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STORIA E TRADIZIONI a cura di A. Caputo
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(14 dicembre 2012) - STORIA E TRADIZIONI (43) a cura di A. Caputo



Santa Lucia: da qui parte la luce

E’ opinione comune e diffusa che il giorno di Santa Lucia, 13 dicembre, sia considerato come quello più breve dell’anno. I brindisini sono soliti dire «Ti Santa Lucia tanta la notti, tanta la tia», nel senso che la notte dura quanto il giorno e … viceversa, ovvero: le ore di buio sono identiche a quelle di luce.

Il culto e la devozione verso la santa vergine siracusana, oltre che antico, è molto diffuso nella penisola salentina, Brindisi compresa. La festa di questa Santa introduce perfettamente al Natale: lo splendore degli occhi di Lucia è così intenso da diradare le tenebre della notte più lunga dell’anno. Quello splendore può essere, per analogia, accostato a quello della stella cometa che col suo bagliore guidò, verso la grotta di Betlemme, i saggi orientali che erano profondi conoscitori dell’astronomia e delle leggi dell’Universo.

«Dov’è il Re dei giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo» (Mt 2,2). Questa pericope ha dato tanto da pensare agli astronomi: si è ipotizzato che si trattasse di una stella «nova», di una «supernova» o di una «cometa». Probabilmente è giusto vedere in questo astro un simbolo che riprende un’immagine del vecchio testamento. La lettura della Bibbia ci porta a fare diverse considerazioni a proposito dell’apparizione in oriente della stella di Betlemme che precedette i Magi fino alla grotta; si legge: «… finchè giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il Bambino» (Mt 2,9).

Tale evento era stato profetizzato da Balaam (Nm 24,19): «… sorgerà una stella da Giacobbe» e da Isaia che alluse alla splendente gloria del Signore nella cui luce avrebbero camminato le genti e i monarchi. E’ evidente che la luce è quella del Redentore, quindi si fa riferimento all’avvento messianico escludendo qualsiasi fenomeno reale dell’ordine naturale del cosmo.

Le implicazioni che riguardano l’evento della navità, attraverso la stella, attrassero l’attenzione di quei saggi d’Oriente che, oltre a conoscere l’astrologia e le tradizioni ebraiche, erano anche acuti osservatori.

In quei tempi, l’astrologia non era un affare come lo è oggi. Gli astronomi di allora, che erano insieme astrologi ed esperti nell’arte divinatoria, pensavano di poter individuare, osservando i luminosi corpi celesti, segni premonitori di siccità, carestia, guerra, ma anche eventi favorevoli come periodi di abbondanza, di tranquillità e di floridezza e per vedere specialmente i segni della volontà di Dio e del cosmo da Lui creato. Baldassarre, Melchiorre e Gaspare di ritorno dalla Grotta, col volto rivolto all’insù, guardano le stelle e ritornano a casa «per un’altra via», evitando le insidie di Erode.

A parte le ipotesi e le considerazioni dotte o scientifiche sulla stella, questa col suo fascino non ha mancato di sollecitare la fantasia e l’estro dei poeti brindisini in vernacolo che le hanno dedicato alcuni versi, nel contesto di componimenti poetici natalizi. Giovanni Guarino nella sua poesia «Lu prisepiu» conosciuta dai brindisini di ogni età, così scrive: Tutti uàrdunu la stedda / ch’eti propria la cumeta / ca ‘ndi dissi lu prufeta / quiddu tiempu era vinè.

Il compianto Raffaele Cucci, cultore di tradizioni locali, autore di commedie, nonché brillante poeta vernacolo, ne «Lu prisepiu» mette anch’egli in evidenza l’essenziale funzione della stella: Ttaccata cu tre fili nnargintati/ sobbr’alla grotta ‘nci calu la cumeta / e l’angili li mentu po’ ttaccati / sobbr’à lu cielu fattu cu la seta.

La stella e soprattutto la luce che inizia ad irradiarsi dal giorno di Santa Lucia ci vedono coinvolti in questo arcano e affascinante evento. E’ difficile per noi brindisini immaginare un Natale senza il presepio ed il presepio senza la stella, guai se sulla grotta manca la cometa che con la sua lucentezza e con la sua luminosa e attraente scia, oltre che indicare la strada ai Magi, ha illuminato una lunghissima serie di nostrane notti natalizie. Le suggestioni del Natale sono tante e siamo appena dopo il 13 dicembre, vale a dire … appena all’inizio.

Antonio Caputo

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(16 novembre 2012) - STORIA E TRADIZIONI (39) a cura di A. Caputo



L’avvento degli ordini «mendicanti»

Gli Arcivescovi che via-via si sono succeduti a capo della nostra Arcidiocesi hanno tenuto in grande considerazione gli Ordini «mendicanti» (francescani, cappuccini, carmelitani, carmelitani scalzi, agostiniani, paolotti, minimi, trinitari, ecc.) che erano capaci, con le loro virtù e i loro carismi, di portar mutamenti nella vita della città. Così, l’Arcivescovo Giovan Carlo Bovio, visitando, nel 1565, proprio le chiese della diocesi e avendo trovato che la disciplina del clero lasciava molto a desiderare, pensò di chiamare a Brindisi i Padri Cappuccini che avrebbero potuto dare il buon esempio attraverso la loro vita composta di penitenza e di preghiera.


I Cappuccini, nel 1566, fabbricarono il convento della «Annunziata» entro la cinta muraria della città, precisamente tra i due torrioni di S. Giacomo e di S. Giorgio, ed eressero una chiesa sotto il titolo dell’Annunciazione della Beata Vergine, lo stesso sacro edificio che a partire dal XVIII secolo si sarebbe detto «Pietà».


Circa dieci anni dopo, nel 1577, i religiosi si trovarono a disagio e furono costretti ad abbandonare il convento. La causa vera di tale defezione è tuttora ignota; secondo lo storico Vito Guerrieri sarebbe stata colpa dell’aria malsana, considerato che la zona dove i Cappuccini  avevano edificato la loro casa era tra le peggiori della città, per la presenza di estese paludi responsabili delle aggressioni malariche.


Il  13 ottobre 1579, da atto pubblico del notaio Giacomo Antonio Aloysio, si rileva come il Padre Generale dell’Ordine, fra’ Giuseppe Le Tellier, concordasse con don Ferdinando Vacchedano, Vicario capitolare dell’Arcidiocesi, che la sede conventuale da riservare ai figli di San Francesco di Paola, si fissasse nella chiesa della «Pietà», già appartenuta ai Cappuccini e che ai «Paolotti», o «Minimi», fosse assicurato il mantenimento, con l’offerta annua di 50 ducati, da parte della città.


