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ZONA FRANCA a cura di Giorgio Sciarra
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(25 ottobre 2013) - Transenne & C. - Metamorfosi


ZONA FRANCA - Opinioni in libertà di Giorgio Sciarra

Transenne & C. - Sui social network, in merito al problema delle transenne e dei jersey posti sulle banchine del lungomare, si sono sollevati unanimi cori di protesta che non hanno avuto alcuna soddisfazione o segni di attenzione ... e non risulta siano stati forniti chiarimenti. Eppure questa Amministrazione e il sindaco hanno sempre mostrato particolare attenzione verso il popolo telematico. L’unico «elemento» che sembra aver prestato una certa considerazione a queste proteste è stato il forte vento di maestrale di alcuni giorni fa che, forse per condivisione, ha fatto cadere in mare alcune transenne, poi recuperate con l’intervento dei vigili del fuoco e l’impiego di una gru. Un impiego di mezzi, sicuramente dispendioso - chissà per chi - che certo era spropositato se rapportato al valore delle transenne poste lì per poco chiare ragioni di sicurezza.

Da sempre il lungomare è stato libero da qualsivoglia «barriera» tanto era, ed è, naturale passeggiare sulle banchine, tant’è che non vi sono impedimenti simili nelle altre città marinare, tant’è che non esiste alcuna norma specifica che preveda questo genere di intervento. Ma chissà perché a Brindisi si è deciso di porre un sistema di sicurezza per impedire a chi passeggia di cadere in acqua, una sorta di «respingimento» anti suicidi. Un qualsiasi sistema (transenne, jersey o altro) non potrà che raccogliere, dal punto di vista estetico, la medesima disapprovazione. Del resto, se davvero esistesse una norma in tal senso sarebbe stato doveroso prevederla e applicarla nel progetto di riqualificazione stilato pochi anni fa e da poco realizzato, ma così non è stato, quindi ….

Ma a Brindisi la logica pare essere andata in esilio: sono passati pochi mesi dalla consegna dei lavori che già si rimette mano, come è accaduto nella mattinata di mercoledì 23 ottobre: operai al lavoro alacremente per bucare le basole appena sistemate e piazzare dei paletti che, dalle prime informazioni (se veritiere), dovrebbero servire per evitare il parcheggio, dimenticando che per questo e per altro esistono delle regole e per indicarle esiste una cartellonistica e per il loro rispetto ci sono i vigili urbani.

Non si è in grado di attuare dei controlli? Non si vogliono assumere responsabilità? Beh, ma per questo non possiamo certo rinchiudere i cittadini in inferriate o disseminare la città di paletti o barriere varie vanificando, per altro, ogni riqualificazione.

Metamorfosi - E’ preferibile non commentare la proposta, in merito alla TAP, di uno dei tanti Meet-Up brindisini targati 5 stelle che sembrano più aspiranti alla partecipazione della famosa trasmissione televisiva «La corrida» che altro. Non si può dire altrettanto delle dichiarazioni del segretario regionale del PD, Sergio Blasi, che dovrebbe avere tutt’altra impostazione e responsabilità politica ma che sembra fulminato da una particolare forma della sindrome del Nimby. Non a caso gli risponde la neodeputata Elisa Mariano giudicando l’idea di dirottare il terminal del gasdotto TAP a Brindisi come una «idea malsana» ed etichettando in egual modo la visione dell’assessore regionale Leo Caroli che auspica un atteggiamento più soft e possibilista sull’eventualità di bruciare rifiuti nella centrale Edipower. La Mariano sotterra l’ascia di guerra e dice (sul suo profilo facebook) che lotterà con tutte le sue forze per ribaltare «questa idea malsana e regressiva».


Tralasciando la questione TAP, non c’è dubbio che a Brindisi l’affare del momento è lo smaltimento dei rifiuti nelle sue tante pittoresche denominazioni sia nella centrale A2A/Edipower sia nella Termomeccanica. La tutela dei lavoratori è la foglia di fico che maschera questa realtà e questo lucroso affare. Quando Edipower ha presentato in Prefettura il proprio piano industriale, non ha avuto imbarazzo ad affermare che il piano presentato «potrà fornire un importante contributo alla chiusura del ciclo ambientale pugliese, in linea col nuovo Piano Regionale dei Rifiuti». Sono dichiarazioni eloquenti che sarebbero bastate a riaffermare un netto diniego e non a porre la domanda di chi dovrebbe pagare per il conferimento dei rifiuti se i Comuni a Edipower o viceversa. Non credo che la risposta a questo inopportuno e inutile quesito possa mettere in discussione le tante dichiarazioni di alcune forze politiche e dello stesso sindaco. Infine l’Edipower ritiene opportuno ricordare che ha «sempre accettato gli inviti provenienti dal territorio per discutere il progetto messo a punto per la centrale di Brindisi». Non sembra che sia così visto che gli inviti ufficiali sinora sono stati chiari: chiudere e bonificare Brindisi Nord. Quindi o sono sordi o vi sono dei pourparler ufficiosi e ignoti.


Spetta alla politica decidere i destini di un territorio e tracciarne lo sviluppo e può, anzi ha il dovere di rifiutare tutto ciò che si frappone e ostacola questo intendimento. Ripeto, è un compito della politica -  ma con la P maiuscola - evitare la metamorfosi di questa città da MarlboroCity a MondezzaCity (© Marcello Orlandini).

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(20 settembre 2013) - Spettacolo e politica, polemiche circensi!


ZONA FRANCA - Opinioni in libertà di Giorgio Sciarra

Il sindaco Mimmo Consales ha sempre mostrato e dimostrato una particolare sensibilità - cosa che gli fa onore - verso gli animali istituendo dog-park e vietando che durante le feste patronali se ne facesse mercato. Sono azioni legittime che indicano un chiaro segno di civiltà. E’ una convinzione talmente radicata da portarlo ad eccedere, come nella battaglia che ha intrapreso per evitare che i circhi, con la presenza di animali, si esibiscano a Brindisi. E’ arcinota la sequela che ha contraddistinto questa presa di posizione: ordinanza, ricorso al Tar con vittoria da parte dei circensi, manifesti del circo imbrattati e quelli del sindaco che non danno il benvenuto al circo in città. Su questo argomento ognuno può pensarla come più gli aggrada, ma le leggi nazionali non proibiscono l’arte circense, semmai i maltrattamenti verso gli animali ed è su questo che si dovrebbe sorvegliare. Se poi Consales vuol muovere guerra ai circhi, eviti di trascinare l’Amministrazione in una improbabile avventura giudiziaria ma si impegni politicamente acchè il parlamento legiferi nel senso che ritiene giusto. Questa città vive altro genere di problematiche che dovrebbero avere la priorità.    


Ma parliamo di un altro circo, molto più dannoso, quello che gira intorno alla politica, dei politicanti: questo sì che dovrebbe essere bandito. Come definire altrimenti, se non «circo», quei poteri che danzano sulle spoglie del nostro porto? Di fronte alla concreta possibilità di essere chiamati personalmente a rispondere del loro voto (e a pagare di tasca propria), i componenti del Comitato Portuale hanno dapprima bocciato il bilancio 2012 dell’Ente e rinviato, per ovvie questioni di opportunità, il punto dell’odg relativo alla contestata nomina del segretario generale. La riunione ha registrato prima e dopo il suo svolgimento molte dichiarazioni spesso contraddittorie, tra cui quella più eclatante, alla luce di quanto segue, è quella che afferma la completa estraneità del PD alla nomina del segretario. Si dice che il diavolo fa le pentole ma non il coperchio …


Mauro D’Attis si ferma nell’Hotel Tiziano di Lecce e ascolta una conversazione telefonica che, poi, posta sul proprio profilo di Facebook:


«Sono le 10.41. Appena uscito dall'Hotel Tiziano di Lecce per un caffè al volo. Indovina chi ti incontro? Blasi, segretario regionale del PD, e Casilli. Loro ovviamente non mi conoscono. Aspetto il caffè. Blasi a voce alta parla al telefono. All'interlocutore chiede informazioni visto che oggi c'è il comitato. E poi dice: una cosa è il bilancio e si può votare contro. Tenete la posizione ferma sul segretario. Parla evidentemente il Brindisi e di Casilli. Dilettanti allo sbaraglio. Peccato però che giocano con la nostra pelle».


Il segretario regionale del PD, Sergio Blasi, risponde in una nota che «non sapevo nulla che in Comitato si sarebbe discusso del bilancio, né è compito del segretario regionale di un partito sostenere la candidatura del segretario generale dell’Autorità portuale. I partiti non devono entrare in queste cose» e chiude con una stoccata a D’Attis consigliandolo «di leggere ‘Il giorno della civetta’ dove vi è la distinzione tra uomini, mezzi uomini e quaquaraquà. Poi, se veramente ha ascoltato quello che dice, allora andasse dal magistrato e non ai giornali». Non credo che D’Attis vada in giro col registratore. Va comunque detto che nella desolazione generale la presa di posizione più «coraggiosa» e netta è stata quella del segretario cittadino Antonio Elefante, che comunque mostra quale scollamento ci sia nel PD e che alcune decisioni vengono prese tra pochi detentori del potere sulla testa di alcuni dirigenti, dei propri iscritti e dei cittadini. Ovvio che le critiche mosse al PD valgano anche per il PDL, non è esente da eguali responsabilità avendo operato le medesime scelte con l’identico criterio. E forse gli appetiti sono tanti e tali, anche per i lauti stipendi delle due cariche più significative dell’Ente, che probabilmente il modo per limitare l’appetibilità di queste poltrone sarebbe quella di dimezzare gli stipendi.


La situazione rimane grave. Di fronte a tale manifesta sfiducia, Hercules Haralambides ha dichiarato che non ci pensa proprio a dimettersi e Consale, di rimando, dichiara che cercherà di unire tutte le forze del territorio per chiedere al ministro Maurizio Lupi di commissariare l’Ente. Una chiara mozione di sfiducia, un ulteriore periodo di stallo per il nostro porto. Una cosa è certa, non c’è e non è più tempo di lottizzazioni né di coltivare orticelli personali o di portare avanti interessi di parte. Il porto è un bene di tutti, se funziona può produrre ricchezza per molti, viceversa quei pochi che l’hanno distrutto saranno padroni del nulla.


