Valeria GiannoneAutore: Allegro ma non troppo Rubriche

Il racconto della violenza maschile

Un tranquillo operaio, padre e marito modello, lavorava moltissimo, mai un’assenza, aveva realizzato una vita che giudicava perfetta, un uomo mite, aveva costruito con le sue mani il patio per far giocare i bambini, legatissimo alla famiglia non sopportava l’idea di allontanarsi dai suoi figli. Lei era cambiata, aveva una relazione e voleva separarsi, e lui era sconvolto all’idea.
L’assassino ha aspettato la notte per compiere la strage. Ha caricato la sua arma e ha colpito a morte nel sonno. Barbara, 38 anni e i figlioletti. Due gemellini di due anni, che dormivano nelle loro cullette. Il piccolo Alessandro è morto sul colpo. Aurora, la bimba, trasportata d’urgenza in ospedale respirava ancora. In seguito ne hanno dichiarato la morte cerebrale. Il cagnolino di casa ha visto tutto, forse reagiva, la furia omicida ha cancellato «anche lui. «Dopo» il criminale ha compiuto l’ultimo gesto per eliminare l’ultima traccia della sua famiglia, ha rivolto l’arma contro se stesso.
La diciottenne voleva fare la modella ed è andata a un festino nell’attico di lusso di un noto imprenditore milanese. Non era il primo party, diverse volte i vicini si erano lamentati per la musica ad alto volume. Nell’ambiente circolava droga e a quell’età non si passa la notte fuori frequentando feste del genere. Qualcosa poteva succedere e lei doveva aspettarselo. Poteva informarsi (sic) prima di andare. Ma i genitori dov’erano?
La ragazza ha 18 anni, è stata drogata, legata al letto seviziata per tutta la notte e per il giorno dopo. Ha provato a gridare aiuto, l’hanno ammanettata e imbottita di cocaina. Un bodyguard era alla porta della stanza perché l’aguzzino potesse agire indisturbato. I medici che l’hanno soccorsa hanno parlato di brutalità inenarrabili.
Due storie di violenza compiute dagli uomini contro le donne. Due registri diversi per raccontare la stessa storia.
Nella prima versione è la società patriarcale che parla. Parla di uomini che hanno compiuto i loro doveri sociali di maschio. Marito-padre-lavoratore esemplare nella strage di Carignana, imprenditore di successo, arricchito da business vincenti, esponente della Milano facoltosa, nello stupro sulla «terrazza dei sentimenti».
La prima versione parla sì di crimini, ma avvolti da un’aura di indulgenza e legittimazione, racconta di un’identità di maschio costruita su un modello sociale patriarcale e oppressivo che rivendica un diritto di proprietà: il possesso della donna, considerata un accessorio, un «elemento» che connota l’appartenenza al genere dominante. Nel momento in cui la «propria» donna decide di sfuggire ad una vita insoddisfacente nel primo caso, o rifiuta di diventare giocattolo sessuale nel secondo, il maschio si riappropria con la forza di ciò che gli appartiene.
Quando verrà naturale usare l’altro registro, che racconta di storie di violenza contro le donne compiute da uomini senza alcun tacito diritto, in cui non saranno importanti le motivazioni che hanno portato al crimine e che in parte lo giustificano, quando non si frugherà nella vita delle vittime per sottintendere che in fondo è anche colpa loro, solo allora non avremo più bisogno di un 25 novembre.
Giornata contro la violenza sulle donne.
Valeria Giannone (Rubrica ALLEGRO MA NON TROPPO – Agenda 27 novembre 2020)

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