I figli di San Francesco di Paola soggiornarono in Brindisi 90 anni, poi, causa l’ambiente e l’aria malsana, dimorando il convento presso le paludi che sfioravano il Bastione San Giacomo, con decreto del Generale dell’Ordine, Sebastiano Quinquet, datato 3 gennaio 1669, fu stabilito l’abbandono del convento e della città.


A distanza di tempo, per volontà di alcuni laici, il 30 marzo 1713 fu approvata la fondazione della «Confraternita della Pietà, o di Maria Santissima Addolorata» che godette di alcuni privilegi. Scopo della confraternita che ebbe sede in quella chiesa con annesso convento, già dei Cappuccini e poi dei Paolotti, era quello di sviluppare la devozione verso la Madonna Addolorata, tendente alla perfezione cristiana mediante la carità e la frequenza ai sacramenti.


Dopo non poche vicissitudini in cui la confraternita fronteggiò i bisogni anche strutturali della chiesa e del convento, l’Arcivescovo Tommaso Valeri, guarda caso «minore francescano», il 26 dicembre 1938 dava il benvenuto ai suoi confratelli.


Primo desiderio vivissimo dei frati fu quello di costruire, accanto alla chiesa della Pietà, un Collegio missionario etiopico ed una casa per ospitare i missionari che si trovavano di passaggio in questa città, quando si recavano o tornavano dall’Oriente. A questo scopo fu acquistato un caseggiato sito in corso Roma, ad angolo con via Indipendenza, i lavori iniziarono il 26 luglio 1939. La costruzione ebbe l’approvazione del Papa Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli, ed il contributo di lire mille da parte della Regina Elena del Montenegro, consorte del Re Vittorio Emanuele III.


Per assicurare una più diretta cura delle anime fu accolto il progetto dei frati minori di elevare la chiesa della Pietà al rango di Parrocchia.


Successivamente, l’Arcivescovo, Monsignor Francesco De Filippis, il 13 giugno 1948, affidava la cura della nuova parrocchia al Padre Egidio De Tommaso. I fedeli brindisini mostrarono subito benevolenza verso la comunità francescana e il convento divenne presto punto di riferimento di tanti giovani locali che, con entusiasmo, partecipavano ad attività di animazione, ricreative ed anche di recupero.

Antonio Caputo

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(9 novembre 2012) - STORIA E TRADIZIONI (38) a cura di A. Caputo


Vino: dono del Dio Dioniso all’uomo

Secondo i greci, il vino è un dono di Dioniso, un dono che può essere benefico se lo si usa con moderazione, dannoso se si dovesse abusarne.


Tanti anni fa - narra un’antica leggenda greca - Dioniso scese dall’Olimpo per fare visita ad un suo amico pastore. Dopo aver camminato a lungo, si sedette sulla riva di un ruscello per riposare e mentre guardava attorno vide una pianticella graziosa che spuntava dal terreno, la divelse ripromettendosi di piantarla, successivamente, nella terra del suo amico. Per evitare che il sole facesse inaridire le minuscole radici, cercò di proteggerle e le coprì con un ossicino di uccello, ma durante il lungo viaggio le radici cominciarono a crescere, tanto che l’ossicino non riusciva più ad avvolgerle. Allora, Dioniso scovò un osso di leone che, sovrapposto al primo, riparò la pianticella, ma le radici continuavano ad ingrandirsi, così il dio dovette ricorrere addirittura ad una mascella d’asino, per salvaguardare pianta e radici. Giunto che fu dall’amico, Dioniso trapiantò la piantina insieme ai tre ossi che, avvinti alle radici, finirono sottoterra. La pianta cresceva con le sue larghe foglie, finché ai primi di settembre offrì neri grappoli d’uva che Dioniso spremette in un tino, trasformandoli in una bevanda vermiglia. Era nato finalmente il vino che il dio Dioniso donò all’umanità.


Quella gustosa bevanda gli uomini cominciarono a berla e si sentivano così allegri che cantavano come uccellini; alcuni continuarono a bere diventando forti e ruggenti come leoni, bevvero, purtroppo, ancora e il loro cervello s’impigrì come quello dell’asino, un asino della peggior specie che, anche se bastonato, s’intestardisce a non volere far nulla.


L’antica favola greca vuole essere un monito per coloro che hanno la fortuna di coltivare e bere il buon vino che, se bevuto in maniera limitata, rende leggeri come un uccello, se bevuto in sufficiente quantità rende forti come un leone, ma se bevuto smoderatamente rende simili ad un asino testardo e vagabondo.


Leggenda a parte, il colore e il gusto del vino attecchirono tra gli uomini ed ebbero successo specialmente in quelle città che venivano privilegiate dal clima e dalle fertili terre baciate dal sole; tra le altre città, gli dei vollero favorire Brindisi che rispondeva in pieno alle prerogative proposte, per avere feraci terre, rigogliosi viti, uva speciale e ottimo vino.


Brindisi è il nome di una città, il nome di un vino: «Rosso Brindisi», il nome di un rito augurale, «fare brindisi» libando, compiuto col vino. A Brindisi, è noto, terminava la via Appia e iniziava il viaggio per antonomasia, verso l’Oriente … pericoloso ed incerto.


Le osterie che punteggiavano l’ultimo tratto di questa celebre via, Regina Viarum (regina di tutte le strade), offrivano gratis pane e sale, spesso con alici, olive o lupini, alimenti capaci di aumentare la sete, e facevano pagare solo il vino. 


Col vino si salutava chi arrivava e si augurava successo e vento propizio a chi partiva. Per questo, un saluto col vino, un «Brindisi!» era il simbolo dell’inizio o della fine di un viaggio, allora, qualora non fosse chiaro, questa nostra Città ha dato il nome al «brindisi!», al saluto augurale fatto col bicchiere di vino levato. E’ accaduto anche che lungo la strada ferrata, mentre il treno correva, per giungere a Brindisi, era possibile scorgere gli stabilimenti allineati con nomi locali, ma anche con nomi o ragioni sociali rappresentanti delle più grosse aziende vinicole d’Italia, e qualcuna anche estera. Era davvero un bel vedere; pochi sanno, però, che il primo impulso ai traffici enoici è stato dato da umili marinai nostrani che vendevano bottiglie di negroamaro e malvasia nei porti d’arrivo. Oggi, per esempio, quelle che furono le sbrecciate cantine d’un tempo si chiamano «enoteche» o «wine-bar», andare a bere un buon bicchiere di «rosso» in questi locali fa tanta tendenza; nelle contrade di campagna, con la caratteristica cucina contadina, ecco il vino locale appropriato e, magari, «produzione propria». Questa è la forza del buon vino che Brindisi da sempre è intenta a produrre nel solco di una riconosciuta, feconda e genuina tradizione.

