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CULTURA a cura di Gabriele D'Amelj Melodia
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(20 settembre 2013) - Colpo di scena



Non è raro, in letteratura come nelle arti, imbattersi in alcune rivelazioni sorprendenti che minano le certezze della tradizione e ridanno nuova linfa all'oggetto messo in discussione in seguito ad un approfondimento critico o ad una ricerca storica. Il caso che vi propongo oggi presenta un vero colpo di scena, anzi, considerato che siamo in ambito transalpino, un classico coup de téatre. Sembra ormai accertato infatti che il francesissimo inno della Marsigliese, orgoglio patrio dei galletti, non sia stato composto dal modesto musicista Rouget de Lisle nel 1792 ma da un ... italiano. Il vero autore della celebre musica sarebbe il compositore piemontese Giovan Battista Viotti che lo avrebbe scritto una decina di anni prima. Il motivo musicale dominante, per violino e orchestra, si chiamava «Tema e variazioni». Fu poi ripreso anni dopo dal de Lisle, probabilmente su invito di monsieur Pleyel, l'editore di Viotti, il quale aveva tutti gli spartiti del maestro italiano. Costui non avrebbe sollevato uno scandalo solo per motivi politici, essendo la sua posizione molto ambigua (era compromesso sia con il regine monarchico che con l'entourage napoleonico). Non so come gli altezzosi francesi abbiano preso questa notizia, peraltro documentata dal ritrovamento del manoscritto originale datato e firmato dal musicista piemontese. Credo non bene. Stiamo allora in guardia contro eventuali tiri mancini: potrebbero insinuare che «Fratelli d'Italia» sia stato scritto da un certo monsieur Dupont ...

Gabriele D’Amelj Melodia

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(13 settembre 2013) - Raccomandati



Se pensiamo ai «peccator carnali», subito la nostra mente andrà al V canto dell'Inferno, dove Padre Dante ha collocato i lussuriosi, Semiramide, Elena,Cleopatra e i ben noti Paolo e Francesca, gli sventurati cognati-amanti che si misero nei guai per aver letto ... un libro galeotto. Tutti questi libidinosi pagano il fio delle loro tempestose passioni vagando in eterno per il secondo cerchio tra una bufera di vento infernale. Ma siamo sicuri che il severo Alighieri abbia usato lo stesso metro di giudizio per tutti gli appartenenti alla categoria? E se si fosse comportato come certi giudici d'oggi che martirizzano un povero milionario? Come mai, nel IX canto del Paradiso, troviamo dei soggetti che, pur avendo condotto una vita spericolata, sono poi stati ammessi a godere della luce divina? Mi riferisco alla sorella del tristo signore di Padova Ezzelino da Romano, madonna Cunizza, che in vita  ebbe più amanti di Marylin Monroe; alla signora Raab, dal secco nome di rock star, che invece, all'epoca, esercitava la nobile arte della prostituzione in quel di Gerico e a un tal Folchetto di Marsiglia, cantautore e latin lover seriale. Con motivazioni un po' debolucce, Cunizza è stata salvata perché la sua inclinazione ad amare divenne poi ardore di carità (?!?), Raab graziata perché comunque favorì la vittoria di Giosuè, il bel Folchetto amnistiato e promosso in quanto poi divenne monaco e addirittura Vescovo di Tolosa. E' inutile, è tutta questione di avere i giusti Santi in Paradiso!

Gabriele D’Amelj Melodia

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(6 settembre 2013) - Critica d’autore



Leggo da qualche parte che è da poco attivo nella magica rete un sito interamente dedicato alla critica e alle recensioni letterarie, in altre parole alle stroncature o agli elogi che tanto gustavamo leggere sulla carta stampata. Per i curiosi e gli appassionati, segnalo l'esatto indirizzo cui andare a sbirciare le neo sforbiciate on line: www.bookdetector.com. L'evento mi fornisce l'occasione per proporre un piccolo gioco.