Destra e sinistra dopo essersi intestati continui fallimenti facciano assieme gli interessi di tutti scegliendo manager capaci in grado di risollevare le sorti del porto. Sarebbe l’unico caso in cui le «larghe intese» sarebbero ben viste. 

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(13 settembre 2013) - Tutte le Ā«barriereĀ» del porto di Brindisi


Porto/Autorità - La scorsa settimana abbiamo riportato  le dichiarazioni di Mauro D’Attis e l’immediata replica del sindaco Mimmo Consales riguardo le «manovre» in danno del nostro porto con la soppressione dell’Autorità portuale e il conseguente e probabile accorpamento a quella barese. Preoccupazioni che non possono né devono essere prese sottogamba anche a seguito della nota del presidente Hercules Haralambides che, inserendosi in questa «discussione», esclude una volontà e un progetto a livello nazionale affermando però che «esistono forti interessi regionali e locali che si adoperano costantemente e strategicamente verso la direzione descritta da D’Attis». Il presidente Haralambides collega questo perverso disegno con «la guerra in atto contro di lui» e col voler continuamente definire, da parte di «certa stampa», il porto di Brindisi come morto poiché dice che «un porto «morto» è molto più facilmente assorbibile da un altro …». Excusatio non petita? Non ho nulla contro qualunque presidente, sono poco attratto dalle sorti di Haralambides ... molto, invece, da quelle del «mio» porto poiché rappresenta una grande opportunità economica per il territorio. Di fronte a questa serie di dichiarazioni, le preoccupazioni perdono i contorni opachi del sospetto prendendo invece quelli netti di una cupa attendibilità anche se aleatoria dal momento che tutti gli interessati non danno consistenza alle loro dichiarazioni indicando in modo chiaro chi trama contro il nostro porto: nomi e cognomi, gruppi di potere, indizi certi sarebbero obbligatori perché questo è un problema che necessita non solo di chiarezza ma anche di un forte senso di responsabilità.

Il porto di Brindisi non è certo morto, ma nessuno può avanzare obiezioni sul suo stato di profondo stato comatoso; questa situazione è nei fatti e le responsabilità - non le ripeto perché annoierei me stesso - sono arcinote, dette e ridette. Ciò non vuol dire, come più di qualcuno si affanna a sostenere che siccome l’Autorità portuale non funziona tanto vale abolirla. E’ un ragionamento straordinariamente errato, per certi versi strumentale, utile appunto alle trame di cui sopra. Se una struttura non funziona non si elimina, si fa semplicemente funzionare. Come? Mettendo le persone giuste al posto giusto è una logica tanto banale quanto vecchia come il cucco. Solo che bisogna capire quali sono gli interessi ultimi dei «manovratori» che, però, capiremo quanto prima con la scelta del segretario generale. Sarà individuata una figura competente e con comprovata esperienza portuale? O invece la scelta cadrà sull’amico di …. ben visto anche da …, cui bisogna necessariamente trovare, per comprovata fedeltà, una poltrona?


Porto/barriere - Il lungomare non è più un cantiere, i lavori sono terminati. Continuano però a rimanere, in modo ingiustificato, le transenne per tutto il suo percorso. Si dice che saranno sostituite da una qualche «barriera» la cui forma e realizzazione è in gestazione e viene giustificata da presunti motivi di sicurezza. Sicurezza, già. La prima a voler porre delle barriere sul lungomare è stata l’Autorità portuale che nel progetto di «lavori di completamento delle infrastrutture di security nel porto di Brindisi» aveva previsto dei «pannelli in lamiera stirata in acciaio corten, con maglia di dimensioni inferiori ai 4×4, ancorati su muri in cemento armato e da setti in cemento armato prefabbricato …». In pratica un lungo «muro» - dall’ex stazione marittima sino alle vicinanze del bar Betty -, una vera e propria separazione tra la città e il mare. Questa «separazione» fu giudicata una bruttura anche dal presidente dell’ente portuale e venne stralciata dal progetto concedendo ampia ragione alle innumerevoli proteste che aveva suscitato. Rimarrà sempre il mistero come mai sia potuto accadere che un tale irrazionale obbrobrio non sia stato valutato tale in tutti gli anni in cui tecnici del comune e dell’ente portuale si sono incontrati per le varie conferenze di servizio sul tema.


Ritornando alle attuali provvisorie transenne, confesso un «peccato»: aver pensato seriamente di recarmi di notte sul lungomare e «spingerle» in mare, eliminando una disarmonia che deforma quello che vuole essere il cosiddetto salotto buono. Si sa, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e spero che il solo avere ipotizzao tale azione non costituisca un reato.


Non riesco a immaginare quali siano i motivi di sicurezza che possano giustificare la realizzazione di una qualche barriera là dove da sempre nessuno ha intravisto la necessità di porla. Non credo che in altri porti si stiano ponendo gli stessi problemi che qualcuno si pone a Brindisi nel collocare qualsiasi genere di barriera lungo le banchine. 


La cosa certa è che ciò solleverà un mare di proteste e di dissensi. E quali convenienze vi siano nel realizzarle non si capisce davvero!

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(6 settembre 2013) - Futuro del porto di Brindisi, ennesimo allarme



«E’ in atto un disegno politico trasversale ed esterno a Brindisi per declassarne il porto e fare in modo che l’Autorità portuale, in un piano di ridimensionamenti nazionale, sia annessa a quella di Bari. Ci sono tanti elementi riscontrabili nei piani e nei programmi regionali e nazionali ma anche in svariate dichiarazioni, che fanno intendere l’interesse di affossare Brindisi in nome dell’approccio al ‘sistema dei porti’ e che in pratica determinerà la riduzione delle autorità portuali pugliesi a due (Bari e Taranto) con Bari candidata ad assorbire Brindisi. E’ un allarme che lancio a tutte le forze politiche del territorio, compresa la mia, e ai vari rappresentanti istituzionali, compreso anche Haralambides. Mentre a Brindisi si consumaano le polemiche, fuori stanno decidendo il nostro futuro ma in peggio». Questo allarme Mauro D’attis l’aveva lanciato già nel corso dell’ultimo Consiglio comunale e lo ha ribadito con un comunicato stampa (4 settembre) per denunciare la «condanna» che incombe sul porto di Brindisi. Nella stessa giornata immediata replica del Sindaco di Brindisi Mimmo Consales: «Qualsiasi disegno penalizzante nei confronti del porto di Brindisi vedrà la nostra ferma opposizione e in questa battaglia non ci sarebbero diversità di carattere politico. Non accetteremo mai un declassamento del nostro porto perché ciò determinerebbe gravi ripercussioni per il suo futuro. Per questo motivo attiveremo tutti i canali di interlocuzione con il governo nazionale e con quello regionale».

Dal tono dei due comunicati si comprende facilmente quanto fondate siano le preoccupazioni espresse e concreti gli ulteriori pericoli che il nostro porto corre; del resto, chi segue con attenzione le vicende portuali li aveva già subodorati da tempo attraverso alcune dichiarazioni di politici locali di primo piano in linea con quanto teorizzava il presidente dell’Autorità Portuale barese, Francesco Mariani, sostenitore di una politica di sinergia tra i tre porti pugliesi che «hanno caratteristiche diverse e complementari: alcuni hanno collegamenti ferroviari e altri no, hanno spazi e disponibilità di banchine che possono essere utilizzate in modo sinergico». Addirittura qualcuno, riferendosi al lavoro sinergico, ha citato a mo’ d’esempio il sistema aeroportuale. Mi sembra ovvio che in linea di principio non si possa essere contrari a una collaborazione sinergica, ma bisognerebbe avere le idee chiare e sapere con precisione quale ruolo, in tale contesto, toccherebbe al porto brindisino che, dei tre, oggi è quello che versa in condizioni di maggiore debolezza con conseguente scarso peso contrattuale. Pertanto, parlarne senza avere un quadro preciso della situazione sembra un po’ avventuroso. Del resto, quando è stato chiesto a Mariani quale dovesse o potesse essere il ruolo del nostro porto, il massimo dirigente dell’ente portuale barese ha diplomaticamente glissato. Se D’attis esterna queste preoccupazioni e Consales non gli risponde polemicamente come avviene di solito c’è, quindi, da impensierirsi molto seriamente soprattutto sulla scorta di scelte poco accorte che la classe politica, da vent’anni a questa parte, ha fatto individuando per la guida dell’ente portuale manager o incapaci o inadatti o inadeguati come altrimenti potrebbero definirsi.

Il centrodestra e il centrosinistra sono ugualmente responsabili delle attuali condizioni del porto di Brindisi senza che possano addurre alcuna giustificazione. In sostanza, la politica ha mostrato l’incapacità di svolgere per bene il proprio compito, che dovrebbe essere quello non solo di salvaguardare ma di sostenere gli interessi della collettività. E il porto di Brindisi rappresentava e rappresenta ancora una grande occasione di sviluppo non solo per la città ma per tutto il Salento. Non si tratta solo e semplicemente di trovare interlocuzioni con il governo centrale ma, immediatamente, di «scendere sul piede di guerra» e - come dice Consales - al di là delle diversità politiche e al di là delle varie manine che ipotecano gli affari portuali, tutti si prendano la propria parte di responsabilità ed evitino la fine ingloriosa di un porto dalla storia millenaria. Sarebbe troppo e forse di fronte a ciò i brindisini si incazzerebbero davvero. La prima dimostrazione di buona volontà e voglia di fare le cose in modo serio sarà la scelta del segretario generale. Vedremo con quale logica sarà individuato.