Antonio Caputo

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(2 novembre 2012) - STORIA E TRADIZIONI (37) a cura di A. Caputo


Novembre, un mese di antica religiosità

Novembre deriva da «novem», nono mese dell’anno secondo quella che fu la suddivisione romulea.


In epoca romana in questo mese venivano organizzati i ludi plebei con la chiara volontà della plebe di avere i propri giochi (ludi) ben distinti da quelli di settembre. Sì, perché i giochi di settembre si tenevano nel Circo Massimo che la tradizione voleva fosse stato creato appositamente dal Re Tarquinio Prisco, per la nobiltà. 


La festa si articolava in più fasi: una parata, un sacrificio, giochi circensi e spettacoli teatrali. La cura di tutta l’organizzazione era affidata agli edili curuli, cioè agli edili di estrazione patrizia. Una minuziosa descrizione della parata e dei ludi viene fornita da Dionigi d’Alicarnasso che, sembra, vi assistette personalmente.


Quelle di Novembre, dedicate a Giove, della durata di nove giorni, prevedevano il festeggiamento anche di altre divinità come quelle dedicate a «Fortuna», sorgente di eventi prosperi o infausti, e «Feronia», quest’ultima protettrice della fecondità, a queste due dee era molto devota la popolazione plebea. Il mese di novembre fu anche consacrato a Diana, dea protettrice della caccia. La chiesa cattolica, invece, tra le altre ricorrenze, lo consacra al suffragio delle anime dei defunti.


La tradizione popolare salentina tramanda che nella notte tra l’1 e 2 novembre i morti lascino le tombe e, in processione, si rechino a pregare nelle chiese che frequentavano quando erano vivi. A Brindisi, in modo più specifico, si vuole che, invece, le anime del Purgatorio, in quella speciale nottata, tornino addirittura nelle proprie abitazioni, per questa ragione i parenti in vita lasciano una finestra aperta e un lumino acceso, per rischiarare il loro cammino, tanto per dare modo alle anime dei defunti non solo di visitare quelle che furono le loro case, ma addirittura di sedersi attorno alla tavola, all’uopo imbandita, e porre momentaneo rimedio al tormento dell’arsura delle pene, con sorsi di refrigerante e bramata acqua.


Naturalmente, è assolutamente vietato a tutti di abbandonare il proprio letto, affinché il transito dei defunti, per la strada scelta, non sia minimamente disturbato.


Qualche tempo fa, da presso a un candido altarino che conteneva le foto dei propri cari trapassati, alla fioca luce di una lampada alimentata con olio d’oliva, la famiglia riunita recitava il Santo Rosario nell’intento di fare acquisire benefici e indulgenze per le proprie «Anime purganti».


Passando a ben altre tradizioni, dal punto di vista agricolo, il contadino, in questo mese di novembre, provvede a seminare il frumento e l’orzo, a trapiantare i bulbi e a scavare le buche, dove porre poi a dimora gli alberi.


Sempre a novembre, il giorno 11, si festeggia San Martino e si celebra il vino nuovo, ormai per tutti «vino novello». I brindisini, per la verità, hanno un’altra occasione di festa: difatti il 9 novembre è la cadenza liturgica del Patrono della Città, San Teodoro d’Amasea (foto); in questa ricorrenza religiosa gli abitanti della città adriatica pensano che ormai l’aria fresca avrà il sopravvento sul tempo tiepido e sereno, per cui, siccome San Teodoro si festeggia anche in aprile, oltre che a novembre, sono soliti dire: San Ghiatoru ti aprili: lleviti lu pisanti e mittiti lu suttili; San Ghiatoru ti ognissanti: lleviti lu suttili e mittiti lu pisanti. 


C’è da far rilevare che in questo stesso giorno, il 9 novembre dell’anno 1225, nella Cattedrale di Brindisi, il grande Imperatore Federico II di Svevia sposò Jolanda di Brienne e, usurpando il titolo al suocero, Giovanni di Brienne, si proclamò Re di Gerusalemme. Ma non è finita: l’ultima domenica di novembre, ultima festa dell’anno liturgico, è consacrata alla commemorazione della potenza di Gesù Cristo, con la celebrazione di Cristo Re.


Forse pochi avrebbero scommesso che novembre, spesso pensato bigio e scuro sia, al contrario, un mese ricco di vita, di storia, di antica religiosità e di tante tradizioni, quasi un forziere che nulla ha da invidiare agli altri undici mesi dell’anno.   


Antonio Caputo

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(26 ottobre 2012) - STORIA E TRADIZIONI (36) a cura di A. Caputo


Le «vocazioni» del territorio brindisino

L’istituzione di «Brindisi capoluogo di provincia» si è avuta, come riferito in altre occasioni, per effetto del Regio Decreto Legge 2 gennaio 1927, n. 1, convertito nella Legge 22 dicembre 1927, n. 2584. La provincia brindisina venne costituita con 20 comuni: 18 della Terra d’Otranto, Circondario di Brindisi, e due (Cisternino e Fasano) della Terra di Bari.

Il territorio, in particolare Brindisi, per la sua posizione ed i suoi prodotti, conobbe momenti di particolare splendore, ma anche di decadenza.

Le cronache storiche dicono che per questo importante centro portuale, dopo l’Unificazione d’Italia, cominciò una congiuntura favorevole, in quanto collegato con la ferrovia ai grandi centri del nord del Paese, per l’apertura del Canale di Suez e per i collegamenti, con l’Inghilterra e l’India, realizzati attraverso la «Valigie delle Indie».

Le sorti della città adriatica e del suo hinterland furono legate al commercio nazionale e internazionale ed, in particolare, alle attività agricole di piccoli proprietari particolarmente dinamici che, intorno agli anni Ottanta dell’Ottocento, investirono nella coltivazione del vigneto. La città, inoltre, sviluppò una considerevole vocazione mercantile, ben espressa grazie anche ad un ricco ceto medio formato perlopiù da commercianti.

La rottura del «Trattato commerciale» del 1887 provocò un enorme contraccolpo per l’economia locale, non bastando ciò, il 14 agosto 1914 la «Valigia delle Indie» terminò i suoi attracchi al molo brindisino e la città mostrò tutte quante le sue debolezze.

