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Amarcord: Totò Mattioli, bomber della doppia promozione in serie C

L’amarcord di questa settimana è dedicato ad un giocatore che contribuì in modo importante alla doppia consecutiva storica promozione dalla serie D in serie C, nelle stagioni 1966/67 e 1967/68. Erano i primi anni da presidente del Commendatore Franco Fanuzzi: il giocatore in questione è Antonio (Totò) Mattioli. Nei suoi tre anni di permanenza a Brindisi, con il ruolo di centravanti, totalizzò 77 presenze e realizzo 33 reti. Tante, considerando che all’epoca le squadre giocavano prettamente a difesa della propria porta e con marcature asfissianti a uomo. Fu proprio lui a indossare la prima mitica maglia biancoazzurra, voluta da Fanuzzi, con la «V» sul petto, con il numero 9. (Nella foto di copertina Mattioli è il primo in piedi da destra)
Nato a Roma il 20 settembre 1940, calcisticamente è cresciuto nelle giovanili della Lazio, società dove arriva a 14 anni. Viene inserito dall’allenatore dei Pulcini Sentimenti (II) nella squadra che vincerà il campionato di categoria. Passa poi nella squadra Ragazzi A. Disputa tre stagioni in maglia biancoceleste a partire dal 1957/58. Esordisce in serie A, a soli 17 anni, nella partita Lazio-Udinese (1-0) del 15 dicembre 1957. Da segnalare che la domenica precedente, nella partita Lazio-Torino, era in campo come raccattapalle. Dopo un’altra stagione alla Lazio, in cui gioca solo nel campionato Cadetti, nel 1959/60 va in prestito al Cral Cirio (divenuto in seguito Internapoli) in serie C. Torna alla Lazio nel 1960/61, ma trova posto in prima squadra solo in occasione della sconfitta interna del 14 maggio 1961 Lazio-Milan (0-1). Al termine del campionato chiede di essere ceduto all’Arezzo in serie C, dove disputa due stagioni (1961/62 e 1962/63). In seguito si trasferisce prima al Pescara (1963/64), poi al Taranto (1964/65 e 1965/66), sempre in serie C, per poi approdare a Brindisi nel 1966/67, dove resta fino alla stagione sportiva 1968/69.
All’epoca ero un quattordicenne ed ero un suo fan sfegatato, quindi vi lascio immaginare la mia emozione a ritrovare, pur solo telefonicamente, il mio idolo. Non sapevo come avrebbe reagito alla mia telefonata. Con grande sorpresa, dopo essermi presentato, al solo nominare Brindisi ha manifestato la sua gioia.

Totò Mattioli oggi, quasi ottantenne

Signor Mattioli, la chiamo da Brindisi, la disturbo?
Sorridendo, con l’accento tipicamente romano, risponde: «Mi fa piacere, quando mi nominano Brindisi, mi ricordano il più bel periodo calcistico e non solo, della mia vita. Al solo pensiero mi vengono i brividi, perché le voglio bene».
Come sta?
Sto bene e sono in piena forma.
E’ pronto per ritornare a giocare a Brindisi?
Sempre sorridendo, scherzosamente risponde: «Se avessi l’età giusta (a settembre compirò 80 anni), verrei volentieri. Comunque mi mantengo bene, gioco sia a bocce che a tennis. Penso che nonostante l’età, una quindicina di minuti li reggerei».
Dove Vive?
Vivo a Sassoferrato, in provincia di Ancona. Qui vivono le mie figlie. Ho tre nipoti. Sono sposato da 55 anni. Mia moglie l’ho conosciuta in un bar a Roma, era corteggiatissima. Avevo 18 anni. Decisi di lasciare stare, c’era troppa concorrenza. Poi ci siamo incontrati in una festa da ballo e ci siamo conosciuti meglio e sposati il 21 giugno del 1964.
Sa che a Brindisi, chi ha vissuto, come me, il periodo, in cui lei ha giocato, la ricorda sempre volentieri?
Mi fa emozionare. A Brindisi sono stato molto bene e avrei voluto stabilirmi per sempre, le circostanze me l’hanno impedito. Ero a fine carriera, ero sposato, avevo due figlie, Simona e Silvia, quest’ultima d’accordo con mia moglie, l’abbiamo fatta nascere a Brindisi. Quando incontro mia figlia Silvia, in automatico il mio pensiero va al periodo in cui sono stato a Brindisi. Pensi un po’ quanto bene volevo e voglio a Brindisi.
Quindi cosa le ha impedito di restare a Brindisi?
Come dicevo, ero a fine carriera e sono stato chiamato dall’ATAC (acronimo di Azienda Tranvie e Autobus del comune di Roma) per lavorare come autista (dopo 10 anni, ho poi vinto un concorso interno, sono diventato impiegato). Per avvicinarmi sono passato alla Viterbese, ma non giocai alla mia altezza. Per allenarmi facevo avanti e in dietro tutti i giorni 100 km, Roma-Viterbo e ritorno, mi stancava. in più lavoravo come autista. Non riuscivo a rendere come piaceva a me ho smesso di giocare.
Mentre lavorava da autista, ha avuto la possibilità di restare nel calcio?
Feci il corso di allenatore con Dacosta, in seguito mi volle come giocatore in una squadra di promozione, il Sacrofano. Aveva bisogno di una persona d’esperienza in panchina. Quando servivo ero sempre pronto a giocare. Ho allenato e vinto due campionati consecutivi, uno dalla Prima Categoria in Promozione con il Trastevere e l’altro dalla Promozione alla quarta serie (l’attuale serie D), con il Tuscania. Successivamente ho allenato altre squadre ma non ricordo il nome.
A Brindisi ha realizzato molti goal. Ne ricorda uno a cui è maggiormente legato?
Sono legato a tutti i goal realizzati. A Brindisi giocavo con il cuore e davo il massimo, semmai ricordo un anno in cui giocai dieci partite realizzando già 14 goal. A causa di uno stiramento ai legamenti del ginocchio destro, rimasi fuori squadra per due mesi. Quando sono rientrato, non ero al massimo e avevo paura di rifarmi male. Ci misi un bel po’ di tempo prima di riprendermi. Quell’anno finii il campionato con 17 reti all’attivo. Senza quell’incidente ne avrei fatte almeno 30. Come tiravo centravo la porta.