ZONA FRANCA - Opinioni in Libertà di Giorgio Sciarra


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(12 aprile 2013) - ZONA FRANCA (15) a cura di Giorgio Sciarra


Dal rigassificatore al termodistruttore

RIGASSIFICATORE - A Trieste la Gas Natural, volendo costruire nel porto un rigassificatore, ha avuto un approccio con le istituzioni e la popolazione completamente differente rispetto a quello avuto dalla British Gas a Brindisi (foto). Nonostante ciò la popolazione si è opposta fermamente al progetto. Ed alcuni giorni fa il Ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, ha inviato per la controfirma al ministro dei Beni culturali, Lorenzo Ornaghi, il decreto con cui viene sospesa per sei mesi l’efficacia della Valutazione di Impatto Ambientale sul progetto presentato dalla società spagnola per l’impianto di rigassificazione a Zaule, nel porto di Trieste.

In una nota Clini commenta: «Il nuovo decreto sospende l'efficacia della VIA rilasciata nel luglio del 2009 e rinvia alla Gas Natural e all'Autorità portuale la decisione di provvedere entro sei mesi a individuare per l'impianto una localizzazione alternativa compatibile con il Piano regolatore portuale, oppure a modificare il Piano regolatore in modo da renderlo compatibile con il progetto del terminale».

In particolare, il provvedimento prende atto delle mutate situazioni del traffico marittimo a Trieste e delle prospettive di potenziamento delle attività previste dal Piano regolatore portuale. Il rigassificatore, se realizzato con le modalità progettate dalla Gas Natural, non appare compatibile con il traffico portuale attuale e soprattutto con gli sviluppi futuri.

Cosa c’entra Trieste con Brindisi? Molto, dopo che ci hanno «asfissiato» per anni con le presunte quanto improbabili analogie col porto di Barcellona. E se vi prendete il fastidio di fare qualche ricerca nel mare magnum di internet lo capirete molto meglio. Ma sono le motivazioni che hanno indotto allo stop di Clini che meritano di essere sottolineate e cioè quelle che si riferiscono all’ostacolo che pone quel rigassificatore al traffico portuale del porto triestino. Tra i tanti motivi che hanno determinato la contrarietà al rigassificatore di Brindisi c’era quello che lo indicava come un ostacolo al traffico portuale e che si sarebbe tramutato nella pietra tombale per il nostro porto.

Non capisco perché quello che vale per Trieste non sia valso e non debba valere per Brindisi, a meno che non ci sia una precisa volontà di asservire il porto ai traffici legati al settore energetico facendo scomparire tutto il resto, cosa che, peraltro, sinora è riuscita molto bene.

Sarebbe lecito attendersi che l’Autorità portuale accolga la richiesta della Brindisi Lng, che intende rinunciare alla concessione avuta a Capobianco per sottrarsi al pagamento del canone, e riacquisisca l’area destinandola ad altri usi portuali, che potrebbero essere vari e più convenienti, e che soprattutto ponga le basi di un nuovo piano regolatore portuale in simbiosi con quello che la città sta attuando. Naturalmente dovrebbe essere la politica cittadina a porsi questo obiettivo come priorità.

TERMOMECCANICA - «Non permetteremo a nessuno di venire a bruciare qui rifiuti. Edipower deve spiegare con chiarezza quali sono le proprie intenzioni, se ha idee di riconversione della centrale o se intende chiuderla. In tal caso deve sapere che ha da bonificare la zona che ha occupato fino ad oggi. Così non vi saranno neanche problemi occupazionali, almeno per due anni». Parole - dure e chiare - del sindaco di Brindisi Mimmo Consales che sono totalmente condivisibili. Non vorrei mi fosse sfuggito, ma le stesse parole devono essere dette in modo altrettanto chiaro e inequivocabile sulla questione del termodistruttore e della seconda piattaforma polifunzionale - ci sarebbe da bonificare la prima - della Termomeccanica. Ed anche se questo progetto non è al vaglio degli uffici comunali sarebbe logico, oltre che conseguente, attendersi dal Comune lo stesso deciso atteggiamento.

Forse non è chiaro a tutti che sediamo su una bomba ecologica, non bastano le immani difficoltà a bonificare tutto ciò che è stato inquinato - anche se qualcuno minimizza questo aspetto - ma si hanno, in generale, atteggiamenti poco risoluti nel rifiutare altre gravi forme di inquinamento che le aziende propongono per lenire la piaga dell’occupazione o, è meglio dire, che si approfitta di questa situazione di disagio per ottenere il «consenso» dei cittadini. In sostanza, ci vorrebbe una chiara politica ambientale che tenga conto delle criticità e degli attuali danni provocati all’ambiente per poter programmare un futuro che non ci faccia trovare di fronte a continue emergenze.  


giorgiosciarra@alice.it

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(14 dicembre 2012) - ZONA FRANCA (43) a cura di Giorgio Sciarra


Porticciolo - Non c’è nulla di peggio che affrontare un argomento facendo i conti col passato, con ciò che si sarebbe potuto e forse dovuto fare e che invece non si è fatto. E' inutile piangere sul latte versato ma quanto meno serve come esperienza.

Ciò capita, ad esempio, quando si parla del porticciolo turistico (gestito dalla società Bocca di Puglia Spa di cui il Comune è socio di minoranza). Forse questo approdo si sarebbe potuto fare altrove, ad esempio nel seno di ponente, o forse no; forse è stato un grossolano errore limitare la parte pubblica al ruolo di socio di minoranza o forse no. Certo è che oggi ci troviamo a fare i conti con una struttura gestita male che produce saldi negativi con la sola soddisfazione di lottizzare una poltrona da presidente e, a tal proposito, non sarebbe mai tardi se per tale scranno ci si affidasse a persone esperte del settore, non ve ne saranno molte ma ci sono. Per caso mi viene in mente il nome di Livio Georgevich - e mi scuso con lui per averlo tirato in ballo, sicuramente contro la sua volontà -, ma è di quel genere di personalità e competenze che ha bisogno il Marina di Brindisi per risollevarsi!

L’ultima diatriba verte sul fatto che il Marina ha inoltrato richiesta, non mettendo al corrente la minoranza, per acquisire in concessione altre aree. Il sindaco ha giustamente manifestato la sua contrarietà (ma farebbe bene a valutare con attenzione anche tutte le concessioni date e come occupano tali superfici). In effetti questa richiesta ha tutta l’aria di voler ipotecare ulteriori spazi senza che si sia dimostrato di saper gestire quelli che già si hanno con risultati apprezzabili. Certo che è strano come non sia mai stata formata una cordata di imprenditori pronti a «scalare» la società Bocca di Puglia Spa affinché il porticciolo divenga «proprietà» dei brindisini e possa portare utilità agli interessi economici locali. Ma questa società è nata male e probabilmente finirà peggio.    

Palasport - C’è una promessa da mantenere, e chissà se poi era proprio il caso di farla. Sulla questione del nuovo palasport vi sono opportunità e necessità da considerare ed è, soprattutto, da valutare l’effettiva priorità delle une e dell’altre. Non c’è dubbio che se la squadra di basket vince (e personalmente sarei felicissimo che raggiungesse i più ambiziosi traguardi) e riempie gli spalti del Pala Pentassuglia, i tifosi e la dirigenza non possono che aspirare ad una nuova struttura più grande, degna dei successi ottenuti dallo sport prediletto dai brindisini. L’Amministrazione comunale, intenzionata a costruire il palazzetto, ha reperito, anche da «residui di mutui non utilizzati», cinque milioni di euro da destinare a tale realizzazione. Una somma comunque insufficiente e, pertanto, si è alla ricerca di un partner che intervenga per «completare» l’importo necessario per l’operazione, avendone poi in cambio la gestione. Il sindaco prima di impegnarsi e ufficializzare l’annuncio ha voluto acquisire «garanzie circa il mantenimento dell’assistenza domiciliare integrata, il trasporto alunni, l’assistenza ai disabili e ai malati terminali, la mensa nelle scuole» altrimenti - dice ancora Consales, «sarei venuto in conferenza per dire che il palasport non si poteva costruire, anche a costo di prendermi i fischi del Pala Pentassuglia».

Viene lecitamente da chiedersi, e da chiedere, se siano solo queste le necessità da affrontare e da garantire? Oppure c’è qualcos’altro che si potrebbe fare come, ad esempio, iniziare a costruire le basi affinché questa città abbandoni i bassi fondi delle classifiche che periodicamente ci vedono protagonisti in negativo. Se qualcuno dovesse obiettare su cosa mai ci sarebbe di tanto importante da fare, beh si può far notare che si potrebbe tutelare e valorizzare il Castello Alfonsino (Forte a mare) oppure accantonare quella somma per acquisire il Castello Svevo (il Castello di terra) oppure strappare dal degrado la costa nord e cominciare a «restaurarla» e valorizzarla, l’elenco sarebbe lungo tanto da riempire sino all’ultima riga dell’ultima pagina di Agenda: a Brindisi tutto si può dire, tranne che manchino le cose da fare. C’è solo da scegliere e decidere in quale punto di questo lungo elenco si potrebbe inserire il palazzetto (realizzato con risorse pubbliche).

Per costruire il palazzetto si potrebbe accedere a quei finanziamenti che l’Istituto per il Credito Sportivo non nega a nessuno (soggetti pubblici e privati) purché si diano le necessarie garanzie. E chi meglio degli imprenditori soci della New Basket potrebbero compiere una operazione del genere? Il Comune, è giusto che dia una mano, potrebbe partecipare offrendo il suolo e forse anche con agevolazioni sugli oneri di urbanizzazione.

Giorgio Sciarra

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(16 novembre 2012) - ZONA FRANCA (39) a cura di Giorgio Sciarra



I «tributi» Enel per le centrali elettriche

Sembra quasi una vincita al Superenalotto, una di quelle con un jackpot milionario. E' di qualche giorno fa la notizia che quantificava in circa tredici milioni e cinquecentomila euro gli arretrati per il quinquennio passato e in cinque milioni e ottocentomila l’ammontare dell’IMU per il 2012 che, sommati a un milione e centomila di interessi, fanno lievitare la somma dovuta dall’Enel a circa ventitre milioni di euro. L’azienda elettrica, a quanto si legge, ha manifestato la massima collaborazione e disponibilità - che di per sé costituisce una grossa novità - a versare la somma entro il 31 dicembre prossimo.


