Autore: Attualità IN EVIDENZA

Di Capri: «La voce delle stelle», in una sola canzone tutta una storia

Peppino di Capri / Giuseppe Faiella se n’è andato sussurrando, quasi in sordina, come aveva fatto da sempre con la sua voce. La notizia ha lasciato nostalgiche e melanconiche intere generazioni, tutte quelle dei giovani italiani nati tra gli anni ’30 e tutti i ’70. Oggi che non c’è più, la sua figura si staglia non solo come quella di un interprete musicale d’eccezione, ma come il catalizzatore simbolico di una metamorfosi italiana collettiva: il passaggio cruciale dal trauma postbellico al vibrante ottimismo degli anni Sessanta. È stato il pontefice laico tra la tradizione melodica e le irruenti influenze d’oltreoceano, definendo un’identità nazionale rinnovata in un’Italia risorta, con voglia e ottimismo, dalle ceneri della guerra. La sua musica non è stata un semplice sottofondo, bensì la colonna sonora di una nazione che riscopriva la propria bellezza e la propria spensieratezza, proiettandosi verso un orizzonte che sembrava privo di confini. Una stagione di rinascita che gettò le basi per un’atmosfera sociale in cui ogni nota costituiva l’annuncio di un nuovo mondo possibile.
Negli anni Sessanta, in particolare, la musica aveva smesso di essere un consumo passivo per farsi fulcro della vita sociale. È stata l’epoca della democratizzazione sonora, veicolata da oggetti che oggi guardiamo con nostalgia ma che allora erano avamposti di libertà: i giradischi portatili e le radio a transistor sulla sabbia, o nelle 500. Le «feste in casa» –  in estate sul terrazzo – non erano semplici ritrovi, ma veri laboratori sentimentali, dove i vinili passavano di mano in mano come reliquie sacre. In quella meravigliosa sfilata di cantanti, Peppino di Capri forniva la grammatica di una nuova socialità, trasformando l’intimità domestica in un palcoscenico per la crescita generazionale, come un custode dei momenti in cui la giovinezza italiana imparava a riconoscersi attraverso il contatto e il silenzio.

Senza disdegnare il rock, nel “lento” la voce di Peppino cristallizzava la nostra memoria futura. Il “lento” non era un mero esercizio coreutico, ma una funzione emotiva fondamentale: era il permesso di avvicinarsi, la scoperta di due corpi che imparavano a capirsi senza parole nell’oscurità di un angolo protetto. In quegli accordi risiedeva una serietà profonda, la consapevolezza di una generazione che viveva un presente assoluto, nutrito dall’arroganza di chi crede di avere tutto davanti a sé. Peppino di Capri ha saputo tradurre questa arroganza in arte, fermando il tempo prima ancora che la memoria reale potesse formarsi. È stato il suono di un’epoca che non nominava il futuro perché lo possedeva interamente, trasformando un abbraccio insicuro in un istante di eternità.

Questa capacità di sospendere il tempo avrebbe trovato, qualche decennio dopo, la sua sublimazione in un tributo universale alle stelle della musica con quella che – è per me – la sua canzone più bella, «La voce delle stelle». Un brano del 1993, che rappresenta la sintesi della parabola di Peppino, una canzone in cui la nostalgia si trasforma in una rivendicazione di immortalità, in cui l’artista dialoga con i giganti musicali del secolo nobilitando la canzone italiana all’interno di un pantheon globale.
«La voce delle stelle» fu presentata da Peppino di Capri al Festival di Sanremo 1993. La canzone, scritta da Fabrizio Berlincioni e Mimmo Di Francia, è un omaggio nostalgico e malinconico dedicato alle grandi leggende della musica scomparse, come Elvis Presley, John Lennon e Freddie Mercury. I corpi di quei giganti, capaci di emozionare centomila persone in uno stadio, si erano spenti, ma diventando “voci delle stelle”, continuarono a cantare per sempre, in un impossibile concerto eterno. Il tempo li portò via all’età migliore, ma per fortuna ci lasciò le loro canzoni – come macchina del tempo – per conservarla per sempre. Una canzone, quella voce delle stelle, con musica e soprattutto parole veramente eccezionali, rese magiche da Peppino di Capri. Grazie Peppino, grazie!                 
Gianfranco Perri

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