Chi la volle a Brindisi?
Fu il commendatore Franco Fanuzzi a volermi, a tutti i costi. Di lui ho un bellissimo ricordo. Un grande intenditore di calcio. Ricordo che dovevo trasferirmi da Taranto, serie C, a Palermo in serie B. Mi chiamò e mi convinse a suon di soldi a scendere in serie D, ma anche per il programma ambizioso. Mi disse che avrebbe accettato qualsiasi mia richiesta. Io gli chiesi una bella cifra. Poi quando arrivai a Brindisi, si rimangiò la parola. Me ne tornai con mia moglie a Roma, in attesa di trasferirmi a Palermo. Il giorno prima che iniziasse il campionato, mi richiamò il commendatore, accettando tutte le mie richieste. Presi l’aereo che mi segnalò la società, arrivato a Brindisi mi portarono in sede, in via Vanini al centro, e firmai il contratto. Poi mi portarono in albergo. Quella notte dormii malissimo, per il rumore del traffico. L’albergo era buono, ma non c’era l’aria condizionata in quella stanza. Il giorno dopo mister Morisco, mi disse che avrei dovuto giocare. Giocammo contro il Portorecanati. Non mi allenavo da tempo. I miei propositi erano quelli che avrei dato il massimo i primi 20 minuti. Ero convinto che un tempo lo avrei retto. All’epoca si poteva cambiare solo il portiere, quindi in ogni caso sarei dovuto restare in campo fino alla fine. Nei primi dieci minuti realizzai due goal. Quel giorno se fossi stato bene fisicamente, ne avrei fatti molti di più. Arrivavo spesso a tu per tu con il portiere, ma arrivavo annebbiato.

Quando si trasferì a Brindisi, lo fece insieme ad altri giocatori, sempre del Taranto. Ricorda i nomi?
Sì. Bandini, Di Serio, Ghersetich, Martinelli, e Belleno.
Quali erano le sue specialità tecniche?
Le sforbiciate. Appena mi capitava l’occasione le provavo. Contro la Fermana ne feci una. Mi ritrovai abbracciato dai tifosi, felici per il goal. Ero molto bravo anche di testa. Andavo su bene. Facevo diversi goal di testa. L’allenatore slavo Ciric della Lazio, mi insegnò a colpire di testa con gli occhi aperti, in modo da vedere fino all’ultimo momento in quale posizione si trovasse il portiere.
Ricordo una sua breve apparizione in un film o sbaglio?
Non sbaglia. Il film era “I due maghi del pallone” con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Il regista era Mariano Laurenti. Avevo anche due battute che ancora ricordo: «Perché il mister non è in panchina?». Avrei dovuto partecipare anche al film di Alberto Sordi “Il presidente del Borgorosso football club”, ma non ci sono potuto andare.
Oltre a Brindisi dove si è trovato bene calcisticamente?
Dappertutto, ma quando si parla di calcio, mi ricordo solo di Brindisi. Neanche a Taranto, anche se lì sono stato bene. Ma non riuscivo a fare goal.
Perché non ci riusciva?
Avevo comprato un appartamento a Roma, e stavo pagando le rate. Il mio pensiero era sempre là. Come ho finito di pagarle, ho ricominciato a segnare.
E’ più tornato a Brindisi?
Sì, ci sono tornato. Mi chiamarono per partecipare ad una partita tra vecchie glorie. Quando mi chiamavano da Brindisi partivo subito. Abbiamo fatto la partita, ci siamo divertiti. A quei tempi ero abbastanza allenato in quanto partecipavo al campionato nazionale ex calciatori (i colleghi dell’ATAC, quando giocavo, mi agevolavano con gli orari). Facevo parte di una squadra mista tra Roma e Lazio. Ho potuto giocare insieme a giocatori famosi che avevano calcato i campi di serie A. In quell’occasione vinsi la classifica cannonieri della mia squadra.

