Si è svolto ieri (20 febbraio 2026) nel Nuovo Teatro Verdi di Brindisi “Verso il referendum”, un confronto pubblico sul tema della riforma dell’ordinamento giudiziario. Un teatro pieno, un pubblico attento, un format con tempi contingentati e una domanda di fondo che ha attraversato tutti gli interventi: che cosa cambierebbe davvero, per i cittadini, il 22 e 23 marzo? A confrontarsi, per il SÌ, il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, l’avvocato Giandomenico Caiazza (Comitato “SÌ Separa”), il procuratore di Lecce Giuseppe Capoccia e la senatrice Francesca Scopelliti (Comitato “Cittadini per il SÌ”). Per il NO, il presidente della Corte d’Appello di Lecce Roberto Carrelli Palombi, il procuratore generale di Bari Leonardo Leone de Castris, il presidente del Tribunale di Brindisi Vincenzo Scardia e l’avvocato Michele Laforgia. A moderare, la giornalista Lodovica Bulian.

Il fronte del SÌ ha posto al centro un punto chiave: la separazione delle carriere servirebbe a rafforzare, anche nella percezione, la terzietà del giudice. Sisto l’ha detto in modo netto: si vota un testo, non scenari ipotetici. La riforma, a suo avviso, non intacca l’autonomia della magistratura e anzi rende più credibile quel “giudice terzo e imparziale” richiamato dall’articolo 111 della Costituzione. Caiazza ha battuto la stessa linea respingendo l’allarme di un pubblico ministero “sotto il governo” come una narrazione costruita: nel testo, sostiene, non c’è alcuna norma che incrini indipendenza e garanzie. Per Capoccia, poi, la separazione avrebbe un valore anche pratico: giudice e pubblico ministero fanno “due mestieri differenti” e una maggiore distanza aiuterebbe ciascuno a svolgere meglio il proprio ruolo, senza trasformare il PM in un “super poliziotto”. Scopelliti ha portato sul piano più emotivo e simbolico la questione legandola al caso Tortora: la riforma, nella sua lettura, nasce dal bisogno di evitare che prossimità e dinamiche interne possano produrre errori irreparabili, con un cittadino schiacciato tra poteri che si parlano troppo da vicino.

Il NO ha richiamato due questioni cardinali: metodo e merito. Carrelli Palombi ha definito la riforma rischiosa perché, rompendo l’unità dell’ordine giudiziario, finirebbe per indebolire il giudice e rafforzare il pubblico ministero, e ha criticato l’idea di sottoporre a un sì/no secco un pacchetto ampio che modifica più articoli della Costituzione. Laforgia ha contestato la premessa stessa: molte storture del processo (misure cautelari seguite da assoluzioni) dipendono da regole probatorie diverse e dall’assenza di contraddittorio nelle indagini, non dall’assetto delle carriere. E soprattutto ha indicato nel “pacchetto” il vero punto: non si vota solo la separazione ma anche un nuovo modello di autogoverno, con il sorteggio, che per lui rappresenta un precedente delicato persino per la tenuta democratica.

Su questo terreno si è aperta l’altra frattura forte della serata: correnti e CSM. Per il SÌ, il sorteggio (definito “qualificato” da Sisto) è una medicina necessaria per spezzare un legame ritenuto patologico tra correntismo e nomine; l’obiettivo dichiarato è liberare la magistratura dall’“angoscia” delle appartenenze. Per il NO, invece, il sorteggio rischia di svilire la rappresentanza e di non risolvere davvero il problema mentre la riforma sposterebbe equilibri delicatissimi senza offrire risposte ai temi che i cittadini percepiscono come prioritari: durata dei processi, risorse, organizzazione, qualità del servizio giustizia.

Leone de Castris ha dato a questa critica una sintesi efficace: la riforma, sostiene, non nasce per risolvere i problemi “veri” della giustizia ma rischia di alimentare uno scontro istituzionale in cui la magistratura venga trattata come un avversario politico. Scardia ha rincarato invitando a valutare il disegno nel suo insieme: doppio CSM, Alta Corte disciplinare, regole nuove e ancora demandate a leggi attuative. Anche il tema della responsabilità disciplinare è stato discusso con toni accesi: numeri, percezioni e casi concreti sono diventati il campo in cui si è misurata – forse più di ogni altro – la distanza tra sfiducia sociale e difesa delle garanzie.
A tenere insieme, in filigrana, l’intera serata è stata un’idea semplice: la giustizia non è un argomento per specialisti perché riguarda la vita quotidiana delle persone. Il teatro pieno ha restituito questo dato con una forza che vale più di qualunque slogan di parte. Alla fine, il confronto non ha “convertito” il pubblico ma lo ha messo in una condizione migliore: ascoltare posizioni dialettiche, riconoscere i nodi reali e capire che, in gioco, c’è l’equilibrio tra poteri e la credibilità stessa dello Stato di diritto.
Roberto Romeo
L’iniziativa è stata promossa dall’Ordine degli Avvocati di Brindisi, dalla Camera Penale, dalla Camera Civile e dalla Camera Minorile di Brindisi, dai Comuni di Brindisi e di San Vito dei Normanni.










