Autore: Attualità IN EVIDENZA

I racconti di Mimmo Tardio: il Natale tra storia, tradizioni e nostalgia

Racconti scritti negli anni, rivisti, rimaneggiati, resi pubblici in alcune parti, amati soprattutto. Una piccola ma sincera triade narrativa (Natale, Capodanno ed Epifania) che prova soprattutto a narrare magie e momenti più autarchici e forse più belli delle feste di un tempo. Sono racconti del professor Mimmo Tardio che Agenda Brindisi pubblica, con le programmate scadenze, in queste giornate di festa.
NATALE – Probabilmente anche da noi, in terra brindisina, occorrerebbe per questo anno così tribolato, soprattutto nel mondo per guerre e violenze varie, immaginare “un canto di Natale”, inteso in senso sia religioso che laico, diverso; una preghiera ed orazione al contempo, ovvero dialogo dell’uomo con Dio o con la divinità affine ad ognuno di noi per preservarci dal male e dialogo vero da intentare coi nostri simili e con noi stessi. E tutto ciò implica l’uso di parole vere per tutti noi.
Questo Natale sarebbe bello che fosse votato al ricorso ad una certa mestizia ed austerità. Ecco perché auspicare un “canto” che più che festeggiare con eccessiva allegria fosse una sorta di preghiera o orazione laica da elevare al Cielo, verso il Dio dei cristiani o il Dio di altre religioni, anche per chi crede in una entità suprema fuori dalle religioni. In qualche misura una specie di murmure, interiore e collettivo, immaginandosi d’essere a pregare in ogni casa della nostra terra, oltre che in un luogo religioso, per augurarci una nuova requie. Si girino le nostre benemerite Caritas, quelle che ormai hanno sempre più contezza della gran miseria che avanza, anche in nuovi ambiti sociali e già sanno che in quel sociologico e scarno richiamo alle “nuove povertà” non vi è solo l’allusione alle tragedie di chi non sa cosa mangiare, ne’ dove dormire; ma anche l’allusione ad una nuova e comunque terribile povertà, che ancor più si alimenta dei tanti soprusi e delle ricchezze indicibilmente accresciute di recente, in un mondo nel quale la frattura tra le condizioni di vita degli uomini mai come in questo funesto 2025 è divenuta ancor più intollerabile. Si rammentino a questo proposito, almeno un po’, le nobili e giuste parole di Papa Francesco. E questo in un “dopoguerra” nuovo e ancor più pericoloso di quelli passati, per certi versi, iniziato con alle porte un nemico invisibile così terribile, qual è stato il coronavirus e le guerre che ancora dilagano e le troppe precarietà e povertà che sono intorno a noi. Anche nella provincia brindisina. Allora non appaia retorico o scontato oleografismo di sapore nostalgico richiamarsi in questo racconto al Natale sobrio ed essenziale, forse anche più schietto degli anni cinquanta e sessanta del Novecento nei nostri paesi; di quando probabilmente il pranzo di Natale era nella nostra provincia un rito meno pomposo e ricercato nelle portate da portare in tavola, mancando per loro fortuna, le improvvide cascate retoriche ed i logorroici consigli d’un piccolo esercito di chef stellati o di trasmissioni televisive, che da tempo lucrano, in assenza di altre idee per la TV, con il conveniente e a basso costo ricorso  ai “consigli per le massaie”.  Come pure tornare ad una più intima partecipazione religiosa alla Messa di Natale. Ricordando che quel tempo implicava una più intima consonanza religiosa e spirituale nei nostri paesi, probabilmente anche grazie a quella sorta di “euforia” che assale gli scampati a tragedie come fu l’ultima guerra, che comportò un più percepibile sentimento di ricerca delle ragioni profonde che legano alla vita ed anche al suo rapporto con l’immanenza divina. Ricordare del Natale di allora, magari immaginandolo come un autarchico film in bianco e nero, anche se talvolta porta ad immagini scontate e semplici, come quelle del riscaldamento domestico per lo più alimentato dai bracieri, da cene frugali, da vestiario essenziale e da consumi morigerati. E tutto