Roberto RomeoAutore: IN EVIDENZA Mixer Sport

Il ritorno del «Giro» a Brindisi, la città delle dieci maglie rosa (1971)

Brindisi aspetta il suo momento. Quello di scalare le pagine di cronaca dello sport, come non capitava da tempo. Il giorno comandato è venerdì 9 ottobre, il nuovo tentativo del ciclismo rosa di atterrare sul lembo adriatico del Salento per portare a termine la settima tappa del Giro d’Italia, edizione numero 103. Da Palermo a Milano, passando per gran parte dello Stivale e toccando punti mitici e mistici, un Giro che si corre per la prima volta a ottobre dopo il rinvio seguito all’emergenza Covid-19. Saranno appena 143 i chilometri da affrontare tra Matera e Brindisi, per una giornata adatta alla perfezione alle ruote veloci, priva di difficoltà altimetriche e per questo portata a un finale con volata di gruppo. Brindisi è pronta a ritrovare la storia rosa, si è rifatta l’abito nuovo per l’occasione e adesso in un venerdì d’ottobre si riprende le luci della ribalta nazionale.

A distanza di 49 anni da una pagina memorabile, quel 20 maggio 1971, quel prologo che sollevò il sipario sul 54° Giro d’Italia con la cronostaffetta Lecce-Brindisi. Una tappa che ha a che fare con la storia del ciclismo, un rigo d’atlante scritto da Emilio Casalini ed Ercole Gualazzini, mani spesse da contadino, braccia forti da muratore, la classe operaia che va in paradiso, la corazzata in maglia celeste di nome Salvarani disegnata ad arte da Vittorio Adorni, il signore del ciclismo, campione tra i più amati dello sport italiano degli anni Sessanta. Dieci uomini, ciascuno dei quali doveva percorrere 6,2 chilometri sulla retta piana del Salento. 62 km in 1h 10’ 48’’, a 52,7 km/h, in tutto tre secondi sulla Molteni, orfana di Eddy Merckx ma con un Herman Van Springel in gran forma, e 44 sull’altra parmigiana, la Scic di Dancelli. Dieci uomini in maglia rosa, tutti insieme, lo stesso giorno, è questo l’accento rosa sulla storia di Brindisi, il segno lasciato nella gran corsa nazionale che riporta il nome della nostra città in una pletora di partenze e di arrivi. Brindisi, la città delle dieci maglie rosa: Casalini, Gualazzini, Poggiali, Mori, Crepaldi, Guerra, il belga Houbrechts, Zandegu e i due capitani, Gimondi e Motta. O forse di una sola, moltiplicata per la decina terribile della Salvarani, il marchio storico di Parma che di lì a qualche anno sarebbe entrato nell’immaginario dei brindisini più per fatti di costume.

Dieci maglie rosa cucite sulla tradizione e sulla modernità. Quasi una carovana sul podio. Una maglia «finta» secondo una critica dell’epoca. Un vessillo d’altri tempi, secondo altri, una novità portata da Vincenzo Torriani, l’ultimo patron del Giro, che regalava il sogno di indossare una maglia iconica che altrimenti, nella migliore delle ipotesi, avrebbe visto solo le spalle del capitano. I tempi non valevano per la «generale» e l’idea di premiare tutta la squadra non trovò unanime consenso: a Milano vinse lo svedese Gosta Petterson, Gimondi fu solo ottavo, Motta addirittura ventesimo.
Dopo tanti anni, la corsa rosa incrocia di nuovo queste latitudini ma, si sa, il Giro non è una semplice gara di bicicletta, il suo è un viaggio evocativo, le sue tappe sono scene da flashback in bianco e nero e la scia del fuggitivo suona ancora con le parole di Mario Ferretti: «E via via tutti gli altri!». Il Giro è il più grande e lungo racconto popolare che il nostro Paese tramanda di anno in anno, come un libro che ne celebra i luoghi dell’anima. Ogni capitolo è un tuffo nel passato, è un succedersi di ricordi, di imprese, di pedalate che fanno l’armonia del ciclismo. Nella geografia morale del Giro, nel suo patrimonio di vittorie, di rimonte, di fatiche, di coraggio, di sconfitte, di pedalate che si rincorrono nel tempo e nello spazio, Brindisi si ritaglia stretta la sua parte, è la storia dell’Appia che i corridori riscrivono a colpi di pedale fino allo scambio con il mare. La città ha messo a punto la sua macchina d’accoglienza, ha livellato l’asfalto del tracciato, via Appia, via Tor Pisana, viale Commenda, via Tirolo e i 1.200 metri di rettilineo finale tra viale Aldo Moro e via Palmiro Togliatti. L’arrivo è previsto poco prima delle 16.30. Eventi dedicati fanno da corollario, «La Notte Rosa(ta)» ha ossigenato il cuore commerciale della città, le vetrine dei negozi si vestono di rosa, il comitato di tappa appunta gli ultimi accorgimenti.

«Il Giro – ha detto l’assessore allo Sport del Comune di Brindisi, Oreste Pinto (nello foto con il dottor Angelo Roma) – è un’opera di narrativa capace di collegare piani diversi, strategia e cultura, storia e tradizione. Brindisi entra in questo grande racconto e lo fa in qualità di luogo di meraviglia, con un lungo cammino alle spalle. Come quello di un ciclista che ha bisogno di fare squadra per non disperdere fatica e sudore e tenere il passo, arrivare in fondo». Allo stesso modo, il Giro è lo specchio dell’evoluzione sociale ed economica del Paese. Senza abusare di metafore scontate, la più bella corsa a tappe è un «amore infinito», come un grande album di famiglia, una «storia minore» piena di nostalgie eppure capace di influenzare quella «maggiore». Brindisi non smetta di pedalare ma non scappi mai da se stessa, dalla sua identità. Perché, come diceva qualcuno, da te stesso non scappi mai, neppure se sei Eddy Merckx.
Roberto Romeo (Agenda Brindisi – 9 ottobre 2020 – Foto di copertina: giroditalia.it)

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