Andrea LezziAutore: IN EVIDENZA Rubriche Vista da Roma

Brindisi vista da Roma / I bambini al centro del conflitto in Ucraina

Quando nei primi anni Novanta esplose il conflitto dei Balcani, la maestra ci chiese di raffigurare la nostra idea di quanto stesse accadendo in quei giorni a pochi chilometri da noi. Bastava affacciarsi dall’altra parte dell’Adriatico, difatti, per trovarsi nel pieno di un conflitto violentissimo, che in poco tempo avrebbe coinvolto tutti i Paesi della penisola jugoslava in un vortice inimmaginabile di morte e crudeltà. Il mio disegno – lo ricordo ancora – raffigurava i due territori a confronto: da una parte lo stivale italico, sulla quale c’erano degli ombrelloni, dei giochi e un pallone, sull’altra, divisa da un blu pastello, la penisola balcanica, su cui spuntavano, in grigio, montagne e cannoni sparsi tra le cime, nulla più. Trent’anni dopo c’è un aspetto che mi colpisce particolarmente di quell’immagine: i giochi e il pallone del lato felice del Mediterraneo dall’altra parte del mare erano del tutto inesistenti, sostituiti dalle armi. In pochi giorni i giocattoli erano diventati fucili, anche nella mente di un piccolo alunno della scuola Edmondo De Amicis. La guerra per i bambini, dunque, sembra essere qualcosa di improvvisamente drammatico, un meteorite che annienta tutto in un istante: ogni colore, divertimento, sorriso. Ed è così per migliaia di bambini ucraini che in poche ore han visto sostituire ai giochi il grigio delle bombe, alla spensieratezza le urla e il terrore. Scene che, ahinoi, stiamo imparando a riconoscere nelle immagini tremende che ci arrivano dalle città ucraine, quelle di corpicini distesi ai lati dei viali, di manine racchiuse nella cenere, di cappotti e peluche intrisi di sangue e polvere.

Per quanto sappiamo, ad oggi sono 165 i bambini morti e 266 quelli rimasti feriti in Ucraina a seguito dell’invasione russa. A queste mostruosità si oppone con forza la speranza degli oltre 4.000 bimbi nati in queste settimane di conflitto. Un primo respiro arrivato sotto le bombe, senza i padri accanto e avvenuto spesso in luoghi di fortuna. Eppure si tratta di eventi che per un attimo riescono a regalare un sorriso, una speranza. In un contesto che per i più piccoli oggi è peggio dell’inferno e che, quando non significa morte, comporta comunque tante altre sofferenze. In primis l’abbandono di case e famiglie (sono circa 4,3 milioni i bambini sfollati oggi in Ucraina) e poi il rischio di ferite fisiche indelebili, di traumi psicologici, di violenze sessuali e di esser chiamati alle armi. Nel caso delle violenze assistiamo ogni giorno a notizie shock che riguardano soprattutto le ragazze, mentre sull’ultimo aspetto emergono tantissimi casi di reclutamento di giovanissimi all’interno del conflitto.
Si tratta di adolescenti diventati soldati, trascinati in prima linea nel pieno della loro crescita. Se ne contano ancor più nello schieramento russo, i figli della «generazione Putin»: adolescenti nati e cresciuti sotto il potere dello Zar Vladimir, provenienti soprattutto dalle aree più remote della Russia, catapultati in pochi mesi sul fronte ucraino senza alcuna preparazione specifica e oggi a modo loro vittime inconsapevoli di questo sporco gioco così grande e insensato.
Anche per questo avevano fatto impressione le immagini di un giovanissimo soldato russo che in lacrime – circondato da ucraini che gli porgevano del cibo caldo – tranquillizzava sua mamma attraverso un cellulare prestato dai cittadini della zona. Come in queste ore colpiscono le scene che arrivano dall’ospedale militare di Zaporizhzhia, dove medici ucraini salvano anche i soldati russi feriti. Molti di questi, ancora accecati dall’ideologia perversa della guerra, inveiscono perfino contro i sanitari che cercano di salvarli. Sono medici coraggiosi perché sì, ci vuole coraggio per tutto questo, per sopportare i limiti e i paradossi di questa guerra. Di storture inimmaginabili che ci consegnano bene il senso delle deformazioni etiche, della mancanza di limiti umani, delle assurdità che possono nascere dai conflitti, ancor più se combattuti da giovanissimi. Ragazzini di leva buttati in pasto all’orrore quotidiano, di cui poi diventano parte attiva, perché la guerra ti manipola, ti distrugge, ti trasforma per sempre.
Sono di certo i più piccoli le prime vittime di questo conflitto ignobile, come accade per ogni guerra nel mondo, dove oggi un bambino su sei si ritrova coinvolto direttamente. Ma assieme a loro lo sono anche i ragazzini più grandi, a malapena maggiorenni, impiegati come soldati, terrorizzati e allo stesso tempo narcotizzati dalle ideologie. Tutte queste vittime, queste infanzie mancate, pesano e peseranno come un macigno sul futuro del nostro mondo, anche dell’Europa. E noi, da giovani nati nel posto giusto, nella parte dei giochi e degli ombrelloni, non possiamo non sentire il peso di tutto questo.
Andrea Lezzi (Rubrica BRINDISI VISTA DA ROMA – Agenda Brindisi – 8 aprile 2022)

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