ciò non deve apparire una lamentevole e nostalgica riproposizione di un mondo favoleggiato, perché appartenente all’infanzia dei tanti che ancora lo raccontano: quelli nati tra il 1945 e gli anni Sessanta. E tutto ciò vorrebbe essere la dimostrazione che gli italiani possono, quando vogliono e ne provano orgoglio, rimettersi in piedi dopo una tragedia. Sentimenti che purtroppo sono ora poco consueti tra noi. Rammentare a chi non c’era o non vuole più ricordare tutto ciò, per colpevole rimozione, del tempo in cui gli italiani erano in larga misura con “le pezze al sedere” che nei Natale di allora davvero ci si accontentava di poco. Si ricordi e racconti, ad esempio, gli intrepidi giri di padri e madri di allora, “alla vigilia”, per piazze ed alimentari, più che negozi di giocattoli, perché questi sarebbero venuti per lo più “alla Befana”; li si riveda compare i “franfullicchi”, un guizzante capitone, un primo prezioso panettone ed un autarchico “Spumante Gancia”, per il pranzo di Natale. Poteva anche accadere allora che uno stimato docente del Liceo Classico Lilla, di Francavilla Fontana, Vincenzo Carolla, poi Preside come i suoi figli Mario e Guido, a Natale decidesse di cucinare, rinverdendo la sua appartenenza alla sua Benevento. E seguivano deliziosi manicaretti, ancora favoleggiati in famiglia, con l’immancabile dolce, naturalmente guarnito dal famoso e letterario “Liquore Strega”, inviato da una sua sorella da Benevento. Ci si bei dei quadretti famigliari e nostalgici narrati da Lorenzo Schirinzi, scrittore brindisino ed ex direttore di Banca, nei qual riaffiora invece un mondo elegiaco e poetico, proprio di quegli anni Cinquanta, dalle parti di via Cittadella a Brindisi. Scrive: “Natale, la festa della nascita, delle adunate famigliari, dei ritorni a casa … Si preparava un gran tavolo, che serviva da base, preparato dal piacere di trovare scatole con le statuine del presepe. Lo sfondo del presepe veniva arricchito con mandarini appesi ad un grande ramo di pino. Si passava alla costruzione delle montagne, con carte da imballaggio e tutto si fissava con la colla di pesce, poi il muschio vero, grattato dai muri umidi ed infine i pupi di creta”. Come non rammentare poi un rito che in buona misura sembra sopravvivere, nella sua bellissima teatralità e popolare religiosità? Quello che vedeva il bambino più piccolo di casa intentare una lunga processione, da lui comandata e che passava per ogni stanza della casa, con in mano il tradizionale Gesù Bambino, tramandato dagli avi o acquistato sulle bancarelle, magari a San Gregorio Armeno di Napoli o a Piazza Navona di Roma; mentre tutta la famiglia intonava il classico “Tu scendi dalle stelle” di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Poi alla fine del giro e fatto baciare il Bambin Gesù a tutti si poneva e si pone nella mangiatoia, in mezzo a Maria e Giuseppe e con i tre Re Magi, lontani, in attesa d’esser posti in prima fila il 6 gennaio. Chi è nato nei Cinquanta o cresciuto in quel tempo certo ricorda quello che allora era un tormentone non sempre apprezzato del tutto, ovvero l’opera teatrale “Natale in Casa Cupiello” del grande Eduardo de Filippo in TV. Eppure, nel tempo, magari insieme a “Filumena Marturano” dello stesso autore, per capire il Natale, i suoi riti, la vita e le tragedie degli uomini e magari la loro resurrezione,  per tanti di quelle generazioni i personaggi ed i messaggi di quelle opere avrebbero avuto la stessa dirompenza nel tempo come in una parte degli inglesi hanno avuto le opere di William Shakespeare. E magari quest’anno, anche chi non apprezza esteticamente o per altri motivi il presepe fatto da qualche “vegliardo”, allora si chiamavano “matusalemme” o “matusa”, risponda a differenza di Pasqualino Cupiello, sempre ingrugnito, che “sì, mi piace ‘u presepe!”. Sarebbe un gran risarcimento postumo ed una bella azione. Auguri a tutti, per un sereno Natale.
Mimmo Tardio

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