gioco ad alto tasso di rischio, un divertimento-ossessione erodi portafoglio.


E' pur vero che il giocatore incallito, proprio come quello descritto da Dostoevskij, ama più il brivido del rischio che la vincita in sé, è incontestabile il fatto che molti pensionati e disoccupati si affidano alla roulette russa del ludismo da bar per tentare di cambiare vita, ma è suicida gettarsi tra le braccia di quella dea Speranza che, sarà pure l'ultima a morire, ma prima fa morire gli speranzosi disperati.


Qui si impone un rovesciamento totale delle regole del gioco, una vera rivoluzione strutturale del perverso  meccanismo. E'giunta l'ora di varare il «Gratta & Perdi» che funzionerebbe esattamente all'inverso: il cliente, per giocare, ritira, assieme al biglietto, un euro di assegnazione, gratta e se compare la scritta «Complimenti, non hai perso!» se ne va felice e contento con un euro guadagnato. Se invece è molto sfigato, dovrà corrispondere allo Stato la cifra corrispondente alla dicitura «Hai perso, ritenta, sarai più fortunato!». Qualcuno obietterà che è una follia, perché, per vincere solo un misero euro, si rischia di rovinarsi sborsando una ricca somma. Niente affatto! Le probabilità di non perdere sono esattamente uguali a quelle che oggi abbiamo di non vincere una mazza, cioè elevatissime. Possiamo grattare tre, quattro tagliandi con la quasi certezza di poterci prendere cappuccio e giornale «aggratis», alla faccia dello Stato ladrone. I più spregiudicati, al sabato sera, potranno accaparrarsi una bella manciata di grattini per portare la ragazza al  pub. Solo qualche rarissimo frescone, ogni tanto, riequilibrerà le casse statali con un dovizioso rimborso. Che ne pensate, questa visione «contraria» del gioco, vi convince o no? Se qualcuno è perplesso, rifletta su questo concetto altamente filosofico: tra lo sborsare un euro con la quasi certezza matematica di non vincere un amato tubo e, invece, intascare un euro sicuro con la quasi certezza matematica di non perdere nulla, qual é il minore dei mali? Dai, anche il buon Emilio Fede saprebbe dare la risposta giusta ...

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(14 dicembre 2012) - CONTROVENTO (43) a cura di Bastiancontrario


La nevrosi dell'albero di Natale

Albero e presepe, come noto, sono stati inventati a bella posta per permettere di depositare ai loro piedi i multicolori pacchetti di regali natalizi. Annualmente siamo presi dalla medesima crisi di ansia che, man mano che si avvicina il Natale, si trasforma in panico puro. Chi invitare al cenone, cosa preparare e cosa regalare. Sì, cosa regalare ... e dire che con un regalo noi poniam fine alle doglie del cuore e alle mille ambasce generate dall’animo umano ... regalare...non regalare ... questo è il problema.

Rimandi shakespeariani a parte, la scelta del cadeau è sempre uno psicodramma. Potremo riciclare alla zia Maria quel pelapatate elettrico ricevuto due anni fa? E se poi  si ricorda? E il trapano a pile, acquistato e mai usato per manifesta incapacità manuale, se opportunamente avvolto in una carta sgargiante, sarà gradito al cognato Michele? Ecco i dubbi esistenziali che ci attanagliano prima delle feste. I più provveduti si dotano di un’agenda segreta dove appuntano, di anno in anno, tutti i doni ricevuti e quelli fatti. Volendo codificare alla meglio la nevrotica, ciclica operazione che va sotto il nome di scambio obbligatorio di regali, si possono individuare sette-otto tipologie di regole canoniche e di situazioni classiche. 1) Si regala sempre ciò che piace a se stessi e non all’omaggiando. 2) Se si può, non si bada a ... risparmiare. 3) Quando un oggetto ci piace davvero, ce lo teniamo per noi sostituendolo con una cavolata. 4) Dopo aver esaurito le ultime compere, controlliamo subito l’estratto conto, pentendoci di essere stati troppo larghi. 5) Quando spacchettiamo i regali, l’occhio va prima a quelli dei vicini che al nostro. 6) E’ inutile fingere: se apriamo un pacco e il regalo non ci piace, tutti se ne accorgono subito. 7) In tutte le famiglie c’è sempre un vecchio zio a cui non sappiamo mai che cacchio comprare: non fuma (niente pipa), non può bere (niente vini o liquori), non esercita più (niente maxi confezione di viagra), non ha hobby, tiene già tre apparecchi per la misurazione della pressione, possiede un’impressionante collezione di pantofole, plaid e sciarpe di lana peruviana. Oddio, che stress! Alla fine, lampo di genio, si ricorre al sempre valido boxer rosso, «che poi va anche bene per capodanno». 8) Se decidiamo di regalare una cravatta a quell’antipatico del cugino Fernando, questa è la volta che lui ci regalerà un i-Pad.Quando infine pensiamo di aver finito, c’è sempre la piccola di casa, la più sveglia della famiglia, che ammonisce: «Vi siete scordati di Nonna Carmela!». Mamma mia, ha proprio ragione, faccio un salto giù al supermarket, ché un bel cestino con provviste varie va sempre bene.


Che stress, e quando viene l’Epifania, che tutte le feste si porta via? Ma perché il prode Monti («Addio monti», come diceva il poeta, aggiungendo presago «Quanto è tristo il passo di chi dal Palazzo s’allontana»), prima di lasciarci, non ci ha fatto un ultimo regalo: lui, che è stato un abile tagliatore, non avrebbe potuto abolire ’ste benedette festività natalizie?