Nei primi anni del Novecento, Brindisi, insieme ad altri centri contigui, cominciò a registrare dei miglioramenti; tutto orbitava intorno al porto che funzionava e assicurava lavoro e una certa stabilità economica. Tale situazione favorevole, purtroppo, si arrestò di colpo a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Il dopo conflitto si presentò come un periodo duro e difficile. 

Bussano ormai alla porta gli anni Venti (del Novecento), quando si verifica un’impennata dei traffici commerciali, per l’impegno profuso dalle forze produttive locali che, con enormi sacrifici, riescono a rilanciare le attività agricole, artigianali, commerciali, marittime e ittiche.

Intanto, Brindisi, ora, è giovane capoluogo di provincia ed è impegnata a gestire la convivenza con i comuni ad essa affiliati; gli ottimi lavoratori di questa impareggiabile Terra non si scoraggiano e rivalutano le colture tradizionali, nonostante il settore oleario e vinicolo siano colpiti rispettivamente dalla mosca olearia e dalla fillossera; fortunatamente non si registra alcuna crisi per le attività legate al mare. Dietro l’angolo, minacciose e buie, si addensano le nubi del secondo conflitto mondiale: lungo, cruento e destabilizzante.

La ripresa non è facile, crescono con fatica il commercio ed i servizi, raddoppia il settore primario, ma gli istituti bancari si mostrano particolarmente «tirati», i crediti si concedono con difficoltà, mentre a ciò si affianca anche un sistema cooperativo di scarsa incidenza sul territorio.

Con i memorabili anni «Cinquanta» inizia in tutti i sensi la «ricostruzione» di Brindisi, c’è una fase di crescita demografica, con un’incoraggiante espansione del terziario. Poi, ci sarà l’insediamento della grande industria, col polo chimico e petrolchimico, e di altri gruppi imprenditoriali con evidenti, positive ricadute occupazionali, ma anche di danni per l’ambiente, insieme all’abbandono della campagna, con le attività agricole connesse.

Si cambia pagina, ma Brindisi non sembra pronta ad affrontare il lapidario impatto che deriva dalla grande produzione industriale. Si registra, oltre ai quadri dirigenziali scesi dal Nord, un’immigrazione di mano d’opera proveniente principalmente dal leccese, ma anche dalla Calabria e dalla Campania.

I più scaltri comprendono che un territorio a vocazione agricola, dove sono presenti 60mila ettari di oliveto, con piante secolari di grande rilievo paesaggistico e 25mila ettari di vigneto, con una ricca produzione di vini doc, non può essere abbandonato, né affidato o delegato ad altri.

Sembra un paradosso, ma il vecchio e sperimentato agroalimentare indigeno, per Brindisi e provincia, rappresenta il «nuovo» impulso collegato ad un ricco e strategico sviluppo.

Antonio Caputo

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(19 ottobre 2012) - STORIA E TRADIZIONI (35) a cura di A. Caputo


Senza Provincia, città deprivata di servizi

Il dibattito è ancora in corso, a volte acceso, a volte sembra, quasi, che vada spegnendosi come fatto acclarato e predestinato, quindi immodificabile. Brindisi provincia sarà annessa a Taranto, a Lecce o chissà chi e come? E’ un interrogativo che può disturbare i brindisini, ma che, tuttavia, è quanto mai attuale e incombente. Ci piace insistere su questo argomento (questa è la terza settimana consecutiva), perché ci sentiamo ancestralmente, storicamente e sentimentalmente legati a questo conteso territorio.


Per la Legge dello Stato, Brindisi non dovrebbe più essere capoluogo di provincia. L’articolo 17 del D. L. 95 del 2012, convertito in Legge n. 135 del 7 agosto 2012, regola il processo di riordino delle Province in un’ottica di contenimento della spesa pubblica.


Per mantenere lo status di capoluogo è necessario avere almeno 350 mila abitanti ed estendersi su una superficie territoriale non inferiore ai 2500 chilometri quadrati, cifre che Brindisi non ha.


A dispetto della sua pregressa, unica e interessante storia, questi rigorosi parametri escludono la possibilità che il Comune di Brindisi rimanga capoluogo di provincia. Di conseguenza, i comuni posizionati al limite della territorialità provinciale possono scegliere se annettersi a quella che dovrebbe essere la nuova provincia di Taranto, oppure a quella di Lecce, città che risultano essere in regola con i numeri sopra indicati.


A voler sminuzzare lo specifico, i criteri per la riduzione e l’accorpamento delle province sono stati decisi sulla base delle dimensioni sia del territorio, che della popolazione residente in ciascuna provincia, facendo riferimento ai dati dell’ultimo censimento.


Se i criteri della “spending review” (processo di revisione della spesa), che includono quelli “salva provincia”, dovessero essere confermati, la Puglia perderebbe la Bat, Brindisi e Taranto che sarebbero unite alle superstiti Bari, Lecce e Foggia.


Situazione questa che ha creato malumori su più fronti: legami affettivi, interessi politici ed economici si intrecciano in questo nuovo panorama amministrativo, ridando vita alle storiche rivalità campanilistiche tra popolazioni attigue. In particolar modo, tra i comuni brindisini, più di qualcuno non ci sta a finire “sotto” Taranto e, rivendicando un ritorno alle origini, pensano e perorano una soluzione migliore, ovvero la restaurazione di quella Terra d’Otranto che, nel 1927 fu divisa in tre province, tale soluzione, per nulla barbina, offrirebbe a Taranto, Brindisi e Lecce l’occasione di instaurare nuove sinergie, un’occasione unica che le province salentine con buon senso e sagacia potrebbero seriamente cogliere. In tal modo si toglierebbero dall’imbarazzo quei comuni che, trovandosi a limite di provincia, devono “ob torto collo” scegliere se rientrare nella nuova provincia di Taranto, oppure riversarsi verso Lecce.


Intanto, battendo i proverbiali limiti di velocità, i comuni di Cellino San Marco, Sandonaci, Torchiarolo, San Pietro Vernotico e San Pancrazio Salentino avrebbero già deciso in favore della provincia di Lecce. Indeciso e riflessivo, tra pochi altri, è il sindaco di Torre S. Susanna, dottor Costantino Galasso, che ha dichiarato: La nostra perplessità è legata al fatto che la riforma di riordino delle province non è una riforma compiuta, ma lascia molte lacune, soprattutto per quel che concerne i servizi cittadini. 