Chi sarà stato mai il primo critico letterario della storia? Io azzarderei proporre un nome: Pseudo Longino, ignoto retore greco del I secolo d. C. che ci ha lasciato un saggio delizioso, «Del Sublime», passato alla storia, assieme alla «Poetica» di Aristotele come uno dei trattati più famosi di estetica letteraria. Il misterioso anonimo (Pseudo Longino è infatti solo un nome convenzionale), nell'operetta citata, investiga forme e stilemi delle opere a quei tempi conosciute. Ci parla quindi dell'Iliade, dell'Odissea, delle liriche di Saffo e delle orazioni di Demostene. Alcune intuizioni sul concetto di sublime sono folgoranti e assai moderne. Mi permetto di suggerirne la lettura, anche al tavolino del bar. Però, mi raccomando, per non fare figuracce, abbiate cura di mimetizzare il libro in un magazine qualsiasi o, meglio ancora, nell'ultimo romanzetto che sta scalando le classifiche di vendita. Con questo piccolo stratagemma guadagnerete certamente l'ammirazione dei vostri vicini , senza tuttavia sobbarcarvi centinaia di puro ciarpame cartaceo.                                                                

Gabriele D’Amelj Melodia

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(12 aprile 2013) - CULTURA (43) a cura di Gabriele D'Amelj Melodia


Punteggiatura ... impazzita

So di non dire nulla di sconvolgente se affermo che la punteggiatura ha una precipua natura poliforma incline a infrangere gli statuti convenzionali. L'interpunzione, quindi, è uno strumento variabile al servizio dello stile di scrittura. Persino gli innocui puntini di sospensione, in un autore snob come Gadda, spesso passano dal  prescritto numero di tre a ... quattro. Ma l'esempio più classico di interpretazione libera è rappresentata dalla prosa di Joyce, volutamente orfana di qualsivoglia segno logico e ritmico che, con la graduazione di pause, possa generare la scansione del testo. Joyce aborre ogni tipo di ostacolo al suo torrentizio fluire ipnotico. Il celebre monologo di Molly (nell’Ulisse) va avanti per sette pagine senza che nemmeno una virgola contamini l'angoscioso sfogo. La scrittura giornalistica non è immune da qualche raro caso di estrema personalizzazione eccentrica. L'anti Joyce, in Italia, è il professor Ilvo Diamanti, docente di sociologia ed editorialista di Repubblica. Costui, che pure formula analisi intelligenti e spesso condivisibili, si serve di un modello espositivo assai singolare, tutto basato su di una telegrafica forma di paratassi elevata a culto sistemico. E' senza dubbio una stramba cifra stilistica quella del professore, che quasi si compiace di evitare come la peste frasi complesse.

Le proposizioni coordinate e subordinate latitano, a favore di frasi minime avanzanti in un campo minato di punti seminati in ordine sparso. I suoi testi, facilitati come certi schemi di parole crociate, finiscono per irritare il lettore, costretto a fermarsi a tutte le stazioni del percorso enunciativo. Ecco un breve saggio di spezzatino  diamantino: «Oggi abbiamo un Parlamento rinnovato. Profondamente. Per l'ingresso di nuovi parlamentari. E di una nuova forza politica». E così di seguito per un'intera pagina (La Repubblica del 2 aprile 2013, pag. 27). Diabolico Ilvo! Arridatece James Joyce!