Non v’è dubbio che sia un punto importante per la città che sinora più che soldi ha visto piovere dal cielo ben altro. Sono risorse cospicue che nell’era della spending review, dei tagli selvaggi e dell’affannosa ricerca di risorse da parte degli Enti locali, rappresentano più di una boccata d’ossigeno e il nostro Comune può - se gestisce oculatamente queste risorse - programmare con maggiore tranquillità i bilanci non tagliando, come fa il Governo, i servizi essenziali.


Se, però, pensiamo al fatto che l’Enel negli anni precedenti aveva pagato «solo» 513mila euro come tributo ICI sorge spontanea una domanda: ma nel Comune qualcuno dormiva? Come è possibile che sia stata consentita, ed anche accettata da parte del contribuente Enel, una tale discrepanza tra il dato e il dovuto? Siccome non è pensabile che si sia voluto favorire l'Enel, facendole pagare un tributo inferiore, è, però, verosimile immaginare una grave carenza di controlli che si è protratta per lunghissimi anni. Sarebbe auspicabile che su certi «errori» si andasse più a fondo per verificare che non siano stati commessi anche nei confronti di altre realtà che certo a Brindisi non mancano ... e alla fine potrebbe risultare che le cifre da incassare per tutto il comparto industriale siano di rispetto!


Devo dire con la massima sincerità che l’atteggiamento dell’Enel, nel caso in questione, mi ha meravigliato. Dimostrare la massima collaborazione e disponibilità a pagare (sia pure un tributo dovuto) è ammirevole; sborsare milioni di euro senza battere ciglio fa una buona impressione. E' senz’altro una vicenda che può essere scolpita nella storia di Brindisi.


Ma siamo certi che l’IMU calcolata per la centrale Enel di Cerano sia proprio quella giusta? Perché questo dubbio? Se raffrontiamo la centrale in questione - che produce 2.640 Mw con quattro gruppi da 660 Mw - con la centrale di Torrevaldaliga Nord (Civitavecchia - seconda foto)) - che produce 1980 Mw con tre gruppi da 660 - ne consegue che le due centrali hanno diverse dimensioni; oltretutto, a Brindisi esiste un nastro trasportatore lungo diversi chilometri. Ma la differenza non consiste solo nella produzione e nella diversa occupazione del territorio da parte di queste due centrali, ambedue di proprietà della stessa società, ma anche riguardo ai tributi pagati dall’Enel che sono molto diversi. Se le notizie assunte sono esatte, l’azienda elettrica versa al comune di Civitavecchia una somma decisamente più alta di quella che è stata calcolata a Brindisi: otto milioni e ottocentomila euro annui. Su questo argomento, a Civitavecchia, si è sviluppata una lunga «discussione» non sempre serena e alla fine l’Enel ha firmato un accordo (non una convenzione) col comune laziale che stabiliva appunto questa cifra come tributo ICI.


Se le cose dovessero stare davvero così, sarebbe il caso, se non è stato già fatto, di approfondire meglio la questione dal momento che la differenza non è proprio di poco conto essendo dell’ordine di milioni di euro, ed è difficile pensare che vi sia una forbice così ampia tra le somme che l’Enel deve per la centrale di Civitavecchia e quelle dovute per la centrale di Brindisi.

Giorgio Sciarra

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(9 novembre 2012) - ZONA FRANCA (38) a cura di Giorgio Sciarra


Legge elettorale, Fornero e ceneri

Legge elettorale
- Quando meno dovrebbero, le «affinità elettive» resuscitano la vecchia maggioranza e stavolta con l’aggiunta di UDC e API per approvare, nella commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama, un emendamento alla legge elettorale che fissa la soglia del 42% per usufruire del premio del 12,5%. Un colpo basso per Bersani che, comunque, dovrebbe riflettere molto seriamente sulle future alleanze. Secondo i più recenti sondaggi l’alleanza PD-SEL-Socialisti non raggiungerebbe tale soglia e quindi, stando così le cose, si prefigurerebbe una situazione di ingovernabilità che porterebbe dritti dritti verso un più che probabile Monti-bis, soluzione graditissima a Casini che si spende da sempre con i suoi affini per tale soluzione. 


Ora, se le accuse al partito di Vendola - che partecipa alle primarie di coalizione -, rievocando l’esperienza del governo Prodi, sono di scarsa affidabilità, quelle che potrebbero essere mosse a Casini - che invece non partecipa alle primarie - sarebbero a mio avviso ben più gravi: una diversità di vedute su principi e temi fondamentali che porterebbe, per stare assieme, a inevitabili compromessi tanto gravi quanto svilenti la personalità politica di una coalizione che si dice voler essere riformatrice. 


Non c’è alcun dubbio che si stia facendo di tutto perché questa legge elettorale non perda le sue caratteristiche «suine», si sta scientemente puntando all’ingovernabilità del paese varando un superporcellum (che per dirla con le parole dello stesso autore, Calderoli, della legge elettorale che si vorrebbe cambiare, sarebbe una super «porcata»). Tanto vale non cambiare nulla se si deve rischiare di fare peggio. La vera antipolitica è questa, non quella di Grillo che grazie a simili comportamenti di irresponsabilità troverà la strada spianata per un successo elettorale sempre più consistente, non per nulla uno «sfascista» come Vittorio Feltri dichiara ai microfoni de «La Zanzara», su Radio 24: «Per fortuna c’è Grillo che sta sfasciando tutto. E questo mi provoca degli orgasmi. Oggi voterei assolutamente per lui e voglio vedere come va a finire - continua il direttore de Il Giornale -. Il sistema politico italiano è talmente marcio che è inutile tentare interventi per medicarlo. Bisogna sfasciarlo tutto in modo che dal grande caos rinasca tutto e si ricavi un nuovo ordine».


Fornero - Due parole su questo ministro che non ci meritiamo. Dopo le lacrime (di coccodrillo) e altro, la prof dice che i nostri ragazzi non devono essere «schizzinosi» nel loro approccio al lavoro. Poveri ragazzi! Da bamboccioni a schizzinosi, non c’è nessuno che si rende conto delle potenzialità dei tanti giovani costretti ad emigrare per sfuggire ad un futuro precario, privando la nostra società delle forze migliori. Posto che la Fornero dimostra di non avere alcun contatto con la situazione reale e di offendere sia i ragazzi che i loro genitori, fa benissimo a non volere i giornalisti quando parla in pubblico, almeno così le sciocchezze che dice rimangono tra le quattro mura di una sala.


Ceneri e rifiuti speciali - Tra alcune scene della datata fiction «La piovra» e del più recente film «Gomorra» e l’operazione denominata «Cenerentola» - condotta dai carabinieri del Noe di Lecce - non pare esserci molta differenza e si nota come non ci siano confini tra la finzione scenica e la realtà che sembra, poi, la vera ispiratrice di queste opere televisive e cinematografiche. Centinaia di migliaia di tonnellate fra ceneri, fanghi e rifiuti speciali sono state smaltite in modo illecito in alcuni siti del nostro territorio, tanto la terra copre tutto, oltre cinquanta indagati e il sequestro di una sessantina di mezzi. Solitamente quello che si scopre è solo la punta dell’iceberg ... immaginiamo la portata del traffico illecito di rifiuti non scoperto e non colpito. Non so se le aziende produttrici che hanno conferito questi rifiuti abbiano o meno qualche responsabilità sotto il profilo penale, di certo ce l’hanno sotto quello morale. Come è possibile che centinaia di migliaia di rifiuti tossici si muovano in poche decine di chilometri senza alcun controllo, senza che venga monitorato il loro percorso? E' del tutto evidente il danno ambientale, con gravi rischi per la salute, arrecato alla comunità e dovrebbe essere conseguente una netta posizione a tutela dei diritti lesi da parte degli enti locali, una posizione che dovrebbe andare al di là di una doverosa costituzione di parte civile.   


giorgiosciarra@alice.it

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(2 novembre 2012) - ZONA FRANCA (37) a cura di Giorgio Sciarra



Manager e stipendi, i "costi" degli Enti

Questa volta l’«ispirazione» mi viene da due articoli: uno apparso sul Corriere del Mezzogiorno a firma di Michelangelo Borrillo, l’altro su BrindisiReport a firma di Roberta Grassi. Se nelle varie classifiche che riguardano la vivibilità cittadina (l’ultima è pubblicata dal Sole 24ore) la nostra Brindisi occupa le zone di bassa classifica - questa volta con lievi cenni al rialzo - in altre graduatorie occupiamo - non come collettività - i vertici.


Il Corriere pubblica i top manager pubblici più pagati in Puglia. Ebbene, la nostra disastrata città vanta tra le presenze di vertice due importanti figure dell'Autorità Portuale: il presidente Hercules Haralambides, terzo con 270.000; Nicola Del Nobile segretario generale dello stesso ente sesto con 220.000. Ovviamente parliamo di Euro, cifre di tutto rispetto in assoluto e che paiono «scandalose» visti i continui sacrifici chiesti ai comuni mortali che subiscono tutto il peso delle manovre governative. Se poi questi dati li caliamo nei casi specifici appaiono davvero molto, ma molto generosi. Ad esempio al presidente dell’Autorità Portuale di Taranto (ultimo della top ten) viene riconosciuto un compenso di 170.000 euro mentre a quello di Bari viene corrisposto un emolumento di 191.648 euro, ben 80.000 meno del suo collega brindisino, ma voi mettere i risultati ottenuti dall’Ente portale barese con quello brindisino? Neanche a parlarne, diciamo che da noi i risultati, per così dire aziendali, sono inversamente proporzionali a quanto si percepisce: meno produci più ti pago.


E' ovvio che i nomi sono riportati perché quei signori occupano quelle cariche, ma si chiamino Tizio o Caio poco importa perché quando andrà via Haralambides (oggi in attesa del definitivo pronunciamento sulla legittimità della sua nomina), verrà sostituito da un altro ma la manfrina resta quella come probabilmente i risultati, almeno vista la storia ultradecennale.