Questa riforma avrà per Brindisi un prezzo salato da pagare, difatti, quando una città riveste il rango di capoluogo può contare su qualificati Uffici governativi che hanno sede in ogni capoluogo di provincia, quali: la Prefettura, con a capo il Prefetto, Ufficio governativo il più importante del capoluogo; la Questura, con a capo il Questore, organo provinciale di Pubblica Sicurezza; la Tesoreria Provinciale con la Banca d’Italia (per la verità, a Brindisi già soppressa); l’Intendenza di Finanza; il Provveditorato agli Studi; l’Ufficio del Genio Civile; l’Ispettorato dell’Agricoltura; ecc. ecc., che di fatto non avrebbero più ubicazione nella nostra Città.


Quante aspettative, sacrifici, impegno e lavoro per assicurarsi un’accurata autonomia … accadde nel 1927; ora, alle porte del 2013, pare che ogni conquista sospirata, sofferta e legittima debba essere vanificata.


Che peccato!


Antonio Caputo

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(12 ottobre 2012) - STORIA E TRADIZIONI (34) a cura di A. Caputo


Quando Fasano rimase annessa alla Provincia

In fatto di province la partita è apertissima e regna la confusione più sovrana. Prendiamo Fasano, per esempio, comune della provincia di Brindisi, città di frontiera tra Brindisi e Bari che s’interroga sul suo imminente futuro. Se si dovesse ricorrere ad un referendum, ne siamo certi: i fasanesi entrerebbero a far parte della città metropolitana barese.


Il sindaco di Cisternino, incontrandosi recentemente con quello di Fasano ha detto: «Il destino è di unire Taranto con Brindisi e fare capoluogo Taranto. La Valle d’Itria, con i comuni di Cisternino, Alberobello, Locorotondo e Martina Franca, si muoverà verso la strada di Taranto capoluogo». 


L’assessore regionale Fabiano Amati, edulcorando un po’ il suo pensiero, dice: «Ritengo fruttuoso unire Lecce a Brindisi e Taranto, in modo che ognuna tragga beneficio dall’altra: Taranto diventerebbe capoluogo, Brindisi sarebbe cerniera tra i territori ed entrambe ne guadagnerebbero dal punto di vista turistico grazie a Lecce che godrà delle virtù portuali e industriali delle altre città».


Ha proprio ragione il presidente Massimo Ferrarese che, al momento delle sue clamorose dimissioni, ha affermato: «Brindisi mi sembra un vaso di argilla in mezzo a due vasi di ferro, e io non ci sto».


Valutazioni personali o politiche a parte, a questo punto vale la pena rispolverare un po’ di storia e osservare che il serpente che si morde la coda resta sempre una pratica attuale.


Si era nel periodo dell’immediato secondo dopoguerra, quando sorse un movimento d’opinione capeggiato da un parlamentare monarchico, l’avvocato Vincenzo Cicerone, allo scopo di ricondurre il comune di Fasano nella provincia barese. Raccolte di migliaia di firme e interventi della stampa sollecitavano il Ministro degli Interni a venire incontro ai «giusti desideri» dei fasanesi.


Brindisi non restò insensibile a questa provocazione e nello Studio Legale dell’avvocato Giovanni Caputo fu costituito ben presto un controcomitato cui aderirono gli avvocati Vincenzo Fiori, Vincenzo Guadalupi (sindaco della Costituente), Corradino Panico Sarcinella, Gabriele Marzano, Giuseppe Roma; il commercialista Salvatore Biondo; il sacerdote don Francesco Cesaria; i dottori Teodoro De Castro, ginecologo, e Vito Antonio Perrino, farmacista (in seguito Senatore della Repubblica); il cavaliere Giuseppe Stifani, assicuratore, e il professore Salvatore Bambino Guadalupi.


Il loro leader, naturalmente, era don Nino Caputo, che «sfidò» il collega Cicerone in un pubblico contraddittorio nell’ambiente, a dir poco ostile, di Fasano.


Giovanni Caputo, all’epoca consigliere della deputazione provinciale, enumerò le tante opere realizzate dalla Provincia di Brindisi a Fasano, ricordando e rimarcando, tra le altre cose: il piano di viabilità e quello regolatore, il rilancio turistico e la sistemazione dell’antica Egnatia.  


I numerosi ed interessati presenti, mentre ascoltavano la vibrante prolusione dell’avvocato Caputo, tramutarono i primi moti di avversione nei suoi confronti in apprezzamento talmente lusinghiero che sfociò in un applauso fragoroso. In seguito, alcuni autorevoli membri del Governo nazionale, sensibilizzati dall’avvocato brindisino, scoraggiarono definitivamente le mire secessionistiche dei fasanesi. Fu un confronto di idee, anche vivace, a cui «don Nino» avvocato che «credeva» nella sua professione, non si sottrasse e in quella occasione alla città di Brindisi arrise una sofferta, ma bella vittoria. Lionello Maci, nel suo Personaggi brindisini Volume 2°, dà un ampio resoconto dell’accaduto.


Acqua sotto i ponti ne è passata molta ed ora sembra essere tornati al punto di partenza: Fasano è tra l’incudine di Lecce e il martello di Taranto che, sornione, sembrano giocarsi a dadi il destino di Brindisi, del suo porto e della sua provincia.


Restiamo in attesa che una voce coraggiosa, come quella dell’avvocato Caputo, sia capace di riportare ordine in un territorio che sembra essere destinato alla  frammentazione, per soddisfare appetiti non troppo sani, a dispetto della sua storia, della propria vocazione e di quegli uomini che, soffrendo, hanno lasciato, seppur dai più ignorate, le loro indelebili impronte.

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(5 ottobre 2012) - STORIA E TRADIZIONI (33) a cura di A. Caputo


E Brindisi diventò capoluogo di provincia

Il capodelegazione per Brindisi Capoluogo di Provincia, Onorevole Avvocato Ugo Bono, con quel che oggi sta accadendo (… si aderisce a Taranto, macchè a Lecce, rinverdiamo la vecchia Terra d’Otranto, si appartenga al territorio della Diocesi di Oria ecc.) certamente si starà rivoltando nella tomba. Crediamo che non faccia male, a questo punto, rinfrescare un po’ di storia che ci riguarda tanto da vicino e che è bene conoscere e non ignorare.


Il 2 gennaio 1927, la Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia riportava che Brindisi, per volere del Capo del Governo, Benito Mussolini, era stata decretata Capoluogo di Provincia.


Ancor prima della ufficialità del decreto, il 6 dicembre 1926, il Sindaco di Brindisi, Serafino Giannelli, riceveva il seguente telegramma: Consiglio Ministri deliberato elevare nostra Brindisi capoluogo di provincia Stop Abbracciati - Bono.


