redazioneAutore: Diario IN EVIDENZA

Campanale ricorda Marcello Rollo: «I limiti di una persona per bene»

È morto Marcello: un grande, sincero, fraterno, insostituibile amico.
La comune passione per la politica ci ha casualmente avvicinati quasi quarant’anni fa ma lui era fatto a modo suo: la vicinanza, qualsiasi vicinanza non poteva prescindere da un rapporto umano e schietto anzi ne diventava immediatamente premessa necessaria e imprescindibile per qualunque percorso da intraprendere assieme. Questa caratteristica costituiva la sua forza nel diventare pian piano un amico buono, sincero, fiducioso, altruista, una persona su cui poter contare; questa la sua debolezza in politica. Nonostante ciò, ma forse, chissà, proprio per questo, Marcello ha ricoperto incarichi prestigiosi di livello comunale, provinciale e regionale svolgendoli sempre con una passione travolgente e ostinata.

Non voglio parlare della sua azione politica: lui, così irruente e sanguigno, diventava quasi schivo e timido quando c’era da appuntarsi sul petto una medaglia, quando c’era da rivendicare un successo, quando si trattava di ricordare soprattutto agli avversari gli atti politici e amministrativi che portano la sua firma. L’acquisizione di Forte a mare da parte del Comune di Brindisi, il Collegio Tommaseo, la legge regionale sugli oratori, l’illuminazione della costa, aver scongiurato la vendita a privati del parco Cesare Braico sono solo una piccola parte dello sconfinato amore che Marcello nutriva per questa città. Sempre senza sbandierarne il merito, senza richiederne la paternità, senza enfatizzare il successo ottenuto, senza, cioè, fare l’unica cosa che si fa in politica anche quando di meriti non ce ne sono.
Mi capitò – non ricordo a che proposito e non ricordo esattamente quando – di uscirmene, per rinviare la presa d’atto di un problema che stava per manifestarsi, con il detto biblico «Ad ogni giorno il suo affanno». Tempo dopo sentii Marcello declinare lo stesso passo con «Ogni giorno ha il suo affanno». Lo corressi spiegandogli che il senso non era quello ma alla fine della mia dottissima quanto inutile spiegazione, il mio amico mi disse che preferiva la sua versione perché questa era l’interpretazione giusta per affrontare i problemi dell’amministrazione: essere preparati ad affrontare ogni giorno un problema senza lasciarsi scoraggiare. Ci ridemmo su e da allora la sua versione diventò un nostro privato tormentone che non perdevamo occasione di sottolineare con sorridenti occhiate complici.

Questo era Marcello: poco incline alla vuota retorica spesso abusata in politica, usava tutto il suo tempo nel fare, nell’azione, nello studio dei problemi, nel confronto con altri punti di vista, nella scelta della decisione più consona e giusta. Fuori tempo e fuori luogo in una società sempre più esibizionista, il mio amico conservava il riserbo e la discrezione. Quando Silvio Berlusconi, in pieno periodo di esodo, chiese a Marcello di accompagnare una famiglia di albanesi da Brindisi ad Arcore e lo pregò di non divulgare questo suo atto di generosità, Marcello promise e mantenne. Quando si impegnò perché fosse votata la sua legge sul finanziamento degli oratori che gli costò il malcontento di larga parte del Consiglio regionale e alcune ritorsioni, Marcello si ostinò e non ne fece parola con nessuno. Portò, come sempre, come ogni volta, a termine una missione perché quello era l’affanno quotidiano cui non poteva e non voleva sottrarsi; senza gloria, senza tornaconto, semplicemente perché sentiva che doveva farlo. Non sentendomi per più di una giornata mi chiamava preoccupato chiedendomi se andasse tutto bene. Era instancabile: vulcanico, eclettico, curioso del nuovo e di tutto ciò che avesse a che fare con il mondo giovanile. Marcello era una persona onesta e quando, nell’agone politico, qualche avversario adombrava dubbi sulla sua moralità ne rimaneva profondamente e lungamente turbato. Marcello voleva essere un esempio per i tanti giovani che avvicinava alla politica e per i suoi figli. Adorava Don Bosco, leggeva con attenzione Don Sturzo, discutevamo per ore e ore sulla mancanza di anima e di identità di questa città passata da paesetto rurale a polo industriale nel giro di pochi mesi. Lo interessavano i risvolti culturali giovanili: il teatro, la musica, la fotografia e poi lo sport, sua grande passione.
Proponeva, ascoltava, ci ripensava, aggiustava il tiro se si rendeva conto di aver sbagliato e ritornava a pensare, a studiare, a cercare di capire intervistando e dialogando con chi in quel settore era specialista. Le mie eventuali citazioni dotte lo interessavano e lo incuriosivano ma soprattutto lo rallegravano. Una di Ghoethe gli piaceva particolarmente: «Il servo si chiede se ciò che fa sia giusto, il padrone si chiede cosa succederà dopo». Ne ho discusso tante volte con lui e la sua conclusione era sempre la stessa: «Frà, io non sono un servo, non mi basta che una cosa sia giusta; possono dire quel che vogliono, non mi interessa, dobbiamo pensare ai ragazzi, dobbiamo lasciargli una città migliore». Niente di più lungimirante, niente di più lontano dalla politica.
«Ovunque proteggi».
Franco Campanale (Agenda Brindisi – 7 gennaio 2022)

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