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(14 dicembre 2012) - CULTURA (43) a cura di Gabriele D'Amelj Melodia


Scoperte letterarie

A scuola ci hanno insegnato, tra altre corbellerie, che la Letteratura italiana nasce con Il Cantico delle creature di Francesco d’Assisi (1224). Non è esattamente così. C’è un poemetto sulle donne, dal titolo «Proverbia quae dicuntur super natura feminarum» scritto in volgar-veneto da un anonimo messere e pubblicato a Venezia tra il 1152 e il 1160. Il caustico libello, composto in quartine di versi alessandrini sul modello delle liriche francesi allora in auge, si snoda per un centinaio di righe, influenzate più da una vena satirica goliardica che da un vero spirito d’aspra misoginia. Ad essere presi di mira molti simboli dell’eterno femminino, da Eva alla contemporanea Marchesa del Monferrato. Insomma, per l’anonimo castigadonne «La femina è contraria d’ogni castigamento, / pessima et orgogliosa e de forte talento». E più in seguito: «Lo Basilisco en li ogli se porta lo veneno, / col vardar alcì li omini, la femena de questo non è meno. / E l’oclo de la femena è de luxuria pleno: / vardando l’om, confondelo e ’l secca como fieno».

Dell’opera citata esiste una bella edizione del 2003 prodotta con il contributo del famoso critico Giorgio Contini; personalmente ricordo di averla scoperta molti anni prima leggendo quella straordinaria opera di divulgazione che è la «Storia Confidenziale della Letteratura Italiana» concepita dal compianto Giampaolo Dossena, scrittore, gionalista e grande ludologo. I saggi di questo geniale autore sono sempre antiaccademici ed anticonformisti, elaborati in una lingua comprensibile, elegante e ricca di verve, che si fa apprezzare non solo dagli addetti ai lavori, ma anche da un più largo pubblico interessato alle sagaci sfumature arcobaleno del bello e non alle squallide sfumature di grigio o di nero oggi di moda.

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(16 novembre 2012) - CULTURA (39) a cura di Gabriele D'Amelj Melodia



Cospicua eredità


Il 19 novembre ricorre giorno e mese della morte del musicista Franz Schubert. Voglio dedicargli questo piccolo omaggio.


In tempi di avidi arricchimenti e di ostentata, cafonesca esibizione di opulenza da parte di tutti coloro che hanno l'opportunità di accumulare beni (politici, attori, cantanti ecc.), bisogna rammentare che, nella storia, non sempre il talento è andato a braccetto con la fortuna. Vi propongo allora la lettura di una paginetta illuminante riguardo non solo alla mutazione dei costumi, ma anche alle ingiustizie sociali che a volte colpiscono persino i grandi, meritevoli di ben altri destini terreni.


Quello che segue è un crudo estratto del burocratico verbale d'inventario dei beni stilato dalle autorità asburgiche subito dopo la morte del compositore Franz Schubert, avvenuta a Vienna a causa di una febbre tifoidea: «Nome del defunto: Sig. Franz Schubert - Condizione: musicista e compositore - Stato: celibe di anni 31 - abitazione: ivi al n. 694 in subaffitto presso il fratello Ferdinand - data del decesso: 19 novembre 1828 - Coniuge superstite: nessuno - Figli superstiti: nessuno- Eventuale testamento: nessuno -  parenti prossimi: il padre carnale Franz Theodor, maestro di scuola alla Rossau, indi otto fratelli carnali ... omissis - Patrimonio: consiste in quanto segue: tre frack di panno, tre finanziere, dieci calzoni, nove gilet, un cappello, cinque paia di scarpe, due paia di stivali, quattro camicie, tredici paia di calzini, biancheria intima, due lenzuoli, due coperte, due copriletti,un materasso, un cuscino, vari vecchi libri di musica e spartiti. Il tutto per un valore stimato di fiorini 63 (seguono data e firma dei funzionari e dei testimoni). Franz Schubert non aveva beni materiali e, pertanto, ha lasciato solo la sua immensa, cristallina arte che, a distanza di quasi due secoli, continua a stupirci e a commuoverci. Davvero una bella, cospicua eredità.