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(16 novembre 2012) - CONTROVENTO (39) a cura di Bastiancontrario



Brindisi: dalla cultura allo sport

Finalmente è arrivato il prestigioso riconoscimento di «Città europea dello sport» per l'anno 2014. Un plauso va a tutti coloro che ci hanno creduto e si sono spesi per ottenere il meritato titolo. Tra costoro, sicuramente il sindaco Mimmo Consales e l'assessore allo sport Antonio Giunta. Un contributo lo avrà fornito anche lo storico presidente provinciale del CONI Nicola Cainazzo (foto), Gran Visir delle attività sportive locali da quando io portavo i calzoncini corti.


Ora debbono tutti rimboccarsi le maniche perché - per dirla alla Obama - il meglio deve ancora venire, ed è necessario operare in fretta e bene per essere pronti. Parafrasando D'Azeglio poi, diciamo pure che abbiamo fatto Brindisi sportiva, ora bisogna fare i brindisini sportivi. Se, mai-sia-Signore, capitasse un ispettore europeo nel palazzetto o nello stadio, registrerebbe tassi di becera zambraggine non propriamente conciliabili con i valori decubertiani. Con lo sport abbiamo raggiunto un obiettivo che, con la cultura abbiamo miseramente fallito. L'allora sindaco Mimmo Mennitti, non senza una buona dose di temeraria presunzione, si adoperò perché Brindisi concorresse per essere inserita nella rosa delle città candidate a divenire capitali europee della cultura per l'anno 2019. Non tenne conto che qualche mostra e un'ordinaria programmazione teatrale nel nuovo «Verdi», da sole, non sarebbero bastate a coprire il vuoto pneumatico che aleggia sulla nostra piccola, provinciale comuniità. Eppure l'avevano capito anche le anime semplici che una città priva di tradizioni universitarie  consolidate, di conservatorio, di orchestra sinfonica stabile, di Accademia di Belle Arti, di case editrici, di riviste culturali, di festival o premi di richiamo nazionale, non aveva alcuna chance di affermarsi in un panorama che ci vede, in Italia e in Europa, la cenerentola della cultura. Tanto per fare un esempio, per il 2013, tra le altre, è stata designata la città di Marsiglia, che ha programmato e prodotto una serie impressionante di siti, eventi, installazioni, mostre, festival.


Ma davvero qualcuno ritiene che, con i soli concerti della «Nino Rota» e della «St. Louis», col cartellone del teatro «Verdi», con le performance dei vari Bevilacqua, Cicolella, Gallo, Ribezzo (peraltro bravi professionisti), si possa ambire allo status di città colta? Pensate che bastino quattro conferenze del Rotary, seguite dalla più apprezzata cena, a conferire la patente di colti a quei cittadini che, viceversa, ostentano la cultura della barca , del Suv e della giaculagoria dei manicaretti sbafati al ristorante di grido (ieri  sera amu mangiatu: antipastu di mari, cozze a noci, ostriche ...)? Ritenete che bastino le estemporanee dei pittori locali o le febbrili iniziative dell'Università della terza età per dare vigore alla nostra appassita pianta d'alloro? Lasciamo perdere; molto meglio «buttarsi» sullo sport.


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(9 novembre 2012) - CONTROVENTO (38) a cura di Bastiancontrario


E meno male che Nuccio c’è!

Negli anni ‘80, l’allora Presidente Rai Enrico Manca definì Baudo «presentatore nazional-popolare», suscitando la reazione risentita di Pippo. Io, oggi, etichetto come «local-popolare» il conduttore di lungo corso Antonio Paviglianiti, alias Nuccio della Rovere, con l’auspicio che ritenga tale definizione un complimento e non un’offesa. Sull’onda (e in onda) da più di un quarto di secolo, praticamente unico competitor di Aldo Biscardi per il record nazionale di conduzione del medesimo programma TV, Nuccio è una figura ormai leggendaria nel panorama della fauna giornalistica cittadina.


Comunicativo, simpatico, istrionico, con un fisico a metà tra l’agente CIA e l’attore di soap opera, il Nostro, malgrado sia alle soglie dei settant’anni, continua ad ammaliare dolci nonnine e ruspanti casalinghe col suo savoir faire, suadente ed ammiccante, da cantante confidenziale anni ‘60. Reggino trapiantato a  Brindisi, titolare di scuola guida e conduttore di autobus STP, presto passò ad altre conduzioni a lui più congeniali. Il suo profilo facebook recita testualmente: «Geometra (a Brindisi questo titolo è un ottimo viatico per conseguire prestigiose onorificenze - ndr), ha frequentato l’Università di Bologna, lavora presso il peggiore: me stesso». Impressionante il curriculum: «Direttore responsabile dei periodici L’Eco di Brindisi e L’altra Informazione, cronista tv, ideatore e conduttore di programmi radiofonici e televisivi. Direttore del mensile Il ventisette del Santuario di Jaddico. Docente in discipline comportamentali, viabilità e traffico». Per modestia ha omesso di essere anche consigliere provinciale.


