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Castello in vendita, altra mortificazione

img/20671zonafranca.jpg? ZONA FRANCA
Opinioni in libertà di Giorgio Sciarra


Lunedì 3 gennaio un servizio del TG3 dava grande risalto ad un fatto, in verità già noto da tempo: la vendita del castello Aragonese di Brindisi, sede della Marina Militare dai primi anni del secolo scorso. La televisione ha un grande impatto mediatico e pare che solo quando tratta un problema ci rendiamo conto che esista, pur avendolo affrontato proprio in questa rubrica qualche tempo fa.
La faccenda è maledettamente seria perché prenderà corpo e sostanza con la finanziaria in dirittura di arrivo. E per comprendere quanto le intenzioni di svendita, di far cassa, siano serie è sufficiente «cliccare» sul sito internet http://www.difesa.it/NR/rdonlyres/1B0F0254-371D-4B47-BEF4 6E4564131378 /0/Brochure_MIPIM_72dpi.pdf: troverete in formato digitale una brochure molto accurata, stampata anche su elegante carta patinata per essere presentata alla ventesima edizione del MIPIM, il Salone immobiliare più importante e noto del mondo (che si tiene a Cannes dal 10 al 13 marzo e calamita migliaia di presenze anche in periodi di crisi come questo). Questa presenza era stata preceduta da una conferenza stampa, comunicata all’ultimo minuto, in cui il Ministro della Difesa Ignazio La Russa annunciava la partecipazione della Difesa al MIPIM 2009 con uno stand istituzionale che avrebbe visto la partecipazione del Sottosegretario di Stato alla Difesa, Guido Crosetto, e di una ventina di ufficiali (debitamente in uniforme) di tutte le Forze Armate. Una presenza per svendere un consistente patrimonio immobiliare disseminato in tutta la penisola e che - come recita la brochure - «dal punto di vista funzionale non risulta essere più in linea con le attuali esigenze della Difesa». Come questa presenza, in un salone immobiliare, possa essere anomala decidetelo voi! D’acchito mi viene da fare un «collegamento» con quanto avvenne col disfacimento dell’URSS poco dopo la caduta del muro di Berlino: non sapevano più cosa svendere, sottomarini nucleari, corazzate, carri armati, missili ecc.
Ma veniamo a noi e a cosa significherebbe se ciò, malauguratamente, accadesse. Vi sono due aspetti rilevanti: quello occupazionale e la possibilità che un grande parte della città invece di essere utilizzata per il suo miglioramento sia preda della speculazione di potentissimi gruppi immobiliari. Questa volontà ampiamente manifestata dovrebbe far seriamente riflettere i sindacati sulle reali intenzioni del Ministero della Difesa nei confronti della base militare brindisina. I sindacati tutti (ho assistito come dipendente alle ultime e recenti assemblee sindacali) continuano a tergiversare attendendo notizie che non arriveranno se non a cose fatte - come è già avvenuto per altre decisioni che hanno depauperato l’autonomia amministrativa e gestionale della nostra base - ed allora le proteste, di qualsiasi tipo, non serviranno a nulla: centinaia di posti di lavoro andranno persi come anche il pur asfittico indotto. Cosa si può fare se non lavorare per dare una nuova prospettiva alla base, perché la sua presenza non sia messa in discussione? Una risposta potrebbe essere, forse, quella di valutare con più attenzione quanto proposto dall’associazione Italia Nostra che, con progetto presentato per l’Area Vasta, ipotizzava lo spostamento della base navale a Capo Bianco e la (ri)acquisizione di tutte le aree conseguentemente dismesse; i benefici di questa «operazione» sarebbero evidenti anche ad un cieco. Un’operazione che potrebbe essere possibile grazie ad un accordo di programma tra istituzioni ed enti dal momento che con la vendita «tali immobili potranno essere ceduti al miglior offerente chiedendo in cambio l’effettuazione di lavori di ammodernamento o ristrutturazione di quelle infrastrutture che permarranno nelle disponibilità della Difesa» ... quindi anche con la costruzione di una nuova base militare che darebbe una prospettiva a centinaia di lavoratori e porterebbe, contemporaneamente, miglioramenti urbanistici alla città. Ma a parte questo è impensabile cedere, eseguendo un’idea balzana e malsana, il «cuore» di Brindisi, che se intelligentemente utilizzato può invece divenire un’occasione di sviluppo e di miglioramento della vita e dell’economia cittadina. Sarebbe l’ennesimo crimine nei confronti di Brindisi cedere alle inevitabili speculazioni dei privati un patrimonio che nella stessa brochure è reclamizzato come «dalle antiche e pregevoli caratteristiche artistiche ed architettoniche, armonicamente inserito nel centro urbano».
La parola tocca alla politica e alla classe dirigente brindisina perché dimostri di essere all’altezza della situazione. Ma deve essere ben chiara una cosa: non serviranno a nulla comunicati e dichiarazioni, servono fatti supportati da progetti concreti che possano vanificare questo sciagurato piano.
Articolo del 08/01/2010
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