Solo due giorni dopo, quindi in data 8 dicembre 1926, festività dedicata alla Madonna Immacolata, i magistrati e gli avvocati di Brindisi, convinti delle premure e del buon lavoro svolto, indirizzavano alla Camera dei Deputati, al concittadino Onorevole avvocato Ugo Bono, un telegramma di plauso dove facevano riferimento a quanto fosse stata produttiva e preziosa la cooperazione del parlamentare brindisino, perché la città fosse stata elevata a capoluogo di provincia.


Ora, poteva prendere corpo il progetto annunciato già dal 1923, quello, cioè, di prescegliere Brindisi quale sede per il Monumento al Marinaio d’Italia. Ecco, allora, che quasi all’indomani della storica decisione per Brindisi e il suo avvenire, in data 15 gennaio 1927, l’Onorevole avvocato Ugo Bono capeggiava la delegazione recatasi a Roma per sollecitare la realizzazione dell’erigendo Monumento al Marinaio, ma anche per interessare il Capo del Governo italiano al problema delle rapide comunicazioni con la capitale e per sollecitare la bonifica integrale di certe zone malariche.


La delegazione guidata dal Bono fu ricevuta dal Presidente del Consiglio, Benito Mussolini, che rivolse ai convenuti un breve discorso e, a proposito di Brindisi, tra le altre cose, disse: Brindisi andava fatta provincia per vari motivi: per meriti acquisiti dalla città durante la guerra mondiale, per cui Brindisi vedrà sorgere il Monumento al Marinaio d’Italia; perché il suo porto, conosciuto da tutti i naviganti del mondo, è ritenuto il più sicuro di tutti i mari e di tutti gli oceani; perché Brindisi è destinata ad un’alta missione per la nostra espansione ed infine perché Brindisi, potente al tempo dell’impero romano, dovrà ritornare al suo antico splendore, per questo pur avendo delle probabili eclissi nella sua storia, mai potrà piombare nelle tenebre della notte.


La città di Brindisi, assurta finalmente a capoluogo di provincia, con il dottor Ernesto Perez primo Pefetto e il dottor Umberto Balestrino commissario prefettizio della città, vide sorgere per gradi: il Liceo Classico, l’Istituto Tecnico Commerciale, il Collegio Navale, due Scuole Elementari, gli Uffici Giudiziari dell’Intendenza di Finanza, il Monumento al Marinaio d’Italia, l’O.N.M.I. (Opera Nazionale Maternità Infanzia), il Laboratorio d’Igiene e Profilassi, il Consorzio antitubercolare, la Rete fognante e l’ampliamento dell’Acquedotto, il Monumento delle Ancore di Piazza Cairoli, alloggi popolari, mentre si provvide, inoltre, alla sospirata bonifica delle zone malariche e al ripristino della banchina del porto che era stata messa sossopra dai pesanti convogli militari durante la Prima Guerra Mondiale; inconsapevolmente si ponevano le basi per una Provincia ed una Città che dopo qualche tempo sarebbe stata elevata, pur per soli 150 giorni, al ruolo di Capitale.


La storia è storia e pur nella considerazione delle altrui idee va tuttavia conosciuta e rispettata. Brindisi Capoluogo di Provincia ebbe provvidenze tali, tanto da porla all’attenzione dell’intera Nazione, chissà se la conclamata vanificazione della provincia possa oggi apportare delle attive provvidenze per Brindisi, antica e meritora città adriatica, … ne dubitiamo!

Antonio Caputo

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(28 settembre 2012) - STORIA E TRADIZIONI (32) a cura di A. Caputo


Quando esplose la «Benedetto Brin»

E’ ormai da un quarto di secolo, quando cade la ricorrenza dell’esplosione in porto della nave ammiraglia della Regia Marina «Benedetto Brin» che, puntualmente, riporto le fasi salienti del tragico accaduto, nella mai sopita speranza che l’Amministratore di turno possa leggere la dolorosa cronaca e prevedere una degna commemorazione annuale. Da parte mia, mi dico disponibile a far visionare tutto il materiale in mio possesso, raccolto in questi lunghi anni di appassionata ricerca.


Quel lunedì 27 settembre 1915, a Brindisi, si profilava una splendida giornata di sole. Sulla banchina di via Regina Margherita un buon numero di persone si era assiepato per assistere al rito dell’alzabandiera. Al lungomare era ormeggiato l’incrociatore Vittor Pisani con alcune unità dello Stato Maggiore della Marina. Le corazzate erano sistemate nell’avamporto, mentre tra il canale Pigonati e Forte a Mare erano ancorate la «Dante Alighieri», la «Nino Bixio», la «Emanuele Filiberto» e la «Benedetto Brin» (14mila tonnellate di stazza), che era alla fonda nel porto medio, all’altezza di quella che poi diventò la spiaggia di Fontanelle e poi Marimist.


Alle otto in punto, la cerimonia dell’alzabandiera fu eseguita sulle note della Marcia Reale, era poi consuetudine che la conclusione avvenisse al suono di una vivace marcetta, e fu proprio in quel momento che avvenne il cataclisma. Potente, furiosa, tragica, l’onda d’urto seminò disperazione e morte tra l’equipaggio della «Benedetto Brin», saltata per aria. Il bilancio in vite umane fu disastroso, il numero delle vittime fu di 456 uomini: 433 marinai e 23 ufficiali, tra questi ultimi il contrammiraglio Ernesto Rubin de Cervin e il capitano di vascello Gino Fara Forni, comandante della nave.


Si era in periodo di guerra e si diffuse subito la notizia del vile attentato, ma ogni varco di accesso sottomarino al porto di Brindisi era ostruito da una rete metallica, costantemente controllata, tenuta tesa da galleggianti. La rete fu accuratamente ispezionata da esperti palombari che ne accertarono e testimoniarono l’assoluta integrità. Tra la ridda delle varie ipotesi, la Divisione Generale di Artiglieria e Armamenti del Ministero della Marina di Roma prese in considerazione una lettera manoscritta del comandante Forni, datata 4 luglio 1914 - Prot.2927/Ris., che denunciava la «Deficienza di ventilazione e di refrigerazione della Santabarbara», posta, peraltro, nelle immediate adiacenze del vano motori. Si stabilì anche che nel deposito munizioni vi era la partita n. 29 di balistite, esplosivo potentissimo composto da nitroglicerina e cotone collodio in parti uguali, fragorosissima nello scoppio, con la caratteristica di bruciare senza fumo. E si pensò quindi ad un più che probabile processo di autocombustione. 