Ho visto su Puglia TV la «prima» di «Piazza Grande», la nuova serie dellaroveriana (non è impresa ardua, visto che va in replica quasi ogni giorno). Niente di nuovo, compreso l’insopportabile sottofondo della sigla-tormentone, è il solito one man show del Nostro, sempre radicato al suo stile vincente di sornione scopritore di anomalie cittadine. Non c’è pavimento sconnesso, lampione fulminato o maxipozzanghera maleodorante che sfugga alla supervista del nostro segugio d’inchiesta, il «Lubrano de noartri». Anche il suo fiuto appare sovrannaturale. Sospetto che abbia poteri da Superman e non mi meraviglierei se, davanti ad uno stuolo di massaie sbigottite, lo vedessimo d’un tratto schizzare fuori dal suo giubbottone bianco, trasformarsi in Nuccio Kid, e volare tra le nuvole alla ricerca di altri scempi nascosti.


Nel puntatone che ho visto, il Della Rovere si è esibito nel consueto campionario di sorrisi, battute, ammiccamenti: seduto su di una panchina, davanti al Camposanto, ha esordito con una frase cristallinamente lapalissiana: «Siamo qui, al Cimitero, per vedere un po’ la situazione cimiteriale». Il discorso in effetti non fa una grinza. Se si fosse trovato davanti all’Ospedale, avrebbe esaminato la situazione ospedaliera. Questo significa parlar chiaro per essere capito dai cittadini.


L’amico Nuccio è democratico ed ecumenico. Mette da parte lo status di docente per tirare fuori il  vecchio geometra che è in lui. Per questo disegna discorsi semplici, lineari, privi di mattonelle lessicali ricercate e di architetture sintattiche troppo ardite. E’ il linguaggio popolare dell’italian basic, quello comprensibile da tutti. Ecco perchè rapisce il cuore della «ggente». Questa è la formula del suo quasi eterno successo. Se Caligola nominò senatore il suo cavallo, se Grillo ha sponsorizzato Di Pietro per il Quirinale, non vedo cosa mi impedisce di proporre Nuccio quale prossimo sindaco di Brindisi. Lui sì che sarebbe il sindaco di tutti!


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(2 novembre 2012) - CONTROVENTO (37) a cura di Bastiancontrario


Telefonino, invenzione coi fiocchi 

«No, no, il telefonino mai, lo odio!». Questa la classica frase  pronunciata da alcune persone che rifiutano la modernità immanente. Eppure è una delle invenzioni più rivoluzionarie del secolo scorso. Come il D.D.T e il Viagra. Quando venne commercializzato, nel 1985, era  enorme, con una lunga antenna e una batteria di due chili che si portava a tracolla. Il telefonino ti salva la vita (Pronto 113? Venite subito che ...), ma te la rovina anche (Amò, sei tu? - No, sono il marito). Quanti litigi, divorzi, persino omicidi, per una traccia in memoria o un sms malandrino! Oggi tradire è molto più difficile. Tormento ed estasi, croce e delizia della nostra contemporaneità.


Il cellulare è un computer appendice del nostro cervello. Fa di tutto: invia messaggi, fotografa, riprende, naviga ... paradossalmente la funzione meno importante è quella che permette di telefonare, non per dire chissà cosa, ma solo per accertare le coordinate spaziali (Dove sei? Qui, a sinistra del palco ...). E quando non c'è campo veniamo presi dal panico. L'homo cellularis non si sa mai dove sia. Ma il gestore sa tutto, controlla tutto. E' lo scotto che paghiamo al progresso. Il cellulare, non più il cane, è il miglior amico dell'uomo. Infatti, quando lo si perde, andiamo nel pallone e ci affrettiamo a chiamarlo con un altro apparecchio. Allora lui, docile, si fa trovare, magari sotto i sedili dell'auto. Potessimo fare la stesa cosa con la Punto persa nel mare magnum del parcheggio Auchan! E i giovani, come usano il cellulare? «Amo', mi ami ? - Essi voglia! - Ke bello, amo'! Allora stasera sciammittìmu lu lucchetto mmero a lu ponti ti lu canalicchio? - Sèe». Ke tenerezza! I supercigliosi puristi non si scandalizzino per lo slang messaggistico: non è altro che un ritorno alle origini (Sao ke kelle terre, per kelli fini ..., placito capuano).


Che bello vedere i ragazzini smanettare rapidi coi pollici sulla tastiera adottando movenze identiche a quelle delle loro nonne che sgranavano il Santo Rosario ... gesti e liturgie della modernità, come quello di alzare tutti quanto il braccio, a mo' di periscopio, per immortalare il cantante rock del cuore ... Noi moderni siamo baciati da questa fortuna cellulare di cui non abbiamo a pieno la percezione della grande utilità. Pensate agli antichi, hailoro, che non godevano di cotanta tecnologia.


Con il cellulare, molti eventi storici avrebbero preso un altro corso. Pensate a quel povero disgraziato di Filippide che, per portare agli ateniesi la  notizia della vittoria sui persiani a Maratona, si «skoppò» quarantadue chilometri di corsa riuscendo sì nell' intento, ma schiattando subito dopo come un cavallo infartuato! Ora, se il volenteroso ragazzo avesse avuto un Nokia, non vi pare che sarebbe stato tutto più semplice? «Pronto, pronto sò Filì! - Uè bello, bè c'amu fattu? - L'amu strazzati, uagliò!». E gli amici dell'Omero bar, giù al Pireo, tutti in coro: «PO-PO-PO-PO-PO-PO-POOO-PO ...».


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(26 ottobre 2012) - CONTROVENTO (36) a cura di Bastiancontrario


Capitale corrotta, nazione infetta

E' il noto titolo dell'inchiesta-denuncia prodotta dall'Espresso nel lontano 1956. Dopo cinquantasei anni, la situazione è addirittura peggiorata. Naturalmente gli appelli a ritrovare i valori e i richiami all'onestà sono solo accademia, bei termini oleografici che non servono a nulla. E' l'occasione che fa l'uomo ladro, ergo il Paese ha bisogno del varo di urgenti e severe misure legislative che, cambiando le regole del gioco attraverso l'inasprimento delle pene, rendano non più «convenienti» i malcostumi predatori degli addetti ai lavori.

