Roberto RomeoAutore: Attualità IN EVIDENZA

Il centenario del PCI: teatri, teatro della politica e della storia

Cento anni fa, due teatri. Il Goldoni e il San Marco, palcoscenico a Livorno di uno degli eventi politici più importanti della storia italiana, la fondazione del Partito Comunista d’Italia. I teatri erano luoghi fondativi della politica. Come il Teatro Rossi di Pisa, un teatro del Settecento ‘all’italiana’ abbandonato all’indifferenza e al degrado, la cui riapertura segnava l’avvio della cosiddetta primavera dei teatri occupati (il Teatro Valle di Roma, il Coppola di Catania, l’ex Asilo Filangeri di Napoli, tra i tanti). Una delle tante esperienze di ricucitura e rigenerazione urbana simbolo di un nuovo modo di fare politica di giovani cittadini e attori che mettevano al centro della loro azione il bene comune, il valore d’uso rispetto al valore dello scambio, la dimensione della cura e della diversità. Già, due teatri, icone di una memorabile pagina della storia della politica italiana.
Oggi il mondo della scena è fermo per pandemia e le parole aspettano di tornare sulle tavole del palcoscenico per restituire un nuovo immaginario, mescolando il desiderio di ascoltarle a quello di scoprire un tempo completamente immune al Covid. Era il 21 gennaio 1921, nasceva il Partito Comunista Italiano e il San Marco non era più teatro già da qualche anno. Quello che sarebbe dovuto diventare, come scrisse Umberto Terracini, «un lungo giorno senza crepuscolo», vide l’alba in un luogo di decadenza e di abbandono, un’enorme pancia sventrata, senza panche né sedie, con le finestre rotte e il tetto squarciato. Le cronache del tempo raccontano che «I delegati, che rapidamente avevano occupato la platea del San Marco, non vi trovarono panche sulle quali assidersi e dovettero restare per ore e ore ritti in piedi. Sul loro capo, dagli ampi squarci del tetto infracidito, venivano giù scrosci di pioggia a riparo dei quali si aprivano gli ombrelli. Tra palchi senza parapetti e sudici tendaggi sbrindellati che pendevano attorno al boccascena». Il teatro è sempre stato legato alla realtà. Ma c’è anche qualcosa di romantico nella immagine dei delegati comunisti costretti a restare in piedi per ore, zuppi d’acqua e intorpiditi dal freddo. I luoghi sono la memoria che li distingue, sono pieni della vita, della speranza, delle idee, del coraggio, in alcuni casi del sangue degli uomini che li hanno abitati, per questo dialogano con chi torna a visitarli. Come fossero parole di pietra, scandite con gravità e lentezza. Il Tanta vis admonitionis inest in locis di Cicerone rimanda alla potenza evocativa dei luoghi. Pisone, passeggiando nei luoghi frequentati un tempo da Platone e Demostene, immagina le loro figure animate, come dentro una scena teatrale.
Oggi i teatri aspettano che il Covid allenti la sua morsa per tornare a scavare nel tempo, a offrire buone domande e smascherare le apparenze: con quella pagina di storia della politica, un teatro di Livorno, ridotto a poco più di un accozzo di frantumi, ha fatto straordinariamente ciò cui il teatro è destinato per costituzione, mettere in scena un sogno collettivo, scucire l’uniformità, entrare come un vomere nelle passioni del pensiero, provocare la dialettica. Raccontare il tempo non come si racconta una storia, ma come si legge un manifesto o una lingua nuova. Che avessero ragione loro, quei delegati fatti di pioggia e soviet, o avesse ragione Turati, che era rimasto con gli altri al Goldoni, perché pensava che il socialismo non fosse l’opera di «un’ora o di un anno» di rivoluzione, ma il lavoro perseverante e tenace di decenni di riforme, non ha importanza. Importa che quella storia sia conosciuta e riconosciuta, fra le storie che hanno fatto di noi quello che siamo, nel bene e nel male. Chi osserva oggi un teatro chiuso, un sipario abbassato, dunque, avverte netta la forza evocativa del teatro, ascolta le sue parole, quelle passate, quelle interrotte, quelle che aspettano di andare in scena. Immagina la sua poltrona nella semioscurità della sala e diventa spettatore e attore, delegato e militante, visionario e cercatore, disperato ed eretico.
Tanti, troppi sono i teatri come il San Marco di Livorno, dove sorgeva il «sole dell’avvenire» spuntando dietro un sipario sbrecciato e sotto un cielo grondante. Tanti, troppi teatri che ora ammiccano al passante e che, malgrado ciò, non finiranno mai nel limbo dei monumenti. Non vi è finito il Teatro San Marco, dal quale si levano ancora a distanza le note dell’Internazionale.
Il teatro è uno di quei luoghi in cui ritrovano senso le parole dell’Amleto di Shakespeare: This time is out of joints, questo tempo è scardinato. Oggi scardinato nel procedere infido di una pandemia. E come nell’Amleto di Shakespeare, dalle porte scardinate del tempo, tornano a parlarci paure e spettri. Quelli agitati dalla distanza dalle parole e dal pensiero, dall’urgenza visionaria, dalla socialità, da quella intensità emotiva che illumina e scuote. Due teatri, due storie parallele che hanno scritto il Novecento. Pasolini diceva che l’uomo si è accorto della realtà solo quando l’ha rappresentata e che niente di meglio del teatro ha mai potuto rappresentarla. Ora che il Novecento è finito, con il suo corredo di documentari televisivi, sulla scena è rimasto un teatro, il San Marco, eroico e romantico, ferito e immortale, protagonista di una storia che ha acceso cuori e riacceso speranze. Emblema decadente e incrollabile di un teatro che mai diventerà monumento.
Stavolta però la storia la conosciamo, prima ancora di rappresentarla.
Roberto Romeo (Agenda Brindisi – 29 gennaio 2021)

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