Ma insomma viene da chiedersi quanto costa un Ente: ma questi stipendi saranno anche arrotondati da ulteriori somme sotto forma di incentivi, premi di produzione o altro? Chi lo sa, vogliamo sperare di no. Ma non siamo proprio tranquilli perché un’ammissione di spese inopportune (fatte in precedenza) c’è, visto che le consulenze sono state drasticamente ridotte «dopo una ispezione ministeriale». 


L’inevitabile scalpore suscitato da queste cifre ha ovviamente fatto scattare altre curiosità e per rimanere nell’ambito portuale si era vociferato che all’Autorità si era ... scialato con certe spese, dai più considerate esose e inutili, come il rinnovo degli arredi degli uffici presidenziali. Voce subito ridimensionata dall’Ammiraglio Ferdinando Lolli - Commissario dell’ente portuale - che ha precisato di aver solo sostituito una scrivania, ha negato le cifre insinuate affermando «Non abbiamo speso più di 6-7mila euro» e che tutto ciò che viene fatto all’Autorità portuale è finalizzato al funzionamento dell’Ente. Sarà sicuramente così e sarà anche una scrivania molto speciale visto che a differenza della precedente aiuta a far ben funzionare l’Ente; si comprende così il motivo dei deludenti risultati dei precedenti presidenti dell’Autorità portuale. Comunque, per quanto riguarda il Commissario ha dichiarato che «non arriva a 100mila euro all’anno». 


Quando si parla di sacrifici, quando si parla di contenimento della spesa pubblica teniamo presente ben questo «sotto bosco», un groviglio che avviluppa tutto il nostro Paese e divora enormi risorse di denaro pubblico, e non c’è dubbio che bisognerebbe cominciare a tagliare proprio questi stipendi, e c’è da essere convinti che si potrebbe incamerare un risultato significativo. Sarebbe giusto che un manager pubblico, che ricopre incarichi di valenza nazionale, percepisca, tra annessi e connessi, più del Presidente della Repubblica, così come coloro che ricoprono ruoli in enti di carattere territoriale (come quelli di cui abbiamo parlato) non debbano superare lo stipendio del sindaco del capoluogo ove l’Ente opera che, con un ruolo diverso, ha ben altre responsabilità.


Chissà se non sia il caso di applicare quel principio in uso in alcune attività commerciali: soddisfatti o rimborsati. Chi è soddisfatto?


giorgiosciarra@alice.it

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(26 ottobre 2012) - ZONA FRANCA (36) a cura di Giorgio Sciarra



Riordino Province, vero pastrocchio!

Rischio volentieri di essere monotono e ripetitivo parlando per l’ennesima volta dell’accorpamento delle Province, ma la questione è molto seria e certamente da questa scelta dipenderà il futuro sviluppo del nostro territorio.

La Provincia di Brindisi è terminata (cronaca di questi giorni) nel modo più inglorioso immaginabile, ma ormai è cosa fatta, il discorso è chiuso, kaputt; il «laboratorio» pure ... requiescat in pace. 

Da continue notizie di stampa sembra sempre più attendibile l’accorpamento con Taranto, che diverrebbe capoluogo della nuova provincia. Una decisione presa nelle segrete stanze per meri calcoli politici, per interessi non coincidenti con quelli del territorio brindisino. Politica che si è attardata in una difesa della provincia di Brindisi, bella e giusta per l’aspetto emotivo, che riscalda l’animus pugnando, ma non produce nulla per quello pratico. Mentre gli altri comuni avviavano, chi più chi meno, referendum o campagne di ascolto per giungere ad una conclusione largamente condivisa, da noi nulla di tutto questo.

Dei comuni della nostra (ormai ex) provincia, Fasano ha deciso di accorparsi con Bari mentre Mesagne, San Pietro Vernotico, Torre Santa Susanna, San Pancrazio Salentino, Erchie, San Donaci, Cellino San Marco e Torchiarolo hanno optato per la trasmigrazione verso la provincia di Lecce dove, per altro, confluiscono anche due comuni del tarantino: Avetrana e Manduria. Come si può, quindi, vedere i comuni della fascia sud del brindisino hanno preso le distanze dalle «battaglie» del loro ex capoluogo attuando il si salvi chi può: ognuno ha operato le scelte ritenute più convenienti e più in linea con la propia storia e affinità culturale.

Quello che personalmente ritengo più grave è che, per una scelta di tale portata, non si sia ritenuto necessario, o quanto meno doveroso, coinvolgere e ascoltare il pensiero dei cittadini di Brindisi. Dubito che condividano la scelta che fra poco cadrà sulla loro testa, cioè l’accorpamento con Taranto, e sfido chiunque a provare con dati di fatto il contrario. L’ho scritto recentemente, gli unici sondaggi apparsi sul web dimostrano senza ombra di dubbio come la pensano i cittadini; è vero, tali sondaggi non hanno una validità scientifica, ma questi dati avrebbero dovuto almeno far sorgere qualche dubbio a chi ci amministra. E poi dicono che aumenta il divario tra politica e cittadini! Questa è una politica autoreferenziale che recepisce con troppo ritardo - se mai lo fa - le istanze della gente.

Pertanto, stando così le cose, si darà vita ad una provincia il cui territorio ha enormi criticità dal punto di vista ambientale e occupazionale e, sulla carta, delle potenzialità non da poco: due porti e due aeroporti con vocazioni storicamente diverse. Ma siamo in Italia e, purtroppo, sappiamo come vanno certe cose. Ad esempio, per bonificare le zone inquinate tarantine sono stati stanziati circa 340 milioni di euro, una cifra considerevole stanziata sull’onda del chiasso mediatico e che non sarà assolutamente sufficiente a completare l’opera di bonifica, quindi ne occorreranno molti altri. Brindisi versa pressoché nelle medesime situazioni solo che qui la situazione non è assurta agli «onori» della cronaca, non vi sono studi epimidiologici, non è approntato un serio registro dei tumori, non vi sono adeguate indagini scientifiche che possano stabilire con certezza cosa ha prodotto il sistema industriale brindisino oltre ad una grande area inquinata. Su porto e aeroporto il discorso sarebbe lungo, ma una domanda si pone: sino ad ora abbiamo subito - i risultati sono sotto gli occhi di tutti - una politica baricentrica anche per uno scarso peso politico: cosa ci garantisce che con il potere amministrativo spostato a Taranto le cose andranno meglio?

Le soluzioni alternative al pastrocchio combinato dal Governo, votato dalla maggioranza Pd-Pdl-Udc, non mancavano e di sicuro avrebbero evitato soluzioni pasticciate che con ogni probabilità porteranno un risibile vantaggio economico per il paese rispetto al risultato che peserà molto sulla nostra economia. Spero che ogni mia parola sia contraddetta dai fatti, sarei il primo ad esserne contento. 

giorgiosciarra@alice.it

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(19 ottobre 2012) - ZONA FRANCA (35) a cura di Giorgio Sciarra



Il degrado della costa brindisina

Periodicamente si torna a parlare della costa nord, del suo degrado, dell’impellente necessità di un piano organico che dia delle regole e consenta il suo utilizzo migliore in termini turistici e di fruizione libera per le migliaia di cittadini che non intendono svenarsi con i canoni di uno stabilimento balneare. Pochi giorni fa i Grillini di Brindisi hanno organizzato un incontro per parlare di questo e ne è previsto un altro per il prossimo 24 ottobre organizzato dal club Unesco locale.  


Quando si parla della costa occorre necessariamente fare considerazioni preliminari e cioè quelle relative alle cause del disastro attuale.


Diversi anni fa, a partire dalla cosiddetta conca in su, la nostra costa era come è oggi Torre Guaceto, un susseguirsi di dune e macchia mediterranea. Per molti anni è stata usata come miniera a cielo aperto, ad uso e consumo del boom edilizio, per prelevare la sabbia, azione che ha distrutto chilometri di dune. Poi, come se non bastasse, è stata costruita una strada «litoranea» quasi a ridosso del mare, considerata allora una comodità ma che ha favorito un abusivismo selvaggio. Le varie costruzioni, ville e villette, non furono considerate «abusive» ma, in modo molto singolare, «case spontanee» e fu costituito addirittura un comitato (altrettanto spontaneo) presieduto da un dipendente comunale, che perorò gli interessi dei proprietari … spontanei arrivando a pretendere una sanatoria (che provocò rari dissensi tra i politici).


Da quel periodo di sanatorie per fare cassa ne abbiamo viste molte e gli effetti sono stati dappertutto devastanti. Di fatto, nel nostro caso, l’abusivismo impedì un utilizzo razionale della costa con una cementificazione senza regole e di conseguenza con un naturale degrado. Si è agito per anni senza regole per il semplice fatto che non se ne volevano altrimenti non si spiegherebbe perché un piano della costa commissionato e pagato a dei professionisti sia rimasto per anni inutilizzato, nascosto nei cassetti di qualcuno sino a renderlo inapplicabile. Oggi ci troviamo una costa largamente cementificata, con un degrado mai visto e in più una forte erosione del litorale e lo sfaldamento delle falesie. 


Siamo ancora in tempo per correre ai ripari? A salvare e valorizzare ciò che rimane? Certo che si può, ma dobbiamo renderci conto che siamo in zona Cesarini e quindi non c’è tempo da perdere. 


Bisognerebbe approfittare della stesura del nuovo piano regolatore e relativamente al caso specifico dell’erosione del litorale e delle falesie sarebbe opportuno conferire un incarico a degli specialisti. Si abbia, inoltre, il buon senso di non pensare che gli uffici tecnici comunali siano specializzati in tuttologia.