Gli scandali relativi alle concussioni e alla malversazioni in genere hanno avvelenato le Istituzioni e la stessa economia. Il danno riveniente dalla corruzione è stato stimato pari al 4% del PIL nazionale, il che sta a significare che, se eliminassimo le ruberie, avremmo anche risolto la crisi in atto. Siamo in pieno regime cleptocratico, come il Ghana e la Macedonia, e la storia insegna che tali regimi portano al caos, all'indebitamento pubblico non più sanabile. Questo è il vero abisso, non quello da cui millanta di averci salvato il Premier Mario Monti. Per questo è indispensabile varare norme efficaci che creino una barriera protettiva contro il proliferare delle metastasi corrutive. Altro che la leggina predisposta dal Guardasigilli Paola Severino, a detta degli esperti troppo ambigua, blanda e piena di lacune per quanto concerne il falso in bilancio, le prescrizioni, l'autoriciclaggio.

Già nel '700 Montesquieu (foto) ammoniva: «Chiunque abbia potere è portato ad abusarne. Perché questo non succeda, occorre che il potere arresti il potere». Ci vuole quindi il pugno di ferro: carcere duro e confisca di tutti i beni, proprio come si fa con i mafiosi. E che le leggi vengano applicate sul serio, non come le famose grida manzoniane (... «Non già che mancassero leggi e pene, le leggi anzi diluviavano. Con tutto ciò, quelle gride non servivano ad altro che ad attestare l'impotenza de' loro autori. L'impunità era organizzara, e aveva radici che le gride non toccavano o non potevano smuovere. Tali erano i privilegi d' alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in parte tollerati con astioso silenzio». (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi).

Lo studioso statunitense Robert Klitgaard ha osservato che i corrotti non delinquono per emotività (debolezza o pulsione verso il denaro) ma per freddo calcolo razionale che tiene conto del rapporto tra rischi, bassi, e benefici, alti. La propensione ad essere corrotti è tanto più probabile quanto più alto è il «monopolio» (il potere assoluto di agire) e più basso il coefficiente di responsabilità (civile e penale). Bisogna subito «sbilanciare» questo rapporto, altrimenti, tra dieci anni, ci ritroveremo ancora a «masturbare i grilli» ( Gianni Brera).

Controvento
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(19 ottobre 2012) - CONTROVENTO (35) a cura di Bastiancontrario


I «nomi» delle scuole cittadine

Recentemente ho proposto di rottamare qualche illustre nome cui sono dedicate le vie cittadine. Ora vorrei allargare la zoomata per effettuare una rapida disamina delle intitolazioni di edifici scolastici. Si va dai nomi classici (Virgilio, Marco Pacuvio, Dante Alighieri) a quelli della nuova frontiera (Kennedy), da quelli dell'epica risorgimentale (Magenta, dei Mille) a quelli di ispirazione religiosa (San Lorenzo, Don Bosco, Giovanni XXIII).


Poi ci sono i ricordi dei brindisini famosi (Crudomonte, Marzolla, Monticelli), degli scienziati (Da Vinci, Marconi, Fermi, Majorana) e, infine, i più ... moderni e vicini alla nostra sensibilità (Rodari, Pertini, Morvillo-Falcone).


Abbiamo anche Istituti dedicati a personaggi poco conosciuti. E' il caso di Calò, Belluzzi, Carnaro e Palumbo. Di quest'ultimo, Ettore Palumbo, non trovo traccia neppure nel web. La palma d'oro della creatività ironica va senza dubbio assegnata a una scuola dell'infanzia intitolata «Io speriamo che me la cavo». Rovesciando la classifica, trovo insopportabile che, in Italia, ci siano scuole dedicate a J. F. Kennedy. Le obiezioni sarebbero tante, eccone una per tutte: quante school, negli States, sono intitolate a De Nicola o a Pertini? Sono note l'elefantiasi e la pigrizia burocratica che affliggono le Istituzioni scolastiche, altrimenti non si comprende perché non si faccia una bella spolverata nominale, togliendo quella patina di vecchiume che non sempre va a braccetto con tradizione e storia. E' come per gli oggetti: non tutto ciò che è vecchio è di valore. Passi per Grazia Deledda, pur sempre un premio Nobel, ma G. B. Perasso a cui è dedidato il primo Circolo didattico (foto)? Giambattista Perasso è quel monellaccio (balilla) genovese che, nel 1746, lanciò un sasso contro un soldato austriaco occupante. Embè? Rappresenta forse una novità il tiro di una pietra da parte di uno scugnizzo? Ma l'eroismo dove starebbe? La Storia, a proposito della vicenda, è avara di notizie accertate. Non fu ferito, non venne arrestato, non si sa che vita abbia fatto. Sappiamo soltanto che lo ritroviamo negli anni del ventennio fascista a simboleggiare la retorica frusta e insopportabile del libro e moschetto. «Fischia il sasso, il nome squilla / del ragazzo di Portoria, / e l'intrepido Balilla / sta gigante nella Storia ...». E noi dedichiamo una scuola all'eroe della retorica fascista?