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(9 novembre 2012) - CULTURA (38) a cura di Gabriele D'Amelj Melodia


La vera vita di Kant

Al liceo, a generazioni di studenti è stato fatto credere dall’ortodossia scolastica che il filosofo Immanuel Kant fosse un uomo triste, severo, noioso. In realtà le cose non stanno proprio così. Il genio di Konisberg, il figlio del sellaio, dopo gli anni bui del collegio, si mantenne agli studi universitari dando lezioni e ... giocando per soldi a biliardo al circolo e a carte nelle locande.


Fumava la pipa, non disdegnava il buon vino d’Ungheria e, quando divenne benestante, amava dare banchetti sontuosi ai quali partecipava un numero di convitati mai inferiore a quello delle Grazie (3) e mai superiore a quello delle Muse (9). Già prima di diventare ordinario di filosofia, carica che arrivò soltanto quando aveva quarantasei anni ed era ancora sottobibliotecario statale, aveva impartito lezioni private, a casa sua, in qualità di Magister legens (libero docente). Le lezioni non riguardavano la filosofia bensì matematica, fisica, geografia, persino l’arte. E fu già da allora che Immanuel, non un Apollo ed alto appena un metro e mezzo (la mamma Anna lo chiamava Manelchen - ometto) fu conteso nei salotti migliori e «attenzionato» da aristocratiche dame. L’unico aspetto fedele alla tradizione, oltre alla leggendaria puntualità, sta nel fatto che odiava il matrimonio e restò celibe, come del resto altri suoi celebri colleghi antecedenti (Cartesio, Pascal, Leibniz), contemporanei (Hume, Voltaire) e successivi (Shopenhauer, Kierkegaard, Nietzche). Certo, i filosofi amano e sposano solo la verità, anzi la ricerca continua della verità. Questo non significa necessariamente che, qualche volta, non possano provare anche i piaceri della carne. Per Kant, si è ipotizzata una relazione con la bella Frau Marie Charlotte Jacobi.Seguiamo «Novella 2000» per vedere se, prima o poi, salta fuori qualche vecchia lettera che assicuri lo scoop.


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(2 novembre 2012) - CULTURA (37) a cura di Gabriele D'Amelj Melodia


Stroncature celebri

La recente querelle tra lo scrittore Gianrico Carofiglio, finalista del Premio Strega con Il silenzio dell'onda, e Vincenzo Ostuni, editor di Ponte delle Grazie, ha guadagnato parecchie pagine di giornali e spazi in TV. Questo tipo di  polemiche, del resto, è sempre piaciuto al pubblico, ormai ben allenato dalle sceneggiate televisive di Roberto D'Agostino, Aldo Busi e Vittorio Sgarbi.

Per la verità, più che di uno scontro, qui si è trattato di un attacco unilaterale portato dall'Ostuni il quale, sul proprio status di Facebook, ha esternato la sua assoluta disistima nei confronti del romanziere barese, uscendo però fuori binario con espressioni pesanti ed offensive («romanzo inesistente composto da uno scribacchino mestierante». Lo scribacchino, che oltre ad essere senatore del PD è anche un magistrato, gli ha chiesto un risarcimento danni in sede civile ( e ha fatto benissimo). Cento anni fa la questione sarebbe sfociata in un duello: meglio senz'altro la contesa giudiziaria. Di stroncature la storia è piena. Ennio Flaiano diceva del vecchio Cardarelli: «E' il più grande poeta morente». I critici Pietro Citati e Giulio Ferroni, per anni hanno tortutato il povero Alex Baricco: «I veri pomodori, quelli di una volta, hanno un grande pubblico, quasi come i libri di Baricco» (Citati al termine di uno strepitoso articolo sui pomodori d'antan, Repubblica, estate 2006). «Egli ( Baricco, ndr) ci dice che il banale è essenziale, la mediocrità distinzione, il facile difficile ...» (Ferroni, Sui banchi dei cattivi, ed. Donzelli).


