redazioneAutore: Attualità IN EVIDENZA

Candido Wines: «Cappello di Prete», una storia di quasi mezzo secolo

Una idea di Alessandro Candido e Severino Garofano che, entrambi, hanno mutato in sostanza piacevolmente fruibile. Trascorso quasi mezzo secolo ma un portamento fiero del suo cammino: un’uva da taglio che diventa nobilissimo vino e di grande personalità. Inizi degli anni ’70 del secolo breve, i fratelli Candido, Alessandro e Giacomo, già storici imbottigliatori di rosato di negroamaro, vollero mettere sottovetro anche una vinificazione rossa di quel vitigno. C’era l’enologo venuto dall’Irpinia che ispirò il rinascimento dell’enologia di Puglia. C’era una mappatura dei terreni dell’azienda Candido, oggi si direbbero dei cru se fossimo oltralpe. C’era il niurumaru, c’era il desiderio di avere un vino rosso che innovasse il panorama per originalità carattere e tipicità. E c’erano anche dei piccoli carati di legno pregiato.

Uno dei cru più vocati all’uva da compagnia si chiama proprio Cappello di Prete, mettere insieme generosità del terreno, dedizione alla coltivazione storica e sapienza enologica non può che restituire qualcosa che diventa etichetta di riferimento per il mondo intero. Il Cappello di Prete, pugno di ferro in guanto di velluto, morbido e possente, continua ad essere uno dei vini la cui etichetta genera prestigio a chiunque la proponga. Era ed è un vino capace di mantenere l’onore del tempo. Che precede l’evoluzione del gusto e di saper mutare pur tenendosi lontano dalle tendenze. Il Cappello di Prete non è un prêt-à-porter, nonostante l’assonanza.

Perché dietro al Cappello di Prete c’è sempre Alessandro che ne garantisce la continuità e, nonostante il tempo, i collaboratori che si sono avvicendati hanno compreso lo spirito e modellato l’evoluzione. Con il contributo extra ordinario di Leonardo Pinto, attuale consulente enologico. Il risultato? La moda c’è chi la segue e c’è chi la determina, il Cappello di Prete appartiene alla seconda categoria. Non resta che la verifica. Non resta che il piacere del riscontro. E, dunque, si vada a provare se davvero, in un calice, possano convivere il fu, l’è ed il sarà.

(Testo a cura di Pino De Luca e Valentina Attanasio – Foto di Pierpaolo Schiavone)

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