Non ci  meravigliamo poi se, con questa logica, si arriva alle aberrazioni che registra la cronaca: ad Affile (Roma) è stato inaugurato un monumento-sacrario in onore di S. E. il Maresciallo Rodolfo Graziani, un criminale di guerra tristemente noto per aver gasato migliaia di  civili  Etiopi. Qui va a finire che, se non si vigila, ci ritroviamo con qualche asilo intitolato alla bonanima di Achille Starace.


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(12 ottobre 2012) - CONTROVENTO (34) a cura di Bastiancontrario


Siamo «naufraghi» di Facebook

Chi lo chiama «libro delle facce», chi, sfruttando una facile assonanza, «libro dei fessi». Comunque la pensiate, è il primo social network al mondo ed ha appena festeggiato il traguardo del miliardo di utenti. In Italia gli account sono circa 22 milioni e mezzo. Facebook è nato nel lontano 2004 ad opera di un geniale «sbarbatello», tale Mark Zuckemberg, oggi ... attempato ventottenne miliardario. Inutile dire che questo fenomenale social network ha rivoluzionato, nel bene e nel male, i rapporti sociali di utenti di ogni fascia d’età, riscuotendo successo con la sua grafica immediata, il suo meccanismo semplice basato sul sistema binario (mi piace - non mi piace, post - messaggi).


C’è poi quella domandina urticante (a cosa stai pensando?) che invita ad una risposta di formulazione istintiva scontata quanto volgarotta. Il programma è concepito per formattare le menti e costringere ad esprimersi tramite codificazioni standard. I filtri web sono un pericolo di ciò che resta della nostra privacy. Ci danno l’illusione di essere in un’agorà democratica ma, forse, la melassa di notizie amiche, personalizzate (quelle che «ci piacciono») ci ottundono la mente, isolandoci nelle nostre convinzioni, e ci espongono per di più allo spionaggio pubblicitario. In FB più che cercare stimoli nuovi, cerchiamo esperienze da ripetere per rassicurare le nostre fragili personalità, felicemente protette dalla placenta della reiterazione dell’esperienza filtrata.


Ecco perchè, a volte, più che navigatori ci sentiamo naufraghi del nostro tempo. FB pensa per noi, ci ricorda persino il giorno del compleanno degli amici, i quali, per una sorta di nemesi mnemonica, puntualmente dimenticheranno di farti gli auguri. L’uovo di Colombo, ciò per cui FB ha sfondato, sta nella possibilità di raccontare la propria vita con le immagini, di condividerle pubblicamente, ed ora, ultimo trend, di produrre raffiche di scatti che non eternizzano più momenti salienti, ma tendono a registrare sequele di fotogrammi superflui, quasi a voler affidare la disperata ricerca dell’identità perduta ad attori esterni fruitori della nostra confusa narrazione.


Nel social troviamo molte foto e vignette ma pochissimi post. E quando troviamo qualcosa in bacheca, lo scritto è sempre rachitico, affetto da quel morbo dilagante che si definisce «brevismo». Forse è un male che proviene dall’aberrante stile degli sms, forse è l’ansia dell’esito, dell’hic et nunc, questa dittatura della rapidità che insegue risultati immediati. Io, invece, sono per lo slow anche in FB. Gradisco il commento ragionato, il feedback e la circolarità delle idee. Non mi piace collezionare «amici» tanto al chilo, preferisco selezionare chi interloquisce e si mostra vivo. Altrimenti passo a vie di fatto ed «elimino» pigri, abulici e snob. Sì, lo ammetto, sono quello che oggi si chiama un «permaloso virtuale» ...


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(5 ottobre 2012) - CONTROVENTO (33) a cura di Bastiancontrario


Tra onestà e teoria della morale

«Il piacere dell’onestà»,  così potremmo dire, rubando l’espressione al titolo della celebre commedia pirandelliana (nella foto Leo Gullotta), a commento della fresca notizia di cronaca relativa al bel gesto compiuto da un operatore ecologico. Costui, avendo ritrovato un portafogli contenente la notevole cifra di quarantacinquemila euro in contanti, non ha esitato a portarlo presso i vigili urbani perché fosse restituito al suo legittimo proprietario. Simili episodi si succedono con una certa frequenza, anche qui da noi (è accaduto di recente a Mesagne e a Brindisi) tanto da far sospettare l’esistenza di una vera e propria «banda degli onesti», un’autentica gang che commette queste azioni seriali sull’onda emotiva dell’autoconsiderazione e della ricerca del consenso pubblico. Ma, al di là di un istintivo, generico plauso per il nobile gesto, è bene che ci poniamo altri tipi di domande per analizzare criticamente il fenomeno. E’ giusto, è morale, che un poveraccio, disoccupato o con un salario modesto, rinunci ad un colpo di fortuna unico e irripetibile che potrebbe, in qualche modo, riequilibrare l’ingiustizia sociale e attuare quella forma di equità tanto promessa a parole e mai effettivamente realizzata? La soggettiva applicazione di un codice etico universale deve comunque prevalere rispetto all’oggettività delle condizioni di disagio socio-economiche? Chi va in giro con una somma ingente di contanti o è un malavitoso o è uno straricco. In entrambi i casi meritevoli di ... p.p.f. (prelievo proletario fortuito), attuato comunque in chiaro stato di legittima difesa.

Ben diverso sarebbe il caso di un manovale che rinviene un borsellino con trenta euro e un documento di identità di una modesta pensionata. In tale evenienza, l’atto di onestà è di rigore (il vecchio «Imperativo categorico» kantiano). Vi sto prospettando una teoria della morale a doppio binario solo in apparenza scherzosa, dal momento che rappresenta l’ossatura logica del relativismo etico che va dai sofisti greci del V secolo a Bertrand Russell, da Voltaire a Spengler.