Per finire (il pezzo, non la serie che sarebbe lunghissima) riporto il parere del noto giornalista di Repubblica Franco Merlo sui libri del suo conterraneo Pietrangelo Buttafuoco: «Scritti fascistissimi che non sono romanzi ma descrizioni di romanzi alla Tolkien». Insomma, come avete visto, il fuoco non lo butta solo Pietrangelo ...


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(26 ottobre 2012) - CULTURA (36) a cura di Gabriele D'Amelj Melodia


La corruzione nei secoli

Considerato che il mio compagno di banco si è esibito sul tema della corruzione, voglio anche io cimentarmi con l'argomento proponendovi una breve storia della corruptio. Nella Mesopotamia del 2400 a.C. le bustarelle erano istituzionalizzate. Le parti che si rivolgevano ad un giudice per una controversia dovevano corrispondergli una cifra. Anche nella Bibbia troviamo qualche traccia di «ungimento di ruota». La letteratura sapienzale di Israele celebra l'utilità dello shohadh (dono). «Il regalo fa largo all'uomo e gli dà accesso fino ai grandi». A buon intenditor ... Nelll'antica Roma era consuetudine per i giudici ricevere regali. Lo stesso Cicerone era solito scrivere ai giudici perché avessero un occhio di riguardo per qualche amico. Per i romani i legami familiarii erano importanti ed era lecito ricorrere al personale potere politico per tutelare parenti in difficoltà. L'unica corruzione colpevole era quella che contemplava crimini contro lo Stato. Ecco perché il corrotto propretore Gaio Verre fu colpito duramente. Arriviamo al Medio Evo: Dante sbatte i corrotti direttamente all'Inferno: «Ogni uom v'è barattier, fuor che Bonturo/ del no per li denar vi si fa ita» (quinta bolgia dell'ottavo cerchio). Egli contempla, tra i fraudolenti, coloro che si macchiarono di baratteria, reato-peccato commesso da un funzionario che, per denaro, trasforma il no in sì. Nell'Italia dei liberi comuni, per evitare che i signori favorissero i parenti, si crea la figura del Podestà, un messere proveniente da un'altra regione, con un patrimonio di garanzia per eventuali danni durante il suo esercizio, senza parenti o interessi in città. Alla fine di ogni mandato il Podestà veniva processato e solo se ne usciva pulito poteva ritornarsene a casa sua. Quale sublime procedura da prendere ad esempio! Per il resto della storia fino ai nostri giorni, fate voi qualche ricerca, il materiale non manca ...


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(19 ottobre 2012) - CULTURA (35) a cura di Gabriele D'Amelj Melodia


Talenti brindisini

Fra i tanti brindisini doc che si sono fatti onore al di fuori delle mura natie, spicca la brillante figura di Dino  Tedesco. Nato il 24 Settembre del 1933 a «San Benedittu», un rione cittadino propenso a favorire natali artistici (mi riferisco al tenore Gianni Iaia, di qualche anno più grande del nostro), Dino, giovane di belle speranze, emigrò in quel di Torino dove, in breve, si affermò negli ambienti culturali cittadini divenendo prima aiuto e poi regista del Teatro Stabile Torinese.


Nel frattempo approfondiva le sue passioni musicali, soprattutto il jazz, e iniziava la carriera giornalistica alla Gazzetta del Popolo. Già, perché il vulcanico Dino, trasferitosi poi a Milano, non contentandosi di orizzonti ridotti, ha sempre spaziato tra vari ambiti artistici: scrittore, giornalista, sceneggiatore di film e di prodotti televisivi, critico musicale (lo ricordo su TV Sorrisi e Canzoni), responsabile della pagina culturale del Corriere della Sera fino al 1998, anno in cui ha guadagnato la meritata pensione dedicandosi così ai suoi interessi preferiti: la famiglia, i viaggi, le buone letture. Ho avuto la fortuna di conoscerlo nel 1986  quando, insieme ad altri pionieri, fondammo il mensile Meridiana, diretto dal bravo Leonardo Sgura (oggi in Rai), che invitò subito il Maestro a collaborare con noi. La sua adesione fu entusiastica. Mi colpì per l'innata signorilità e per la sua modestia: insomma era uno che non se la tirava, che non si era mai montata la testa.