Cosa ricorda della vittoria di quel campionato, poi perso a tavolino per presunto illecito sportivo?
Quell’anno l’allenatore era Morisco, con cui mi sono trovato bene. Era un uomo alla mano. Dopo gli allenamenti gli piaceva stare insieme a noi giocatori. Gli piaceva scherzare. Poi non so esattamente com’è andata. Avevamo vinto il campionato con due punti di vantaggio sul Chieti. L’ultima di campionato festeggiammo dopo aver stravinto (6-0) con il San Crispino. Quell’anno sportivo (1966/67), realizzammo 54 goal e ne subimmo solo 6, record nazionale, in porta c’era Bandini, ne parlarono alla Rai alla Domenica Sportiva. A Brindisi, per il ritorno in serie C, ci furono tanti festeggiamenti, che durarono diversi giorni. Ricordo che i tifosi fecero i manifesti funebri al Chieti e l’immancabile funerale allo sconfitto. In piena estate cominciarono ad uscire strane voci di combine. Misero in mezzo il commendatore Fanuzzi. Dissero che aveva comprato la partita con il Maglie, tra l’altro ultimo in classifica. E’ stata una partita che noi abbiamo vinto (2-1) e nella quale i giocatori del Maglie ci massacrarono di botte. Entravano sulle gambe proprio per farci male. Per fortuna era una partita comprata! Evidentemente, all’epoca, il Chieti era più quotato e ci hanno retrocesso, dandoci 15 punti di penalizzazione. Noi giocatori che avevamo vinto il campionato, ci siamo rimasti molto male.

Le proteste in città per la penalizzazione dopo il successo in campionato di serie D (1966/67)

L’anno dopo avete rivinto il campionato, realizzando 56 reti e subendone 13. Come andò?
L’anno dopo avevamo grande voglia di rivalsa e abbiamo stravinto. L’allenatore non era più Morisco ma Castignani. Il nuovo mister pretendeva dei passaggi previsti a tavolino e sistematici, da un giocatore all’altro, senza lasciare libertà alla fantasia e all’imprevedibilità. All’inizio le cose andavano male. Poi io, Bandini e Martinelli, abbiamo chiesto un incontro con il Commendatore Fanuzzi. Fu Bandini che disse apertamente al commendatore (che di calcio ne capiva), quali erano i problemi. Ci fu un successivo chiarimento con Castignani e da quel momento ci fece giocare diversamente. Ci chiamò tutti e disse: «Da oggi cambiamo gioco.

Giocate come giocavate lo scorso anno». Da lì in avanti arrivarono i risultati e cominciammo a vincere tutte le partite. Il commendatore, per stimolarci, ogni mercoledì ci dava il premio partita. Il campionato lo vincemmo con 9 punti di vantaggio sulla seconda, ossia il Bisceglie, che sconfiggemmo nell’ultima di campionato a Brindisi (4-0). Finalmente promossi in serie C. Di nuovo grandi festeggiamenti in città.

Come andò in serie C?
Per affrontare degnamente la serie C, arrivarono altri bravi giocatori, come Ciannameo, Campanini, Bellan e Ferrero. A fine campionato ci classificammo al quarto posto. Incontrammo il “nemico” Chieti: all’andata vincemmo noi (1-0), al ritorno furono loro a batterci (1-0). Purtroppo continuavo a non andare d’accordo con l’allenatore Castignani, che non mi diede molto spazio. Successivamente, a fine campionato, per i motivi già detti, mi trasferii alla Viterbese.
Lei ritornò a Brindisi con quale ruolo?
Dopo aver smesso, per un breve periodo, ho fatto il direttore sportivo per il Brindisi. Poi perdemmo una partita e mi volevano dare la squadra da allenare, ma io non ho voluto. Ad allenare c’era Ciannameo. Non volevo che pensasse che gli volevo fare le “scarpe”. Invece, proprio per suo rispetto, rifiutai una bella occasione per allenare in serie C. Alla fine, per non fare un torto all’amico, oltre a rifiutare la carica d’allenatore, interruppi anche quella di direttore sportivo, e rientrai a Roma. Avrei potuto affiancarlo, dargli qualche consiglio ma più di quello non volevo fare. Poi a sostituire Ciannameo, arrivò Zecca.
Ha più seguito le vicende calcistiche del Brindisi?
L’ho sempre seguito fino a quando è decaduto. Adesso non riesco più a trovarlo.
Adesso partecipa al campionato di serie D.
Bene. Si è ripreso! Appena possibile verrò a vedere qualche partita a Brindisi.
La ringrazio per la sua disponibilità.
Parlare di Brindisi mi fa sempre piacere. E’ rimasta nel mio cuore, non c’è niente da fare. Vorrei salutare tutti i brindisini. Faccio a tutti voi un in bocca al lupo, per un ritorno come minimo in serie B. Mai accontentarsi.
Servizio a cura di Sergio Pizzi

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