In un’Italia dove il portiere della Juve Gigi Buffon, l’anno scorso, respingendo un tiro abbondantemente entrato in porta, dichiarò «Non toccava a me dire che il pallone era entrato, c’è l’arbitro che è pagato per questo», in un’Italia dove tutti «non sapevano», dove i Belsito-Lusi-Fiorito abbondano, dove una moltitudine di facce di bronzo rivendica il diritto di spendere denaro di Stato (pubbliche virtù) per esigenze personali (vizi privati), vuoi vedere che l’unica azione deprecabile è quella di trattenere un tesoretto che, al pari di quelli ritrovati nei fondali marini, dovrebbe essere assegnato per legge ai fortunati recuperatori? E poi è come la storia del cane che morde l’uomo, ormai l’onestà non fa notizia. Mi auguro che la tendenza si inverta e che, molto presto, mi capiti di ascoltare alla TV .... «Operaio trova una borsa con trentamila euro e se li tiene tutti»: intervistato da Puglia TV il fortunello ha detto «Meno male, ogni tanto la rota ggira!».


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(28 settembre 2012) - CONTROVENTO (32) a cura di Bastiancontrario


Una toponomastica vecchiotta!

Quando attraversiamo la città, percorriamo strade intitolate a personaggi il cui nome ripetiamo meccanicamente senza mai far mente locale all’effettiva consistenza storica dell’omaggiato. Se riflettessimo sull’attuale toponomastica, ci renderemmo conto che non è priva di qualche illogica contraddizione.


Fornisco qualche esempio a macchia di Leopardi: perché il recanatese sì e Italo Svevo no? Don Milani sì e Don Sturzo no? Non manca il ricordo di Crispi e Giolitti, ma latitano Quintino Sella, De Nicola ed Einaudi. In questi inspiegabili vuoti si registrano altri nomi di prestigio: Salvemini, i fratelli Rosselli, Amendola, persino Gramsci. Di qualcuno, invece, forse potevamo fare a meno: perché ricordare l’Imperatore Vespasiano, forse per i suoi meriti igienico-sanitari? Ai Savoia poi abbiamo tributato un onore un po’ eccessivo. Passi per Vittorio Emanuele II, annoverato tra i Padri della Patria, e per il Duca degli Abruzzi, navigatore, esploratore e colonizzatore illuminato, ma, scusate, quel lungomare intitolato alla Regina Margherita e quel corso dedicato a Umberto I, proprio non mi vanno giù. La coppia di reali consanguinei non mi pare aver collezionato grandi meriti. La Regina, affetta da hybris regale ed  entusiastica fan del cav. Benito e del Fascismo, ha avuto la grazia di aver ispirato una delle più riuscite specialità gastronomiche (l’omonima pizza), mentre il marito-cugino, colui che appuntò la medaglia sul petto del generale Bava Beccaris, il cannoneggiatore di scioperanti meneghini (Milano, 1898 ) è famoso soprattutto per i suoi  capelli a spazzola (all’Umberto).


Credo sia giunto il momento di nominare un’apposita commissione che metta mano ad una radicale revisione della toponomastica cittadina, svecchiandola e aggiornandola secondo criteri e parametri valutativi più vicini al comune sentire. Bisogna colmare diverse lacune, tagliare qualche nome vetusto o incongruo, rapportando lo stradario alla moderna sensibilità sociale e culturale, avendo cura di dare perenne memoria a personaggi storici che hanno lasciato un’inconfutabile traccia di eticità, di impegno civile, di militanza culturale e artistica.


Nella frazione di Tuturano è stata riservata una zona ai musicisti, putroppo anche qui con qualche colpevole omissione. Sono infatti assenti geni del calibro di Rossini e Toscanini. Ma si può rimediare facilmente a tale lacuna, come pure ad un’altra che riguarda un illustre figlio di questa distratta terra scomparso da qualche anno. Mi riferisco al tenore Gianni Iaia (foto), che col bel canto sulle labbra e la sua Brindisi nel cuore, diede lustro alla nostra città in Italia e nel mondo. Nell’attesa dell’iter burocratico di intitolazione, noi di Agenda chiediamo ufficialmente all’Amministrazione Comunale che l’artista concittadino venga ricordato con una targa da affiggere nel foyer del Nuovo Teatro «Verdi».


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(21 settembre 2012) - CONTROVENTO (31) a cura di Bastiancontrario



Brindisi e Taranto, compagne di sventura

Le strade e i destini di Brindisi e Taranto non si intrecciano solo per le note vicende legate alla probabile «fusione» (a proposito, il bollettino della campagna acquisti vede  in rialzo la trattativa con Lecce per la formazione di una nostalgica «Terra d’Otranto»), ma anche per i problemi relativi alla questione ambientale. Come dire, le due città marinare risultano essere papabili accorpabili sorelle di sventura.


