Andrea LezziAutore: IN EVIDENZA Rubriche Vista da Roma

Economia e società: ma il Reddito di Cittadinanza funziona?

Italia Paese di furbetti. È questo l’appellativo più in voga quando si tratta di raccontare le malefatte nostrane. Dai furbetti del quartierino, che tentarono la scalata alla finanza italiana, a quelli del cartellino, con le timbrature «allegre» negli uffici pubblici. Fino alla consacrazione dei «furbetti del Reddito»: realtà eterogenea, diffusa in tutta la penisola, che in questi giorni è stata ufficialmente messa a nudo grazie a una indagine dei Carabinieri. Una verifica su circa novantamila beneficiari nel Mezzogiorno, che ha svelato una serie di truffe da 20 milioni di euro ai danni dell’erario.
In Puglia, dove vi sono circa 105 mila nuclei familiari percettori del sussidio, i controlli hanno riguardato quasi 40 mila soggetti e le irregolarità riscontrate sono state pari al 7,5% delle verifiche.
I casi limite non sono mancati: dal pensionato di Taranto che possedeva 17 automobili al nullatenente salentino con sei minori stranieri a carico ma mai censiti. Fino alla provincia brindisina – dove i percettori di reddito sono circa 12 mila – con un richiedente noto affiliato alla Sacra Corona Unita.
L’inchiesta, dunque, ha svelato il lato peggiore di questo strumento. Eppure sarebbe fin troppo facile cadere nella trappola della demagogia, con esempi evidentemente estremi.
Che ci sarebbero state enormi difficoltà a far funzionare concretamente una misura così complessa – in un Paese di 60 milioni di abitanti con problemi socioeconomici rilevanti – lo si poteva prevedere, e su questo ci sono chiare responsabilità politiche.
Eppure, c’è un «ma». Perché seppur pieno di difetti, questo strumento ha garantito e sta garantendo a migliaia di italiani di tirare avanti e mettere un piatto in tavola a fine giornata, di poter vivere anche se si è rimasti improvvisamente senza lavoro.
Il problema, più che altro, risiede nella concezione stessa dello strumento. Sostanzialmente il «RdC» si è rivelato un buono strumento di welfare, di sostegno per i cittadini in difficoltà, ancor più nel periodo del Covid. Ma se guardiamo alla sua funzione legata all’inserimento lavorativo, al collegamento con i centri dell’impiego, alla possibilità di svolgimento di impieghi socialmente utili per il proprio Comune, allora bisogna ammettere il suo enorme fallimento.
Come uscirne, dunque? Probabilmente separando i due aspetti. Da una parte il grande patto di inclusione sociale, col sostegno alle fasce svantaggiate. Dall’altra una riforma strutturata delle politiche della formazione e dei centri per l’impiego, a oggi carrozzoni poco efficienti, specie nel Meridione.
Secondo l’Inps su 3,7 milioni di persone coinvolte, la ricerca attiva di lavoro riguarda, di fatto, solo 1/4 dei beneficiari. Ricerca che diviene molto complessa anche perché 2/3 dei percettori non ha mai lavorato e circa il 72%, secondo l’Anpal, possiede un titolo di istruzione non superiore alla scuola media (meno del 3% ha un titolo post-diploma). È comprensibile, dunque, che in queste condizioni, con una struttura completamente da riformare, indirizzare concretamente soggetti al lavoro diviene impossibile.
Se perfino la ex Ministra Fornero, il Ministro Orlando o Mario Draghi si sono espressi non così negativamente sul «RdC», allora si comprende come lo strumento abbia comunque fatto breccia. Ma che, per riprendere le parole del Premier, seppur «ispirato a principi di uguaglianza, ha dei limiti sul fronte delle politiche attive del lavoro». Ed è da qui che si deve ripartire.
Andrea Lezzi (Rubrica BRINDISI VISTA DA ROMA – Agenda Brindisi 5 novembre 2021)

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