Furono aperte quattro inchieste, ministeriali e militari, che non chiarirono nulla; fu escluso il dolo, furono esclusi il sabotaggio e l’avaria occasionale; si ventilò con toni smorzati l’attentato, ma si scrisse chiaramente che: «L’esplosione è avvenuta in seguito a qualche imprudenza di coloro che, per servizio, dovevano in quell’ora trovarsi in santabarbara, o per combustione spontanea degli esplosivi, tuttavia nessuno può fornire chiarimenti: i testimoni sono tutti scomparsi e gli esplosivi distrutti». Un modo originale e sibillino per archiviare l’infausto evento.


Esplicativa la testimonianza dello storico don Pasquale Camassa che, in una sua corrispondenza scrisse: Nessuno sapeva nulla di preciso di cosa fosse successo. Un cordone di marinai tratteneva a stento i civili con lo sguardo diretto verso il Canale Pigonati, ma una fitta nebbia impediva di vedere qualcosa.


Tutto il popolo in un istante fu sulla banchina del porto. Sul volto di ciascuno si leggeva la profonda commiserazione per le vittime dell’immane disastro.    


Sta di fatto che, a 97 anni dall’evento, Brindisi continua pervicacemente a dimenticare il tragico «affaire Brin»; non è difficile immaginare che in altre città annualmente ci sarebbero state importanti manifestazioni di livello nazionale. Qui nulla. Per le innocenti 456 vittime continua l’oblio assoluto!

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(21 settembre 2012) - STORIA E TRADIZIONI (31) a cura di A. Caputo



I conventi del riscatto cittadino

Alla caduta dell’Impero d’Occidente, Brindisi seguì le sorti della Puglia, subendo numerose scorrerie da parte dei Saraceni che la distrussero quasi del tutto; fu soltanto intorno al X secolo, quando nell’Italia meridionale cominciarono a sorgere insediamenti benedettini che, anche a Brindisi, si ricominciò a vivere.


Di monachesimo nella città di Brindisi si trova traccia tra il 1219 e il 1220, quando, secondo Padre Bonaventura da Lama, San Francesco, ritornando dal viaggio in Terra Santa, sarebbe sbarcato ad Otranto e da qui avrebbe percorso per intero la Puglia, da Sud a Nord. La sosta del Santo di Assisi a Brindisi fu divulgata da Padre Bonaventura da Lama, per giustificare, nella città adriatica, l’introduzione dei «Padri nella Riforma di San Francesco» cui egli stesso apparteneva e che ebbero la loro prima sede nel convento attiguo a Santa Maria del Casale. Il luogo sembra non essere casuale, poiché Francesco, in viaggio, evitava accuratamente il «chiasso» cittadino e soleva dimorare presso cappelle extraurbane e proprio nell’antico borgo del Casale sorgeva, già anteriormente al 1300, una cappella votiva con l’icona bizantina della Vergine.


Il luogo era parte di quel mondo rurale dove i Francescani trovarono tanti consensi, anche se poi la missione di San Francesco si è svolta e sviluppata, oggi diremmo, nella «società civile» e mai distante ed isolata dalla incipiente quotidianità.


Riferisce il professor Giacomo Carito nel suo studio: San Francesco d’Assisi nelle leggende pugliesi che: «Con la nascita degli Ordini mendicanti terminava il predominio dei Benedettini e si apriva una vita religiosa corrispondente ad una società nuova e diversa, in cui il feudalesimo veniva via via sopravanzato da quello borghese popolare; si apriva, di fatto, una nuova e complessa problematica relativa ai  valori mondani, compreso il possesso dei beni».


I frati minori osservanti di San Francesco dimorarono in Santa Maria del Casale dal 1568 al 1589, quando s’insediarono i frati Minori Osservanti Riformati  che ebbero in Terra Salentina il loro primo convento. La prima preoccupazione di questi religiosi fu quella di ristrutturare le celle del piano superiore ormai ridotte a pochi metri quadri, con piccole finestre.


Negli anni dal 1635 al 1638, i frati completarono il chiostro e, in stile col discutibilissimo gusto dell’epoca, deturparono la chiesa, coprendo i notevoli affreschi con calcina, «arricchendola» con altari barocchi, alterando l’equilibrio artistico, pittorico, architettonico della primitiva chiesa voluta da Filippo I d’Angiò e da sua moglie, l’imperatrice Caterina di Valois, verosimilmente tra il 1322 e il 1346, periodo della sua edificazione.


La presenza dei Padri Riformati in Santa Maria del Casale durò fino al 1811. I francescani tornarono nel 1824 e cercarono di riparare i gravissimi danni che erano stati dappertutto perpetrati.


Nel 1875, l’antico complesso fu dichiarato monumento nazionale, su giusta e pressante proposta dell’archeologo, monsignor Giovanni Tarantini, un brindisino davvero illustre, al quale va il merito di aver reso a Brindisi una civica istituzione museale, oltre che la salvaguardia di numerosi monumenti esistenti in città. A partire dal 1910 si tentarono i primi restauri, con i mezzi e i metodi dell’epoca. Il secondo conflitto mondiale non mancò di procurare danni alle vestigia della stupenda chiesa che, ubicata nei pressi dell’aeroporto, fu purtroppo adibita a deposito militare.  

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(14 settembre 2012) - STORIA E TRADIZIONI (30) a cura di A. Caputo


La storia pregressa della città di Brindisi annovera fatti e personaggi di grande rilievo. Tra coloro che per vari motivi fecero tappa a Brindisi non è possibile ignorare l’arrivo nel dicembre 1931 dal Mahatma (grande anima) Gandhi, apostolo della non violenza, uomo politico indiano. Nel suo grandioso progetto di pacificazione fatto di contatti, viaggi, incontri, perseguito con tenacia che, tra l’altro, prevedeva l’indipendenza dell’India dall’Inghilterra, toccò anche il porto di Brindisi, per imbarcarsi sul piroscafo «Pilsna», con una folta schiera di amici e parenti che lo accompagnavano, tutti con biglietto di quarta classe adatto per dormire sul ponte, attorcigliati in una coperta scura, di lana, di tipo militare. Brindisi, oltre a Gandhi, ospitò anche Devadas, suo figlio, insieme ai diplomatici indiani che seguivano dappertutto il Mahatma: Mahadev Desaj, Pyrelal, Bernard, Miraben e Shamrao. Qualcuno nel porto issò un cartello con su scritto: viva Gandhi.

E fu proprio nel porto che fece la sua comparsa don Pasquale Camassa (foto a destra), alias «Papa Pascalinu». Al noto storico e anfitrione brindisino, Gandhi apparve rannicchiato nel suo bianco manto; egli, capo di un immenso popolo, era tranquillo e piccolissimo. Dietro le spesse lenti che inforcava, la benevolenza e una vena di «humour» rischiaravano due grandi, attentissimi e vivaci occhi bruni. Don Camassa gli si fece incontro per esternargli la sua ammirazione e alla richiesta da parte «dell’apostolo della non violenza» di un bicchiere per raccogliere e bere il latte che, di tanto in tanto, gli forniva la capra che con lui viaggiava, il canonico brindisino gli porse una coppa di epoca romana.


