Sono trascorsi 35 anni da quell’eccezionale esodo che cambiò la storia. Era il 7 marzo del 1991 quando l’Italia scoprì di essere una terra di frontiera per migliaia di cittadini albanesi. Quel giorno arrivarono nel porto di Brindisi, a bordo di navi mercantili e di ogni tipo di imbarcazioni, alcune improvvisate, 27mila migranti. Fuggivano dalla crisi economica e dalla dittatura, stremati da decenni di regime comunista guidato da Enver Hoxha e Ramiz Alia. Già nei primi mesi del ‘91 diverse persone erano fuggite verso le coste pugliesi, ma fino a quella mattina non si era ancora visto un flusso così imponente di sbarchi. E mentre la macchina dell’accoglienza provava a rispondere a quella emergenza inattesa, almeno nei numeri, la comunità brindisina seppe misurarsi in una vera e propria gara di solidarietà per soccorrere donne e bambini. La generosità dei brindisini, che non lesinarono aiuti di ogni genere, alimentari, vestiario e medicinali, sembrò un fatto naturale e spontaneo. Sindaco dell’epoca era un giovanissimo Giuseppe Marchionna. Pubblichiamo la sua nota e quella dell’onorevole Mauro D’Attis.

LA NOTA DI GIUSEPPE MARCHIONNA – È un 7 marzo particolare, quello che ci apprestiamo a vivere su un versante tutto brindisino e che merita di essere ricordato, perché restano i segni tangibili di un evento, che portò tutti i cittadini ad essere protagonisti di una pagina della storia europea. Ricorrono i 35 anni del culmine dello sbarco di migliaia di cittadini albanesi nel porto della città e nessuno escluso, fra i Brindisini, si tirò indietro sul fronte dell’accoglienza e della condivisione con quanti raggiungevano l’Italia dall’altra parte dell’Adriatico con ogni mezzo che navigasse e reggesse il mare, cercando nuove strade per le loro vite in fuga da un regime totalitario e con un’economia al collasso.

Ci si prodigò in mille maniere e senza calcoli di opportunismo, ma spinti solo da sentimenti di solidarietà e di fratellanza. Si aprirono le porte delle scuole, le famiglie cercarono di offrire quanto potevano, da sole o organizzandosi spontaneamente. Sono i testi di storia che ora raccontano di una città aperta all’accoglienza e di una popolazione brindisina che rispose con una solidarietà senza precedenti, offrendo cibo, vestiti, cure e ospitalità spontanea. Hanno scritto che la città si trasformò in un enorme centro di accoglienza diffusa, dove scuole, palestre e strutture pubbliche vennero adattate per dare riparo ai migranti. Quell’esodo, ricordato oggi come un passaggio storico per l’Italia e per l’Europa, rappresentò un esempio concreto di umanità e fratellanza tanto che l’Unesco ha riconosciuto Brindisi come ‘Porto di pace e di accoglienza’. Il sindaco di Brindisi, Giuseppe Marchiona, nel ricordare l’evento, lo propone all’intera città come un esempio da rinnovare, capace di rafforzare la convivenza civile e la solidarietà internazionale

NOTA DI MAURO D’ATTIS – «Brindisi città di pace e di accoglienza: oggi, sette marzo, ricordiamo lo sbarco di oltre 27mila profughi albanesi che, in fuga dal comunismo, si riversarono nel porto della città. Io non ero ancora maggiorenne e ricordo tutto benissimo. Pino Marchionna allora era un sindaco giovanissimo e, coraggiosamente, nell’incertezza di un governo nazionale impreparato a tale esodo, si appellò alla sua comunità che dimostrò una generosità straordinaria». Lo scrive l’onorevole Mauro D’Attis, segretario regionale di Forza Italia, che aggiunge: «Scuole, palestre e strutture pubbliche furono messe a disposizione e i brindisini si mobilitarono senza alcuna esitazione con tanta umanità: in tanti accolsero nelle loro case le famiglie di profughi e tutti si prodigarono per donare capi di abbigliamento, coperte, sacchi a pelo e derrate alimentari. Proprio per questo, l’Unesco ha riconosciuto Brindisi come ‘Porto di pace e di accoglienza’. Oggi come allora, dopo 35 anni, la città ricorda con orgoglio e commozione quei giorni in cui il concetto di fratellanza assunse un significato pieno e concreto per tutta la Puglia e per il nostro Paese».