Nel far questo occorre tenere presente che bisogna attenersi a quanto previsto dal piano di tutela della costa realizzato dalla Regione Puglia che oltre a contenere inesattezze per quanto riguarda alcuni tratti della nostra costa, prevede che il 60 per cento di essa debba essere lasciato alla libera fruizione e il restante 40 per cento sia destinato ad ospitare stabilimenti balneari. Stando così le cose, e considerato il tratto di costa realmente fruibile, gli stabilimenti esistenti occupano più della quota fissata dal piano regionale e per evitare di ritirare qualche licenza si è pensato bene di togliere alla competenza dell’Autorità portuale il litorale sud sino a Cerano. L’ente portuale aveva esteso la sua competenza su quel tratto di costa (comunque difficilmente fruibili per fini balneari) solo pochi anni fa, nel 2009 per i «fantasiosi» progetti del presidente dell’epoca. Questa operazione di revoca del decreto ministeriale consentirebbe, aumentando il tratto di costa, teoricamente balneabile, di non toccare le concessioni balneari esistenti ma si tratterebbe di una mera operazione di facciata perché sostanzialmente non cambierebbe nulla. L’unico modo per risolvere davvero il problema è il «restauro» del litorale avendo però il coraggio di eliminare, dove possibile, alcuni errori commessi nel passato.


(Foto dalla rete telematica)


giorgiosciarra@alice.it

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(12 ottobre 2012) - ZONA FRANCA (34) a cura di Giorgio Sciarra


Il rinnovamento reale della politica

Ultime notizie (almeno sino al momento in cui scriviamo): sciolto il comune di Reggio Calabria per «contiguità con la mafia» e ordine di arresto nei confronti di un assessore della regione Lombardia per aver «comprato» voti dalla ‘ndrangheta. Sono gli ultimi, ovviamente in ordine temporale, di una serie di scandali che stanno scuotendo l’Italia e riducendo ai minimi storici la credibilità della politica e delle istituzioni.


Di fronte a questi scandali, dovremmo chiederci come si sia stato possibile arrivare a questo punto; interrogarci sulle cause scatenanti di questo fenomeno dopo che, in pieno scandalo tangentopoli, c’è chi facendosi portavoce dell’esigenza di una nuova politica vinse (inaspettatamente per alcuni) le elezioni. Allora la politica regnante tardò a rendersi conto di quanto stava accadendo, ferma sul principio che non si sarebbe potuto fare a meno dei suoi «servigi». Le cose sono andate come tutti sappiamo.


Oggi, travolti da scandali ancor peggiori per la loro straordinaria diffusione, assistiamo ad una difficoltà oggettiva nel trovare soluzioni che rispondano alle esigenze della gente.


Non vi è trasmissione di approfondimento (Report, Piazza Pulita, Linea Diretta, Ballarò ecc.) che non racconti di un sistema di potere estremamente radicato, fine a se stesso, con un elevato senso della conservazione: una girandola di nomi, sempre gli stessi da decenni, che si avvicendano sulle poltrone che contano e che gestiscono il vero potere (Authority, Commissioni ecc.). In pratica, come dice il giudice Ilda Boccassini, «la democrazia è inquinata». Scardinare questo sistema sarà difficilissimo, ma rimane l’unica soluzione se si vuole realizzare un vero rinnovamento per il quale è necessaria una profonda rivoluzione culturale.


Di fronte ad uno scenario del genere come ci si può meravigliare se movimenti come quello di Beppe Grillo e personaggi come Matteo Renzi (foto) riscuotono in poco tempo un vastissimo consenso; c’è da meravigliarsi, semmai, che la classe politica in carica non voglia comprendere perché questi «fenomeni» nascano e si sviluppino.


Matteo Renzi, per esempio, in ogni tappa del suo giro elettorale per le primarie raccoglie intorno a sé tanta gente … come non se ne vede più ad un comizio di un qualsiasi leader politico, con la differenza che a sentire quest’ultimo sono per lo più militanti del partito, le cosiddette truppe cammellate, mentre agli appuntamenti del sindaco fiorentino si reca gente che vuol sentire qualcosa di diverso; certo, ci andranno anche i curiosi e - come si dice - elettori del campo opposto ma immagino che sia alquanto difficile vincere una qualsiasi elezione senza conquistare voti nel campo avverso e/o soprattutto nell’enorme platea degli indecisi. E bisogna riconoscere, per dare a Cesare ciò che è di Cesare, che Pierluigi Bersani si è comportato sinora da par suo, cioè da persona intelligente, evitando - data l’imminenza delle primarie - incomprensibili «paletti» per lo svolgimento della consultazione.


C’è chi tira il premier Mario Monti per la giacchetta per usarlo a fini elettoralistici e per proporre un bis del suo incarico governativo. E’ auspicabile che ciò non accada innanzitutto perché questo Governo, pur svolgendo un buon lavoro nel «restaurare» l’immagine nazionale, ha adottato misure che hanno ampliato la fascia degli indigenti dimostrando di non essere in grado di mettere in campo il benché minimo provvedimento che favorisse la crescita economica del Paese. Oltre al fatto che un Monti bis sarebbe la consacrazione del fallimento della classe politica che darebbe prova di non essere in grado di esprimere una figura autorevole per formare un governo. Semmai, Monti può essere un ottimo candidato per la più alta carica dello Stato: la Presidenza della Repubblica. 


C’è un forte bisogno, per recuperare quella credibilità fortemente compromessa, di eliminare incrostazioni che da troppi anni impediscono una crescita sociale al passo con i tempi e paragonabile a quella dei paesi nord europei. Ci vuole coraggio e bisogna essere in grado di iniziare un inevitabile percorso virtuoso, altrimenti andremo diritti verso il baratro dove languono le democrazie incompiute o, peggio, «inquinate».

Giorgio Sciarra

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(5 ottobre 2012) - ZONA FRANCA (33) a cura di Giorgio Sciarra


FERRARESE - Il ministro Filippo Patroni Griffi ha dichiarato che sul tema del riordino delle Province «Non si può più stare fermi». Da una legge che non ha avuto il coraggio di affrontare il tema in modo radicale è nato un bailamme nazionale: ogni partito cerca di salvare qualcosa, molti enti cercano deroghe e presentano ricorsi, realtà territoriali che raccolgono firme per aderire ad una Provincia anziché ad un’altra. Ma una cosa è certa: sulle Province non c’è più tempo da perdere, tant’è che il Governo ha già pronto un decreto che sarà sul tavolo del Consiglio dei Ministri il 26 ottobre. Sempre Patroni Griffi afferma: «Tutto quello che sta accadendo conferma che bisogna andare avanti. La nostra intenzione è di procedere in maniera ferma». Quindi, sembra proprio difficile - nonostante le rimostranze degli interessati - che l’esecutivo possa derogare da quanto stabilito soprattutto alla luce degli scandali emersi in questi giorni. «Dobbiamo superare i conservatorismi locali. Non ci sono alternative a questo percorso» dice il ministro. Sarà per questo che Massimo Ferrarese ha deciso per le dimissioni anticipate, una decisione che non può che essere vista come una scelta strategica in vista delle prossime elezioni. Brindisi ha, quindi, il destino segnato!

Si è discusso per mesi del nulla, ci si è arrampicati sugli specchi cercando soluzioni impercorribili invece di cercare una soluzione praticabile che limitasse i danni presenti e futuri e per questo spero vivamente che non si realizzi l’accorpamento con Taranto. Tutti cercano di scaricare le colpe sugli altri, ma la responsabilità di quanto è accaduto, o sta per accadere, va equamente divisa tra tutte le forze politiche che non sono riuscite a vedere al di là del loro naso. 


Ed è grave che in tutto questo tempo si sia evitato di fare l’unica cosa sensata: ascoltare i cittadini. Un vuoto colmato da alcuni sondaggi sul web (Agenda Brindisi e Brindisi Report) che, pur non avendo una validità scientifica, in modo chiaro e netto sono indicativi del pensiero della gente. Questi sondaggi indicano al di là di ogni legittimo dubbio che l’accorpamento con Taranto gode di scarsissimo consenso, al contrario di quello con Lecce, seguito a ruota dalla creazione di una maxi provincia, una sorta di riedizione della vecchia Terra d’Otranto.  


CANNALIRE - Le indagini sull’affare carbone-Edipower hanno visto coinvolto, fra gli altri, l’assessore Francesco Cannalire. Indagini che continuano nel massimo riserbo ed è bene così: le eventuali responsabilità penali di chi, oggi, è oggetto di un avviso di garanzia saranno valutate nel prosieguo degli accertamenti degli inquirenti e dalla Magistratura. Per questo, nel rispetto delle persone coinvolte e delle indagini in corso, è fuori luogo fare processi sommari. Ma quello delle eventuali responsabilità penali è solo un aspetto della vicenda, poiché ve ne è un altro che riguarda l’opportunità di un modo di agire che coinvolge la sfera politico-amministrativa dell’assessore alla programmazione economica e all’attrazione di investimenti. Il compito di un assessore con tali specifiche deleghe è quello di favorire gli investimenti e l’imprenditoria ma, ovviamente, nell’ambito di una precisa programmazione economica del territorio e soprattutto coerentemente con le idee di sviluppo dell’Amministrazione. In linea con questi due principi si possono prendere in considerazione le idee imprenditoriali esposte in modo compiuto e supportate da un dettagliato piano imprenditoriale. Azioni, queste, che sono rivolte allo sviluppo economico del territorio e a favorire l’occupazione, che di questi tempi langue.