La gigantesca, fumosa Ilva da una parte, le centrali energetiche e il polo chimico dall’altra. La questione ambientale non solo fa rima, ma  fa anche pendant, con la questione morale. E’ lì l’origine di tuttti i mali. Nel lontano 1981, l’allora segretario del PCI Enrico Berlinguer, in una celebre intervista concessa a Repubblica, lanciò l’allarme contro la progressiva perdita di senso etico e la deriva affaristica dei partiti, sempre più collusi con lobby e poteri forti. Pochi anni prima, la folle e autolesionistica brutalità delle Brigante Rosse, aveva privato il paese della figura dell’On. Aldo Moro, un uomo di dialogo che, vedendo molto lontano, aveva gettato le basi per un’alleanza con le forze sane della sinistra. Poi venne «la Milano da bere», il Principato di Bettino Craxi, con la sua corte di nani e ballerine. Mani pulite non riuscì a fare un «repulisti» generale, e così la seconda Repubblica ci regalò, nel 1994, il fenomeno Silvio Berlusconi da Arcore. Erano tornati i nani e le ballerine, con l’aggiunta di qualche escort e l’arrivo, sui banchi di Camera e Senato, dei fidi scudieri del Capo. Intere batterie di avvocati d’allevamento pronti a produrre leggi ad personam e colpi di mano, come quello di sovvertire di sana pianta un decreto che prevedeva la chiusura della centrale a carbone di Brindisi Nord (1996).


In seguito abbiamo avuto la parentesi del troppo in fretta irriso Prodi, poi ancora Ercolino sempre in piedi Silvio ... ed oggi siamo all’esecutore fallimentare Monti Mario, il mazzolatore in guanti gialli.  Sono in molti a rimpiangere il sopportabile rigore del «mortadella» Romano Prodi, speriamo ci serva da lezione.


L’ho presa troppo alla larga, ma solo per dimostrare che - come avrebbe detto Ennio Flaiano - in Italia la situazione è sempre grave ma non seria. Sono anni che i nostri governanti parlano male e razzolano ancora peggio. La malapolitica, infiltratasi dappertutto, nei Consigli d’Amministrazione, nelle banche, nei gruppi finanziari, tiene bordone agli speculatori e consente a certi industriali di fare gli affaracci propri realizzando alti profitti, fregandosene della tutela dell’ambiente e della salute pubblica. I nostri garanti, i nostri tutori, non siedono nei banchi del governo e, con le dovute eccezioni, del Parlamento. I nostri numi tutelari stanno nei palazzi di Giustizia: onore al merito per i magistrati tarantini che stanno svolgendo un lavoro egregio e indispensabile. Lo schifo che è successo a Taranto, dove il colosso Ilva non ha mai investito per bonifiche e riammodernamento di impianti, dove ha tenuto sotto ricatto occupazionale migliaia di lavoratori poco difesi dai morbidi sindacati, dove ha corrotto, quando ha potuto, dove il patron Emilio Riva è agli arresti domiciliari, deve farci da monito.


E se Taranto piange, Brindisi non ride. Qui i problemi sono diversificati in più fronti. Li conosciamo bene, ci danno preoccupazione ma ci fanno anche rabbia. Dopo anni scopriamo che, quelle battaglie che ritenevamo vinte grazie all’impegno e alla competenza di alcuni ipolitici locali (in primis Michele Errico, presidente della Provincia). In realtà erano delle ... vittorie di Pirro ed oggi stiamo ancora a lottare contro il carbone e, addirittura, contro il rigassificatore e la LNG che ogni tanto rialza la testa come una Medusa morente. Anche questo deve essere un monito. E nessuno si azzardi a delegittimare e a bollare come massimalisti i ragazzi del «No al carbone» e gli ambientalisti militanti. Fanno bene ad alzare la voce e a tenere la guardia sempre alta: in Italia bisogna chiedere cento per ottenere cinquanta. Non fidiamoci di nessuno, tantomeno dell’attuale governo che, peraltro, vuole regalarci devastanti trivellazioni. Grazie, «No Triv» e tutti insieme, coesi, contro il carbone, il rigassificatore, l’arroganza del ministro Corrado Clini e degli sciacalli che vogliono speculare sul nostro territorio pugliese. Ne va della salute e del futuro di tutti.


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(14 settembre 2012) - CONTROVENTO (30) a cura di Bastiancontrario


Ormai, sul suolo patrio, è tutta una corsa all’accorpamento. Si accorpano scuole, sedi universitarie, corpi di Forze Armate, caserme, uffici publici e, naturalmente, le Province. Si vuole risparmiare e tagliare su tutto, eccezion fatta per i palazzi del potere: perché non cominciano ad accorpare Senato e Camera dei deputati o qualche Ministero?

La grande trovata governativa di far sparire decine di Istituzioni con anni di storia, quando, fino a qualche anno fa, si concedevano allegramente nulla osta per la formazione di nuovi Enti (Crotone, Verbania, Bat e altre ancora), rischia di essere un boomerang. Non sono pochi gli esperti che prefigurano più danni e disagi che vantaggi effettivi. Se i supertecnici hanno preventivato un quantum di risparmio gestionale, perché non lasciare tutto come prima e ridurre i bilanci di quel quantum? Oppure, con coraggio,andavano soppresse tutte le Province.