A proposito di ciò, il professore Alberto Del Sordo, nel suo libro «Ritratti brindisini» (1983), afferma: «Della sosta a Brindisi e dell’incontro con il Camassa, Gandhi dovette, senza dubbio, parlarne in patria se è vero che, tempo dopo, una coppia di giovani indiani giunti nella nostra città fece visita al Museo ‘Ribezzo’, per rintracciare e fotografare quell’inusitato, storico recipiente in cui il Mahatma aveva bevuto».


Per tornare all’incontro di Gandhi con la città di Brindisi, c’è da dire che, dopo una breve sosta, quell’uomo minuto, ma grande di animo, cuore e cultura, s’imbarcò sulla già predestinata motonave per raggiungere Bombay, tuttavia, la notizia della sua presenza si era diffusa a macchia d’olio e i brindisini, sensibili al mito e al fascino che un tal personaggio emanava, invasero letteralmente il molo d’attracco al porto, in modo pacifico ed entusiastico, ma tanto bastò per far ritardare addirittura la partenza del piroscafo. 


Secondo le cronache e gli scritti dell’epoca, si trattò di una scena indimenticabile: la sirena urlava acutamente, sulla banchina due «giganti» inglesi, rosei e paffuti, agitavano i loro fazzoletti commossi fino alle lacrime. E pensare che quei due energumeni, poliziotti di Scotland Yard, erano stati posti dalla Casa Reale inglese come addetti alla stretta sorveglianza di Gandhi, per controllare ogni sua mossa; costoro, però, si erano legati al personaggio spinti da un’incondizionata stima e un affetto sincero. Una dei due, da aguzzino che doveva essere, si trasformò in umile servitore, difatti salì sulla nave e sistemò con estremo garbo il gramo bagaglio di Gandhi: una coperta, un cuscino e un po’ di biancheria.


Quando il 30 gennaio 1948 si sparse la voce che un fanatico indù aveva assassinato il «profeta indiano», per tutta Brindisi ci fu un compianto generale, la dottrina del Mahatma fondata sulla non violenza e sul valore spirituale del lavoro, oltre che ammaliare don Pasquale Camassa, aveva anche coinvolto emotivamente i brindisini che non dimenticarono quando nel dicembre 1931, sulla banchina del porto, umilmente, Gandhi aveva bevuto un sorso di latte in una antica, romana trozzella.

Antonio Caputo 

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(7 settembre 2012) - STORIA E TRADIZIONI (29) a cura di A. Caputo


Nella monumentale, celebrata, bella e affrescata chiesa di Santa Maria del Casale è risaputo che il giorno 8 settembre di ogni anno si festeggi la Natività di Maria (Maria Bambina); anticamente per tale ricorrenza, a partire dal giorno precedente a quello di vigilia, si snodava una processione di devoti, con particolari modalità.

Frate Andrea Della Monaca, così riferisce: «Il cammino ordinario che si fa per andare alla detta devozione, e al Monastero dei Padri, parte è per mare e parte è per terra; per mare perché bisogna passare tutta la larghezza del corno destro del porto interiore, che è di 250 passi, per il che vi sono molte barche in quel giorno ornate di tendali, e per fine di condurre e di ricondurre le genti dall’una all’altra riva, aggiungendosi per maggior diletto degli spettatori la vista dell’emulazione grande che è tra i marinari, ch’in voga arrancator s’affatigano gli uni per superare gli altri nella prestezza del viaggio e per maggior guadagno».

Sta di fatto che una volta che i pellegrini avessero toccato la banchina del Casale, ecco svolgersi il percorso via terra, infatti costoro dirigevano i loro passi verso la chiesetta del Cristo de lo passio e lì sostavano per meditare sul mistero della morte che pone fine alle velleità umane (la chiesa di proprietà della famiglia Guadalupi aveva - ed ha - degli affreschi riferiti alla passione di Gesù Cristo). Dopo tale meditazione si riprendeva il    cammino verso Santa Maria del Casale per pregare la Vergine, affinché tutti fossero stati scampati da dispiaceri e avversità, ma soprattutto dai micidiali naufragi e comunque da qualsiasi incidente a causa del mare.

Nelle immediate adiacenze della chiesa si svolgeva una grande fiera che incentivava l’afflusso della popolazione che mescolava il sacro col profano. Tale fiera durava otto giorni ed era famosa perché raccoglieva molti mercanti forestieri.

Le riunioni per commercio all’ombra di un campanile o di un castello feudale dove gli accorsi trovavano adeguata protezione era cosa risaputa, poiché coloro che avessero turbato la pace del mercato sarebbero incorsi in particolari e severe pene. E’ lecito pensare che a Brindisi le fiere costituissero un evento importante: erano il mezzo più pratico di commercio dei prodotti della campagna o delle opere dell’artigianato locale e non pochi benefici ne traeva l’intera collettività.

Per ragioni economiche i forestieri venivano tutelati in misura maggiore, rispetto ai locali, sia che partecipassero come commercianti, sia che partecipassero come acquirenti. Contrariamente a quanto era accaduto nei secoli XIII e XIV, quando, invece, erano state emesse leggi avverse ai mercanti forestieri, mentre per quelli residenti vigeva un accentuato protezionismo. Solamente dopo il sec. XV si comprese che la presenza dei forestieri e la fluttuazione del denaro non potevano che apportare ricchezza e benessere alla comunità locale.

Veramente redditizia era poi la concessione degli spazi pubblici agli ambulanti che intervenivano alla fiera, in quanto erano tenuti al pagamento di un’imposta che veniva interamente devoluta ai bisogni della cittàNella fiera di Santa Maria del Casale che cadeva dopo la mietitura e la raccolta dei fichi venivano perlopiù commerciati animali utili per le fatiche di campagna, attrezzi di lavoro e indumenti invernali per far fronte alle intemperie invernali.

Il buon andamento delle contrattazioni veniva controllato dai famosi Mastri Mercato che cercavano di appianare qualunque questione fosse insorta durante le concitate contrattazioni di compravendita. La famosa e grande fiera di Santa Maria del Casale si perpetuò fino all’inizio del  secolo XIX.

Le cronache storiche non ci forniscono notizie di altre fiere che, in periodi successivi, si siano svolte a Brindisi, in spiazzi antistanti le chiese.

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