Alla luce di ciò, se fossero vere le intenzioni di intervento a lui attribuite, non si capisce sulla base di quali considerazioni l’assessore Cannalire abbia ritenuto di interessarsi di un’iniziativa che era volta a sostituirsi ad una già esistente e operante e che, pertanto, non avrebbe portato un posto di lavoro in più. E poi, cosa più importante, questa idea imprenditoriale toccava un tasto dolente per Brindisi: la movimentazione del carbone che, nel caso specifico, era destinato alla centrale Edipower. Traffico che avviene su una banchina, occupata in pratica permanentemente senza una specifica concessione, e che priva di ulteriori spazi la polifunzionalità del porto. Tra gli intendimenti dichiarati di questa Amministrazione c’è la riduzione della movimentazione del carbone e, riguardo alla centrale Edipower, c’è il pronunciamento chiaro a favore della chiusura sussistendo evidenti elementi di grave rischio e danno alla salute e all’ambiente per la vetustà e l’inefficienza degli impianti, per la mancanza di un piano industriale e per la vicinanza al centro abitato. Ora, nel caso che l’intervento di Cannalire sia stato quello ipotizzato, sembra giusto rilevare che sarebbe stato più saggio, in coerenza coi propositi della sua maggioranza, l’assessore avesse evitato ogni sorta di coinvolgimento in un’idea imprenditoriale del genere dal momento che - pur condotta nel pieno rispetto delle leggi e dell’etica imprenditoriale - non risulterebbe in linea con gli intendimenti politici della maggioranza che sostiene l’amministrazione.


giorgiosciarra@alice.it

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(28 settembre 2012) - ZONA FRANCA (32) a cura di Giorgio Sciarra


Malaffare politico e allarme ambientale

Politica e malaffare - E’ davvero sconfortante lo spettacolo cui assistiamo. Mi riferisco alle vicende della Regione Lazio - ma potrebbero venir fuori ovunque! - che se fossero accadute in un qualsiasi paese civile e democratico non si starebbe a cincischiare tanto: le dimissioni sarebbero state già protocollate. Questo accadrebbe però in un paese dove l’opinione pubblica conta, perché ti punisce e senza dubbio ciò avrebbe evitato certe inutili e poco dignitose messe in scena. La cosa preoccupante è che del malaffare si parli solo quando la Magistratura se ne occupa. Come è possibile infatti, nel caso specifico, che anche le opposizioni non fossero al corrente di quanto avveniva, dell’abnorme aumento - voluto da tutti - dei fondi a disposizione dei gruppi e quindi di tutti i consiglieri. Nel solo 2011 si sono divisi 14 milioni di euro non mancando però di fare vari tagli ai servizi per i cittadini: di questo è indirettamente responsabile anche chi li decide, dal momento che non individua con precisione dove effettuarli.


Ora i consiglieri di opposizione (Pd, Idv, Sel, PSsi, Fds) e alcuni della maggioranza (Mpa, Lista Civica) per sciogliere il Consiglio regionale hanno rassegnato le dimissioni, in tutto 29 consiglieri, ma non sarebbero stati sufficienti poichè sarebbero occorsi quelli dell’UDC che si è trovato nella posizione più congeniale al partito di Casini: essere l’ago della bilancia. Ma il leader centrista ha un po’ tentennato, prima di decidere pare volesse ascoltare gli «amici» del Lazio (per dirsi cosa non si capisce) e infatti posta su twitter: «Correttezza impone che si decida con gli amici laziali. Pensando ai nostri elettori e all’Italia che vogliamo costruire». E’ davvero così difficile capire, in questi casi, cosa imporrebbe la correttezza? A dire il vero Rocco Buttiglione ha assunto una posizione, anche se personale, più decisa. Comunque sia, Renata Polverini ha rotto gli indugi e lunedì 24 ha rassegnato le dimissioni.


Quanto accade nel Lazio - che, ripeto, potrebbe accadere altrove, pone seri problemi sul comportamento dei partiti tradizionali e non fa altro che screditarli mettendo a nudo l’incapacità di una classe politica che trova grossissime difficoltà a debellare un sistema perverso. E’ un modo di fare politica che ha alimento un diffuso malessere e malcontento ed è strano che non si capisca che così facendo ci si scava la fossa e che tale incapacità di interpretare questa situazione non fa altro che fornire carburante ai tanti movimenti, quello di Grillo in testa. 


(foto dalla rete: la megafesta in costume d’epoca organizzata nel Circolo del Tennis del Foro da Carlo De Romanis per la sua elezione nel Consiglio regionale del Lazio ... «festeggiamenti tra politici e porci» come si scrisse all’epoca con riferimento al look di molti presenti. E c’era anche Renata Polverini).


Ambiente - Taranto ha monopolizzato i mass media con la questione Ilva, che ha assunto una rilevanza nazionale per gli altissimi livelli di inquinamento e per l’ingente numero di lavoratori che rischiano il posto oltre, ovviamente, alla produzione dell’acciaio che riveste una importanza strategica per il paese. Ma non si pensi che sia un problema circoscritto alla città jonica, perchè limitarsi a una considerazione del genere sarebbe fuorviante e rimarcherebbe la non conoscenza del problema ambientale in Italia o la volontà di sottovalutarlo, come del resto è stato fatto per lungo tempo proprio con la questione Taranto, sino a quando non è intervenuta la magistratura.


In Italia esistono 57 Siti di Interesse Nazionale (SIN) individuati come aree in cui l’inquinamento di suolo, sottosuolo, acque superficiali e sotterranee è talmente esteso e grave da costituire un serio pericolo per la salute pubblica e per l’ambiente naturale. Un numero contestato da Confindustria, ciò non di meno una notevole porzione di suolo nazionale ha subito un danno ambientale enorme e, quindi, necessita di bonifiche. Un’opera di dimensioni gigantesche della quale si dovrebbe avere coscienza e alla quale occorre porre rimedio dopo anni di violenza sull’ambiente. Certo è che la legge dovrebbe essere adeguata, facendo ritornare ad essere penalmente perseguibile l’omessa bonifica dal momento che questo reato è stato abrogato e riformulato dall’articolo 257 D.Lgs. n. 152/2006. Certo che sarà difficile pretenderlo da questo Governo che, oltretutto, esprime un ministro dell’ambiente molto sui generis: seguendone le varie dichiarazioni è difficile considerarlo credibile. E se si pensa che ha ricoperto per lunghi anni ruoli importanti nello stesso ministero, viene molto da pensare alle tante certificazioni ed ai permessi ministeriali rilasciati. 

Giorgio Sciarra

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(21 settembre 2012) - ZONA FRANCA (31) a cura di Giorgio Sciarra



Riordino delle Province, le affinità opinabili

Molto meglio sarebbe stato se il Governo, con la stessa determinazione e lo stesso «coraggio» messi in campo nelle altre riforme che hanno inciso profondamente sull’economia delle famiglie, avesse abolito tutte le Province. Certo, per far questo ci sarebbe voluta una riforma costituzionale bisognosa dei suoi tempi e soprattutto di una maggioranza dei due terzi, quindi di una decisa volontà politica che evidentemente non si è manifestata perché probabilmente i partiti erano più propensi a salvare più poltrone possibile che a varare una riforma seria.


Il risultato conseguito ha solo creato scontenti e difficilmente la legge riuscirà a raggiungere, in maniera significativa, gli scopi economici che si era prefissa.  


La legge ha dato la stura a giustificati (in parte) istinti di campanilismo, ad una sorta di mercato per acquisire comuni limitrofi e, quindi, poter raggiungere i parametri fissati dalla legge per la conservazione dello status di provincia; inoltre, non mancheranno numerosi ricorsi alla Corte Costituzionale per far invalidare quanto deciso dal Governo, azione che è vista come l’unica strada percorribile per salvare le Province più deboli. 


Ma veniamo alle nostre cose, alla nostra Provincia la cui soppressione è certa. Forse se sin dall’inizio, invece di ipotizzare varie soluzioni, si fosse tenuta una riunione con tutti i sindaci e fosse stata stabilita una linea comune sarebbe stato possibile evitare mesi di estrema confusione e la «fuga» di alcuni comuni verso diverse soluzioni.


In questi ipotizzati accorpamenti pare pesare l’affinità politica più che una razionale valutazione di ciò che è più conveniente per il territorio. Pare ormai deciso l’accorpamento con Taranto, essendo riusciti a strappare a Ippazio Stefàno (nella foto con Massimo Ferrarese e Mimmo Consales), primo cittadino jonico, l’impegno di riconoscere alla nostra città pari dignità e la promessa dei due capoluoghi come è, ad esempio, per la Provincia  marchigiana di Pesaro e Urbino ambedue capoluoghi anche se la sede amministrativa si trova a Pesaro così come tutti gli organismi amministrativi e gli uffici provinciali. Ed è proprio questo il punto: pari dignità va bene, ci mancherebbe altro, ma le sedi amministrative e decisionali, che sono il core business della questione, dove saranno collocate, a Brindisi o a Taranto? Certo è che non potranno esserci doppioni, altrimenti tutto sembrerebbe una farsa e inoltre si consideri che affinché siano riconosciuti due capoluoghi non è sufficiente un accordo tra le parti ma un apposito decreto legge. 


Se dovessimo valutare secondo la nostra affinità culturale e le tradizioni storiche, l’accorpamento logico dovrebbe essere con Lecce (fermo restando la salvaguardia della dignità della città di Brindisi) e, a mio avviso, anche più conveniente per il territorio. 


Non credo che nessuno dei «manovratori» si sia posto il problema di sentire cosa pensano i cittadini; dai sondaggi dei siti web (per quello che possono valere ma sono gli unici ad aver posto il quesito), si deduce con estrema chiarezza una cosa: quanto poco gradita sia l’unione con Taranto al contrario di quella con Lecce e in seconda ipotesi quella della provincia salentina (Brindisi-Lecce-Taranto) ormai tramontata.


Brindisi e Taranto hanno gli stessi gravi problemi, da quello ambientale a quello occupazionale, quindi l’ipotetica nascitura provincia jonico-adriatica si troverebbe a gestire due aree con gravissime problematiche, potranno essere trattate con la stessa priorità e urgenza che entrambe meritano? L’una e l’altra città sono dotate di porti e sono sedi di Autorità Portuale, a Brindisi vi è un aeroporto (denominato del Salento) in forte e costante ascesa e Taranto non è da meno con quello commerciale di Grottaglie, che non ha mai nascosto le sue velleità di acquisire una fetta del traffico passeggeri. Queste «duplicazioni», alla fine, costituiranno un punto di forza o di debolezza per una delle due infrastrutture? 


La Marina Militare a Brindisi ha da tempo spostato il «cervello» e la parte decisionale della base navale, dell’Arsenale e degli enti amministrativi a Taranto, ed oggi assistiamo inermi al lento ed inesorabile declino (e futura scomparsa) della presenza della Marina Militare nella nostra città, senza che sia stato fatto nulla! Abbiamo già subito delle perdite importanti (ad esempio la Banca d’Italia), non possiamo permetterci altre distrazioni.


