Autore: Basket IN EVIDENZA Sport

Basket A2: il caso Bergamo e la fragilità sistemica oltre il campo

(a. c.) – Dopo quello parziale di mercoledì 11 febbraio, con sole quattro partite disputate, il turno di A2 in programma tra stasera e lunedì vedrà tutti in campo, ad eccezione di Avellino, che osserverà il turno di riposo per l’esclusione di Bergamo, circostanza già verificatasi nell’infrasettimanale per Rimini. La «revisione» della classifica, con la cancellazione delle gare disputate dal club bergamasco, ha aperto particolari scenari di classifica, anche se Pesaro (quattro punti in meno, come Livorno) ha reagito alla grande espugnando Cividale, mentre Scafati ha vinto a Cremona. E’ il momento giusto per una riflessione finale sul «caso Bergamo», che abbiamo affidato al nostro Paolo Mucedero, lavagnista della trasmissione ZONA Basket di Teleregione, che analizza i vari aspetti, specie economici e burocratici, del forfait bergamasco, partendo naturalmente dal clamore provocato dalla rinuncia del team di Stefano Mascio. Senza dimenticare quello che è accaduto in serie A con la Trapani Shark di Valerio Antonini.

Nella foto un time out Blu Basket di Alessandro Ramagli, che ha sostituito Cavina a Verona.

Sarà difficile, in futuro, ricordare la stagione sportiva 2025/2026 come una semplice annata di campionato: entrerà negli annali (e nelle cronache) come quella in cui due società di basket professionistico sono scomparse nel giro di pochi mesi, lasciando vuoti nelle classifiche e, soprattutto, nel cuore dei propri tifosi. Prima l’esclusione della Trapani Shark dalla serie A a causa di gravi irregolarità amministrative; poi, più recentemente, la auto-esclusione della Gruppo Mascio Bergamo dal campionato di serie A2. Due storie diverse nei fatti, ma sorprendentemente simili nella sostanza: società che spariscono affossate da questioni economiche e burocratiche, lasciando nel frattempo un vuoto nella comunità all’interno della quale operavano. I siciliani non hanno rispettato gli obblighi economici e burocratici richiesti per l’iscrizione alla serie A, attivando la procedura di esclusione della FIP: una situazione ricorrente, per quanto drammatica, di chi ignora il primo principio di qualsiasi impresa sportiva. I lombardi, invece, hanno preso atto dell’impossibilità di proseguire la stagione e si sono formalmente ritirati dalla competizione, lasciando un buco nel calendario e nella graduatoria.

L’effetto immediato di questa decisione è stato un curioso «regalo» alla Valtur Brindisi: l’annullamento dei risultati conseguiti da Bergamo ha comportato per i biancazzurri un balzo in classifica, che oggi appare più forte rispetto a una settimana fa. Altre squadre sono state invece pesantemente penalizzate dal provvedimento, avendo vinto due volte contro Bergamo e vedendosi così privati di ben quattro punti in un colpo solo, come nel caso di Livorno. Questa dinamica apre una riflessione più profonda: che valore può avere un campionato la cui classifica viene alterata da vicende extra-sportive? Quando una delle contendenti si ritira non sono più solo i suoi tifosi a subire un torto. È l’intero sistema della A2 che si ritrova a fare i conti con una fragilità sistemica che va oltre il campo. Il problema, come più volte sottolineato da osservatori, dirigenti e tecnici come coach Ramagli (ospite nella puntata di zona basket del 9 febbraio), riguarda la struttura economica del basket professionistico italiano, e in particolare della serie A2. Un campionato nato per essere competitivo, ma che troppo spesso si trasforma in un peso notevole per chi lo finanzia. I costi di gestione (viaggi, stipendi, fitto dei palazzetti, personale tecnico e sanitario, logistica) sono elevati. I ricavi – tra sponsor, biglietti, merchandising e diritti televisivi – spesso restano drammaticamente bassi o addirittura inesistenti. In questo contesto diventa sempre più evidente un tema: il cosiddetto «meccanismo del mecenatismo». Una sola persona – spesso un imprenditore locale con altre attività da portare avanti – si trova a governare e sostenere una struttura complessa come una squadra professionistica.

Quando i conti non tornano, o quando semplicemente la pazienza o la passione si esauriscono, il rischio di lasciare tutto è altissimo. E quando ciò accade non perde soltanto l’imprenditore di turno: perde una comunità, perde una città, perde uno spazio di identità e appartenenza. Per non parlare di casi ben più opachi di proprietà che hanno “interpretato” i regolamenti e aggirato obblighi e doveri fino ad essere beccati con le mani nella marmellata. La proposta di trasformare la A2 in una lega di sviluppo pensata soprattutto per i giovani italiani, con meno pressione sul risultato sportivo e più focus sulla crescita tecnica, è certamente interessante sul piano teorico. Ma è un modello che – per quanto idealista – rischia di svuotare ancora di più di significato il prodotto agonistico. La G-League della NBA è un esempio spesso citato, ma è bene ricordare che in America essa esiste perché è sostenuta da una macchina economica di gran lunga superiore, con diritti TV, sponsor globali e un ecosistema commerciale dal valore di miliardi di dollari che in Italia semplicemente non c’è. La realtà è che senza competizione, senza un prodotto sportivo attrattivo, non si genera interesse: né tra il pubblico, né tra gli sponsor, né tra i media. E senza interesse non si generano ricavi. Senza ricavi, ogni investimento sembra destinato a rimanere nel vuoto. È un circolo vizioso nel quale molte società di A2 – e non solo quelle di piccole città – rischiano di rimanere intrappolate.
Servizio di Paolo Mucedero

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