A Brindisi la spinosa questione non ha provocato il dibattito necessario per affrontare con i dovuti atti urgenti le operazioni di dismissione dell’Ente ed il passaggio alla delicatissima fase di fusione (calda) con i vicini ionici. I nostri politici dalle cravatte pallide si sono impegnati in ben altri esercizi retorici, discettando sulla fica mandorlata, sulla polemica del corso aperto-corso chiuso, sulla «Biennale» (sic!) del Castello Alfonsino, sull’opportunità o meno che il Comune si costituisca parte civile contro l’Enel (Si vis pacem, para bellum, vorrei ricordare al consigliere regionale Euprepio Curto), sui balzelli escussi ai venditori di torrone nella festa patronale e su altre simili bagatelle. Noi brindisini restiamo i campioni dell’amletica pesante, gli impareggiabili facitori di bla bla parolai a cui non seguono  azioni operative. I cugini tarantini invece, forse perché pragmatici e razionali nipotini di Archita, lavorano e si danno da fare, soprattutto tramite i rappresentanti politici nazionali perchè la loro città abbia maggiore prestigio e rilevanza nell’infausta unione coatta, fregiandosi del titolo di unico capoluogo di Provincia. Purtroppo la legge prevede proprio questo: che la città più grande fagociti la più piccola, anche se il nostro Palazzo di rappresentanza è molto più bello, accogliente e si affaccia su di una scenografica piazza, anche se noi abbiamo un fior di aeroporto, un collegamento ferroviario e stradale verso il Nord più efficiente e, infine, l’ineguagliabile porto. Qui potrebbe cadere il classico asino perché, mentre a casa nostra, da Giuseppe Giurgola ad Hercules Haralambides, si è continuato a cazzeggiare di progetti, di piani, di accordi, di fondi europei, di inverstimenti e bla bla bla, i furbi del mar Piccolo stringevano accordi con gli olandesi ed i cinesi. Enfaticamente si afferma che il porto tarantino, è il più vicino al canale di Suez e ... abbastanza vicino al Pireo, già in mano ad operatori cinesi. Peccato che manchi di una diga foranea, di alcune banchine, di collegamenti stradali e ferroviari adeguati ... Tutte cose che noi abbiamo, ma che non siamo stati capaci di valorizzare e rendere appetibili. Insomma, per quanto riguarda la sede principale della nuova Provincia e per il porto, malgrado le nostre potenzialità,Taranto batte Brindisi 2-0. E taccio pietosamente la vittoria dello skifarieddo tarantino nel recente palio dell’Arca in occasione dei festeggiamenti patronali in onore di San Teodoro d’Amasea e San Lorenzo da Brindisi!


Bastiancontrario

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(7 settembre 2012) - CONTROVENTO (29) a cura di Bastiancontrario


Finalmente questa maledetta poco estatica estate se n’è andata fuori dai santissimi col suo carico di umidità e sudore, portandosi dietro l’overdose di collegamenti da London che ci hanno obbligato ad assistere al solito smordacchiamento di medaglie, al consueto esibizionismo di campioni olimpici ... milionari (Bolt, Federer, i calciatori) e alle performance relative agli sport più incredibili (mancavano solo freccette, bocce e bidde).

Se n’è andata riproponendoci quotidianamente il tormentone delle immagini di Mario Monti e della Merkel che lavorano per noi, per salvarci dalla dannazione eterna. Il tutto condito da una cappa di calore continuo che instupidiva, malgrado il disperato abuso dei condizionatori sparati a palla (e poi dicono che l’Enel è restia alle convenzioni: perché, cosa è stato questo se non un accordo bello e buono col Padreterno per svuotarci il già magro portafogli?).


Aveva ragione Bruno Martino ... «Odio l'estate / il sole che di giorno / ci scaldava / adesso brucia solo con furor ...». E aveva ragionissima il grande Prevert che qualche anno prima aveva cantato ... «Questo calore / questo calore / così violento / così forte / così tosto / così disperato / questo calore / così vero / così brutto / così beffardo / questo calore che impauriva / che faceva abbronzare / che faceva sudare / che faceva boccheggiare / che faceva bestemmiare / questo calore maledetto / calpestato vituperato / perché noi l’abbiamo / perseguitato jastimato / questo calore tutto intero / ancora così vivo / e tutto soleggiato / è tuo / è mio / è nostro / estate quel che estate».


Sì, è stata una stagione tremenda, anche se qualche meteorologo spiritosone ha cercato di sdrammatizzare denominando le varie ondate di calore «Caronte», «Minosse», «Caligola» ... io, puttana miseria, le avrei chiamate più opportunamente «Taide, Pasifae, Messalina ...».


Il clima torrido e incandescente ha fatto bruciare molti boschi in Italia, ma non a Brindisi. Qui da noi prendono fuoco solo esercizi commerciali, aziende e automobili. E’ stato dato alle fiamme lo studio dentistico del povero (si fa per dire) dottor Placella. Nella zona industriale è stato incendiato un capannone della BriEcologia del presidente del Brindisi Giuseppe Roma (il quale, intervistato a ... caldo, si è sfogato dicendo: «Questa è una città di m...». Purtroppo sottoscrivo, presidente, sottoscrivo! Infine, c’è stata l’autocombustione (nel senso che è bruciata un’auto) dell’ammiraglia teutonica dell’assessore Enzo Ecclesie. Un focherello dispettoso, spontaneo o indotto ancora nun se sapet, ha distrutto o quasi l’Audi A6 del più mite e meno logorroico dei politici locali, praticamente il contrario speculare del suo sodale Massimo Ferrarese, archetipo prototipo dell’antropomorfismo imprenditorianimalpolitico, tanto per dirla alla Paola Baldassarre. All’amico Enzo, di cui apprezzo la naturale signorilità, consiglio (ma non ... caldamente, non è il caso) di dotarsi di una buona due ruote a pedali, mezzo più ecologico, più economico e, soprattutto, meno bicicombustibile.


Sì, abbiamo trascorso un’estate caliente, appena confortata dalla divina visione di tanga e slip alla brasilera da deglutazione multipla e dagli spettacoli allestiti dall’Associazione Motumus (ma non c’era un nome meno ostico?) nell’ambito del progetto «Culturamiamo». Di questo e di altro scriverò prossimamente su questo schermo.


Bastiancontrario

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