ZONA FRANCA Opinioni in libertà di Giorgio Sciarra Fontana Tancredi - Uno dei compiti, oltre che interesse, di un’Amministrazione pubblica è quello di preservare e valorizzare il proprio patrimonio storico culturale. I continui fatti, anzi misfatti, indicano che così non è ... e non lo è da molto tempo. Ho raccolto moltissime indignazioni sull’ultimo scempio che si sta consumando a danno di uno dei monumenti più antichi e rappresentativi della nostra città: la Fontana Tancredi, fatta costruire dal re normanno Tancredi nel 1192 in onore delle nozze tra suo figlio Ruggero e la principessa Irene, figlia dell'imperatore di Costantinopoli. A ridosso della fontana è prevista una costruzione, un vero oltraggio allo storico monumento. Alle proteste è stato risposto che per attenuare l’impatto visivo sarà piantumata una «barriera» di siepi o alberi. Una vera presa per i fondelli, né più né meno. L’associazione Italia Nostra aveva chiesto alla Soprintendenza il vincolo indiretto, che doveva esser compito - senza alcuna sollecitazione ma per dovere professionale - degli uffici tecnici del Comune. E pare che una fascia di rispetto fosse stata prevista nella prima estensione del Piano Regolatore, in seguito ridotta: un inspiegabile taglio di «retino». Se il progetto parrebbe avere le «carte» a posto, ciò non toglie che vi siano a monte gravi responsabilità poiché non è possibile che si consumino porcherie come questa, come la costruzione a ridosso della chiesa delle Anime e tante altre. Un’altro strumento urbanistico che avrebbe potuto evitare tali sconci è, o meglio sarebbe potuto essere, il «Piano di recupero» nel cui ambito si possono stabilire alcuni criteri. Riguardo alla Fontana Tancredi, il piano di recupero nel quale essa ricade fu elaborato da professionisti comunali: è quindi evidente che questo preciso aspetto non fu tenuto in alcun conto. Mi chiedo per quale motivo non si «riesuma» la vecchia Commissione edilizia, almeno potrebbe costituire in qualche modo un benefico filtro. I Castelli - L’affascinante scenario del Costello Alfonsino ospita in questi giorni la mostra «Intramoenia Extra Art», che fa parte di un progetto che utilizza castelli e palazzi storici della Puglia per l’esposizione di opere d’arte contemporanea. Il «confronto» tra questo genere di arte - che spesso è la ricerca esasperata della novità e si manifesta in varie maniere tutte indipendenti l’una dall’altra (pittura, video arte, fotografia, arte digitale, installazioni, performance, musica ecc.) - e la bellezza storica e monumentale di queste sedi storiche crea un contrasto suggestivo che alla fine valorizza l’uno e l’altra. Però dopo questa mostra, e in attesa di chissà quale altra sporadica iniziativa, il Castello Alfonsino ricadrà nell’abbandono. Infatti, chi ha avuto modo di visitarlo, non in occasioni ufficiali, ha certamente notato il suo triste degrado; i lavori di restauro (già discutibili di per sè) sono in larga parte da rifare: vi sono porte divelte, vetri in frantumi, intonaci che si sbriciolano ... per non parlare della sporcizia. Chiunque, non brindisino, lo visiti non fa che rimanere affascinato dalla sua bellezza: è evidente che non ci si rende conto del suo enorme valore e neanche si immagina quale attrattiva turistica possa rappresentare. C’è da augurarsi che qualcuno lo comprenda e si attivi per la tutela e per il suo uso continuo poiché come dice l’assessore provinciale alla cultura Paola Baldassarre «la disaffezione verso l’arte produce un vuoto conoscitivo che si può colmare proponendo costantemente la bellezza che rappresenta il legittimo legame tra lo spirito e il mondo». L’altro Castello, quello Svevo sede della Marina Militare, è un altro nodo da sciogliere poiché è uno di quei beni demaniali da dismettere ma non passati agli Enti locali, poiché farà parte di un elenco di immobili da vendere tramite un’asta internazionale e, quindi, il nostro castello sarà una potenziale quanto presumibile vittima di speculazioni. «I have a dream» disse Martin Luther King aspirando a qualcosa di molto nobile. Il mio, di sogno, molto più modestamente, sarebbe quello di vedere questa città in grado di utilizzare il suo porto e i suoi due castelli sul mare come forza motrice per raggiungere la comune aspettativa di un futuro diverso e che potrebbe essere a portata di mano, a patto che si riacquisti la voglia e l’amor proprio per costruirlo. Coglioni e cialtroni - Un’ultima breve annotazione. Seguendo l’esuberanza linguistica del presidente del Consiglio, che definì coglioni gli italiani, il ministro Tremonti ha definito cialtrone le regioni meridionali ree di non saper sfruttare in modo dovuto le risorse finanziarie messe a disposizione dalla Comunità Europea. Quindi noi, come italiani e meridionali, siamo l’uno e l’altro. Personalmente non mi riconosco in alcune delle due definizioni, ma sovente assistendo a certe vicende constato amaramente di essere rappresentato proprio da coglioni e cialtroni! |