Tra i miei libri conservo gelosamente Muddiculi, edizioni Rebellato, un suo libro di poesie in vernacolo brindisino di una dolce, struggente finezza, tutto giocato su lampi di memoria e su geniali intuizioni del sentimento: Muddiculi, vecchi pinzieri/ sti quattro paroli mbastiti/ cu acu e cuttoni di ieri.


Affettuosi auguri per il recente compleanno, amico, e torna presto a trovarci: ti aspettiamo.


Gabriele D'Amelj Melodia

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(12 ottobre 2012) - CULTURA (34) a cura di Gabriele D'Amelj Melodia


Il grande Rapagnetta

Non bello, anzi bruttino e con un occhio di vetro, eppure un tipo interessante, dallo sguardo magnetico. Di media statura fisica, ma un gigante nell’arte e nei salotti, sempre circondato da dame fascinose spesso innamorate di lui, di quest’uomo calvo e dall’accento strascicato di chi non ha certo avuto i natali al di là del Rubicone. Scrittore, poeta, drammaturgo, disegnatore di abiti e di gioielli, formidabile creativo di slogan, inventore di neologismi, ma anche avventuriero, politico voltagabbana e soldato, Gabriele Rapagnetta ha attraversato il tempo con le sue stravaganti trovate e le sue opere, nonostante una certa critica marxista lo abbia bollato, per anni, con lo sprezzante epiteto di «Dilettante del sentimento». Tra le sue debolezze, oltre le femmine fatali, i debiti, il gioco del lotto e i cannelloni che gli preparava la sua fidata cuoca Albina in quella sua ridondante villa sul Garda, vero santuario del kitsch elevato alla massima potenza. Malgrado tutto, i meriti devono essere stati superiori ai difetti se, ancora oggi, a settantaquattro anni dalla sua scomparsa, è presente nelle antologie scolastiche e sulle targhe di molte strade italiche a lui dedicate.



A questo punto, anche il più distratto dei lettori avrà capito che sto parlando del Vate d’Italia, il pescarese Gabriele D’Annunzio che ereditò dal padre, oltre a qualche bene di famiglia, anche quell’elegante cognome acquisito da uno zio il quale l’aveva adottato con l’obbligo di porre, accanto al cognome Rapagnetta, anche il proprio. L'imaginifico Gabry, come lo chiamava l'innamorata Eleonora (Duse), non ebbe quindi bisogno di trovare uno pseudonimo ad effetto che nobilitasse quel comune cognome paterno così poco eufonico, la Dea Fortuna l’aveva dotato sin dall’infanzia di un nom de plume naturale. Chissà, se in assenza di destino benevolo, avrebbe fatto la medesima carrriera!


Gabriele D’Amelj Melodia 

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(5 ottobre 2012) - CULTURA (33) a cura di Gabriele D'Amelj Melodia


La luminosa ampolla

La cipolla, dal latino tardo cepulla (diminuitivo da cepa, ae), è il più umile e mediterraneo dei companatici presente da millenni sulle mense di Egizi, Greci e Latini. Questo bulbo delle Liliacee è un prezioso dono degli dei molto democratico: sta bene sulla tavola dei ricchi e nella bisaccia dei poveri cafoni del Sud, quelli che, appunto, mangiano «pane e cipodda». Le virtù organolettiche e benefiche di questo frutto della terra sono arcinote: è rinfrescante,  antisettica, lassativa. In un delizioso libretto intitolato «Il pestifero mondo» si racconta come, nel '600, essa fosse usata contro la peste. E chi sarà mai l’autore di questo gustoso volume? Ma il professor Carlo Maria Cipolla, naturalmente. Già, perché  «il bulbo di cristallo» è anche un cognome abbastanza diffuso in Italia: si va dal dottor Costantino Cipolla, professione scienziato, al tennista capitolino Flavio Cipolla. E non dimentichiamo che, a Milano, la braceria più «in» è la «Joe Cipolla» di via Vigevano.