Non voglio apparire come un disfattista, vorrei solo indurre ad una sana e razionale riflessione per ciò che realmente potrebbe essere più conveniente per il nostro territorio e a non farsi influenzare, lo ripeto, da affinità politiche (Lecce e provincia sono amministrate dal centro destra mentre Taranto e provincia lo sono dal centro sinistra) che tengono conto di altro genere di convenienze. 


giorgiosciarra@alice.it

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(14 settembre 2012) - ZONA FRANCA (30) a cura di Giorgio Sciarra



Logo Palasport - Alcune volte si farebbe bene a tacere, soprattutto quando le parole pronunciate per mettere una pezza sottolineano l’inopportunità di certe scelte.

E’ il caso del logo della Città di Brindisi tolto dal centro del parquet del palasport «Elio Pentassuglia» per far posto ad una pubblicità che, paradossalmente, pare farà propaganda, anche se indirettamente, alla città di Bari. Il comunicato diramato dalla società New Basket Brindisi immaginando di sedare le polemiche precisa che «la ‘rimozione’ rientra in un preciso accordo con l’Amministrazione comunale, proprietaria dell’impianto sportivo. In particolare, con il sindaco di Brindisi Mimmo Consales, con l’intento di dare maggiore risalto alla città, è stato convenuto di spostarlo in altra zona del campo di gioco, dandone superiore evidenza grafica ed inserendolo, anche, nei rotor pubblicitari e sulla cartellonistica fissa di bordo campo». Beh, non so se suoni più come una presa in giro o come una offesa all’altrui intelligenza. In proposito, altra perla è la «giustificazione» secondo la quale sarebbe stato concesso quello spazio per consentire un introito alla società sportiva al fine di onorare il debito nei confronti dell’Amministrazione comunale circa il mancato pagamento del ticket per l’uso del palasport. Purtroppo ignoro l’autore di questo pensiero ... che si commenta da sé per la sua incongruenza. Se dovessi commentare queste parole dette in libertà (estrema) rischierei di essere offensivo e voglio evitarlo, ma ciò non vuol dire che non possa esprimere il mio giudizio (assolutamente negativo) su questo episodio. Vi sono cose che non si possono e non si devono fare per una questione di etica, di buon senso, di amor proprio, di intelligenza. Spero di tutto cuore che vi sia un ripensamento, che non si vada avanti con testardaggine e poca accortezza, con atti criticabili e impopolari. Ma bisogna dire che il sindaco non sta perdendo un colpo. Se vuole entrare nel guinness dei primati è sulla buona strada. In bocca al lupo! 

Edipower - Se non ci fosse stato il famoso decreto legge che consentì all’Enel di vendere, invece di chiudere e bonificare, il «ferro vecchio» della centrale Brindisi Nord e se non si fosse fatto di tutto per smantellare la convenzione del 1996 oggi non ci ritroveremmo a discutere della chiusura e dei maggiori danni ambientali e sanitari gravati sulla cittadinanza.

Mi sembra ovvio che quando si auspica la chiusura di questo impianto, situato a poche centinaia di metri dalla città e che occupa un’aerea che sarebbe utilissima per il porto, bisogna pensare alla difesa dei posti di lavoro peraltro erano tutelati, appunto, nella convenzione del 1996. Ciò però non può impedire di far tutto il possibile per arrivare alla dismissione per l’altrettanta legittima difesa di altri diritti fondamentali: salute e sicurezza dei cittadini. Non c’è nulla di peggio che rinvangare il passato e recriminare su come sarebbe stato meglio e più vantaggioso per tutti se le cose fossero andate diversamente. Così non è stato, guardiamo avanti.

Oggi la situazione è diversa, la presa di coscienza è maggiormente diffusa e si può concludere positivamente per tutti questa incresciosa questione, ma è necessario che ognuno, Amministrazioni locali e Governo, si assumano in pieno la loro parte di responsabilità senza altri trucchi e giochini.

In questa vicenda c’è un aspetto che ricorda la sublime arte della commedia all’italiana: nel dichiarato (e a mio avviso prevedibile) deludente incontro tra l’Amministrazione comunale e le alte sfere di Edipower nessuno era a conoscenza dell’avvenuto rilascio dell’AIA, né l’azienda né il sindaco. Incredibile, ma non è possibile che sia vero. Mi spiego. Personalmente sono convinto che Consales ignorasse realmente questo aspetto ma come è possibile che nessuno dei dirigenti non ne fosse a conoscenza? E’ mai possibile che il Ministero, a conclusione dell’iter di una importante certificazione come quella in questione, non abbia avvertito nessuno? Sono aspetti che bisogna chiarire all’intera cittadinanza con le relative responsabilità degli autori o artefici che dir si voglia.

C’è un altro aspetto che sarebbe bene conoscere: durante il lungo iter necessario per questa certificazione quali sono state le «prescrizioni» avanzate dai tecnici comunali delegati ai relativi incontri? Rimaniamo in attesa!


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(7 settembre 2012) - ZONA FRANCA (29) a cura di Giorgio Sciarra


Preliminarmente, voglio sottolineare come l’intervista rilasciata dal colonnello Ugo Sica a Sonia Gioia per il Quotidiano non abbia provocato il dibattito che meritava. Le affermazioni dall’ex Comandante provinciale dei Carabinieri sono state tanto importanti e pesanti quanto lapalissiane. Spero che il suo «contributo» non scivoli addosso, come pare stia avvenendo, a chi ha il dovere di intervenire e ai quali il messaggio era implicitamente indirizzato. Mi permetto di fare una sola correzione a quanto sostenuto da Sica: la «violenza» al territorio brindisino non è ascrivibile a 30 anni fa, ma a qualche decennio prima.

Il caldo torrido non ha fiaccato le polemiche, al contrario le ha rese ancora più «roventi». Non si può dire che si sia sentita l’assenza del sindaco che, pur fisicamente altrove, non ha fatto mancare il suo pensiero via web col risultato di rafforzare le diatribe. E al suo ritorno ecco il serafico saluto su Facebook: «Buongiorno a tutti! Eccoci qui! Tanta agitazione per nulla ...». Eh già, Mimmo Consales ha pensato bene di ispirarsi al titolo della famosa tragicommedia di William Shakespeare (Much Ado About Nothing / Molto rumore per nulla) per esorcizzare le contestazioni. Bastasse così poco saremmo a posto.


Tralasciando i contrasti sulla questione della riapertura di corso Garibaldi, sulla delibera di «Culturamiamo» - per la quale è stato (solo) minacciato l’invio alla Corte dei Conti - risolte nell’ultimo Consiglio a colpi di maggioranza sino a quando non si è vaporizzata, rimangono tuttora scottanti quella esplosa sulla questione energetica e costituzione di parte civile, quella che cova sotto la cenere sul registro delle unioni civili e sarebbe doveroso, inoltre, che l’Amministrazione comunale chiarisse il ruolo avuto (autorizzazioni ed eventuali contributi) sulla trasformazione in «discoteca» del Castello Alfonsino: un uso davvero improprio.


Sui rapporti con le aziende del territorio, Mimmo Consales ha espresso in modo chiaro, già durante la campagna elettorale, la sua idea: dialogo e confronto, non scontro. Una linea (politica) ribadita in aula consiliare anche quando è stata prospettata l’opportunità o meno della costituzione di parte civile nel processo che vede sul banco d’accusa alcuni dirigenti Enel. Ora pare che la querelle sia risolta. Ma a dire il vero qui non si trattava di valutare un’opportunità ma di adempiere a un dovere; tra l’altro il sindaco è il responsabile della condizione di salute della popolazione del suo territorio e può adottare provvedimenti contingibili ed urgenti con la finalità di reprimere e prevenire pericoli che minaccino la pubblica incolumità. Un dovere che non si esaurisce con la costituzione di parte civile nei confronti dell’Enel, ma che può e deve essere esteso anche nei confronti di Edipower che tutto dimostra tranne che rispettare il territorio. E ricordiamo sempre che avrebbe dovuto chiudere il 31 dicembre 2004.


Oltretutto, su questi casi specifici il maggior partito della maggioranza (PD) ha chiaramente espresso la sua posizione, quindi c’è poco da girarci intorno, semmai è bene compiere azioni concrete affinché dopo decenni di malversazioni da parte del comparto energetico si possa definitivamente voltar pagina. Senza, peraltro, tenere in minima considerazione le sistematiche e strumentali «preoccupazioni» sollevate sempre dagli stessi ambienti.


Salvatore Valentino, medico e consigliere comunale del PD, deve essere particolarmente sensibile ai temi dei diritti sociali se ha sostenuto con forza la necessità dell’istituzione del Registro delle Unioni Civili. Una proposta che ha sollevato la contrarietà della parte conservatrice della maggioranza ma che ha incassato la «solidarietà» del sindaco e di altre forze politiche. Occorre dire che questa iniziativa non può ragionevolmente trovare in disaccordo chi intende amministrare una società secondo criteri democratici e cioè assicurandosi che ogni cittadino abbia parità di diritti. Valentino, dato che ne è profondamente convinto, porterà avanti le sue idee e in quel caso la maggioranza politica dovrà disinnescare le sicure contrarietà al suo interno che non devono e non possono comunque impedire un atto di normale civiltà.


Un’ultima annotazione. Siamo nel 2012: vogliamo pensare seriamente a rendere decenti i festeggiamenti dei Santi Patroni? Penso di interpretare il pensiero di molti immaginando che debba svolgersi in città solo la parte religiosa dell’avvenimento, spostando in altra zona (ad esempio la banchina di Santa Apollinare) bancarelle e giostre. Pensandoci sin d’ora si potrebbe trovare una soluzione conveniente per tutti.  


P. S. - Se la politica della «tolleranza zero» deve essere applicata, deve essere a 360° (cittadini, aziende, criminalità ecc.) perché non si può essere, come suol dirsi, forti coi deboli e deboli coi forti.


giorgiosciarra@alice.it

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