Non poteva mancare la cipolla in letteratura. La «Zuppa di cipolle alla Lucrezio» è uno dei piatti presenti nel «De re coquinaria», trattato gastronomico di Apicio (I sec. d. C.), una sorta di Vissani dell’epoca. E poi ricordiamo il frate Cipolla, presente in una novella del Decamerone, che, nel castello di Certaldo produceva le migliori cipolle di Toscana (e noi, fieri pugliesi, subito obiettiamo: perchè quelle di Margherita di Savoia e di Acquaviva?).


Si ricordano poi alcune liriche dedicate alla cipolla tra cui spicca  la celebre «Ode alla cipolla» del cileno Pablo Neruda: Cipolla / luminosa ampolla /...nel segreto della terra buia / s'è arrotondato / il tuo ventre di rugiada /...cipolla / chiara come un pianeta / e destinata / a splendere / costellazione fissa / rotonda rosa d' 'acqua / sulla / mensa / della povera gente /...Stella dei poveri / fata madrina / avvolta / in delicata carta /...vive la fragranza della terra/ nella tua natura cristallina. Ecco come i grandi riescono a fare vera arte anche con le più povere cose.


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(28 settembre 2012) - CULTURA (32) a cura di Gabriele D'Amelj Melodia


Trucchi delle donne

Ieri sera, in via Montenegro, incrociando nello stretto un’elegante dama, venivo avvolto da una nuvola di uno stordente profumo dalla marcata fragranza orientale (Opium?) che, per un attimo, interrompeva il caratteristico effluvio di gamberoni alla griglia, simbolo delle notti brindisine. Dall’altro capo della scia odorosa mi giungeva la voce della bella signora che salutava chiamandomi per nome. Tornato sui miei passi, ho stentato a riconoscere, in quella bionda restaurata da un sapiente trucco, un’amica che non vedevo da vent’anni ma che, grazie al make up e alla mise giovanilistica, pareva la sorella minore di se stessa.


Riprendendo poi il cammino, ho pensato  che magari duemila anni fa, per il medesimo percorso, anche il poeta Ovidio si sia imbattuto in qualche seducente matrona profumata e imbellettata secondo i suoi precetti. Già, perché Publio Ovidio Nasone, forse in ossequio al suo patronimico, si era occupato di profumi e di cosmetici. Qualche anno prima dell’8 d.C., data in cui passò da Brindisi per imbarcarsi alla volta di Tomi, nel mar Nero - dove il severo Augusto l’aveva esiliato -, il poeta di Sulmona aveva scritto una breve monografia dal titolo «Medicamina faciei feminae» (Unguenti per il viso della donna), ricca di consigli per il maquillage che tutte le signore-bene dell'Impero certamente conoscevano e seguivano . L’incipit del libello «Imparate, o donne, quali cure abbelliscono il volto, e in quale modo preservare la vostra bellezza» la dice tutta sull’intento didascalico dell’opera.


Intellettuale moderno e disinvolto Ovidio, sia nell’«ars amatoria» e ancora di più nei «Medicamina», si trasforma in visagista in onore e per amore del gentil sesso, proponendosi come il primo esponente della romanità ad aver celebrato il culto della cosmesi femminea. E chissà se davvero, in transito dalla nostra città, non abbia avuto un’esperienza pari alla mia. Quando si dice corsi e ricorsi della storia ...


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(14 settembre 2012) - CULTURA (30) a cura di Gabriele D'Amelj Melodia



Una volta, a torto, c’erano grandi complessi di inferiorità che facevano scaturire sensi di colpa e vergogne sociali. Giovani sedotte e abbandonate, figli di n.n. e, ancora, le zitelle, gli zellati. Oggi, vivaddio, le sedotte sono disinvolte ragazze madri con tanto di sussidio statale, l’acronimo dei figli della colpa è stato abolito per legge, le vierge prolongé (eufemismo d’oltralpe) sono orgogliose single. E quelli con la chierica, le teste d’uovo, insomma i pelati? Non esistono più. Oggi ci sono solo i rasati per scelta, quelli che hanno intelligentemente trasformato un limite mortificante in una moda macha e gagliarda. Sembrano, costoro, aver letto e messo in pratica i principi descritti in un agile libello dall'eloquente titolo «Elogio della calvizie». Il testo, composto nel 396 d.C. dal calvo Vescovo di Tolemaide, il neoplatonico Sinesio di Cirene  in polemica risposta all’«Elogio della chioma» scritto da un certo Dione di Prusa, si inserisce a pieno nel filone retorico della seconda sofistica e contiene un’appassionata, paradossale difesa a tutto campo della calvizie. Per l’acuto retore Sinesio, la testa glabra è divino segno di saggezza, di integrità morale, persino di buona salute. Senno e chioma non possono coesistere. L’uno subentra all’altro come la luce al buio e la testa liscia, levigata è, appunto, luce. «Se è vero che l’uomo, sulla terra, è la più divina delle creature, l’individuo completamente calvo è in assoluto l’essere più divino che esiste sulla terra». Inutile aggiungere che il trattato, vero bestseller dell’epoca bizantina, riscosse molto consenso anche nei secoli seguenti e che, ancora oggi, rappresenta una godibile lettura persino da parte di coloro che, beati loro, possono ostentare una fluente capigliatura da divo americano (il futuro ex presidente Massimo Ferrarese, per esempio )


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(7 settembre 2012) - CULTURA (29) a cura di Gabriele D'Amelj Melodia



La curiosità nasce con l’uomo, e non è solo femmina. Niente di male, quindi, se sul lungomare di Brindisi (abbasaciu a la marina), in occasione del passaggio di noti personaggi dello spettacolo e della jet society in genere, si assiepi una folla eccitata in attesa di vedere il fenomeno, il vip del momento. E’ accaduto anche nel lontano A.D. 1742, proprio il 7 settembre, a mezzogiorno, allorché, per omaggiare il fenomeno che scendeva a terra da una tartana proveniente da Durazzo, si radunò sulla banchina una folla immensa. Tra i notabili presenti «il signor marchese di Oria con la moglie, poi la principessa Belmonte col signor preside di Lecce, duca di Casole, il figlio del marchese di Celino Chiurli, cavaliere di Malta, e il figlio di detta signora principessa; vi è stato pure il marchese di Campie ed ogni giorno un’infinità di forestieri da tutte le parti della provincia». Ma chi sarà stato mai il soggetto di cotanta attenzione e curiosità? Lasciamo la parola ancora alla «Cronaca dei Sindaci di Brindisi 1529-1787» del duo Cagnes-Scalese: «... Un elefante, proveniente da Costantinopoli e diretto in regalo al nostro re (di Napoli), è alto palmi quattordici e mezzo, lungo tredici, largo più di sei, la proposcine è ben lunga fino a terra,e più, l’orecchie come due pesce rascie, l’occhi più piccoli di quelli di un cavallo,raso di pelo di color sorcigno, e così la coda, gambe grossissime; egli si ciba di libre novanta al giorno di fieno e cannazza, rotola trenta pane e quattro zuccaro e tre barili di acqua e coll’istessa sua proposcine si ciba e beve, con l’istessa dimonstra una forza irresistibile, stando sempre incatenato a tre piedi, esso è condotto da sei turchi che lo governanano ...». Ecco, questo è un episodio di storia minima che testimonia quanta curiosità, tra la gente, susciti da sempre un VIP (Very Important Pachyderm).

Gabriele D’Amelj Melodia 

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