Giorgio SciarraAutore: IN EVIDENZA Rubriche Zona Franca

Insediamenti industriali, tra inquinamento e responsabilità

Tra le maggiori preoccupazioni della Comunità Europea c’è, da sempre, quella relativa all’ambiente. L’Unione Europea ha, infatti, dettato principi che rappresentano dei riferimenti per gli ordinamenti dei vari stati membri. Il Trattato di Amsterdam – art. 174 e art. 191 del TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea) -, sancisce che: «la politica dell’Unione in materia ambientale mira a un elevato livello di tutela ed è fondata sui principi della precauzione e dell’azione preventiva, sul principio della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente, nonché sul principio chi inquina paga». Già, «chi inquina paga», e quando mai?
Se alle aziende fosse stato chiaro tale principio e che avrebbero dovuto pagare anche i relativi costi sociali, probabilmente molte cose sarebbero andate diversamente. Se avesse avuto la certezza di pagare di tasca propria la bonifica di Micorosa probabilmente, la ex Montedison, avrebbe evitato di usarla come una discarica di veleni facendola divenire una vergogna a cielo aperto, sporcizia da nascondere sotto il tappeto. Per non parlare dei costi sanitari per i danni causati dalle attività industriali. Forse avrebbero riflettuto un po’ di più prima di compiere nefandezze del genere. Un po’ come capiterà fra qualche anno quando saranno dismessi gli impianti fotovoltaici che coprono migliaia di ettari di suolo agricolo. Questo sarà uno dei problemi cocenti di un ormai prossimo futuro.
Ma ritorniamo ai problemi attuali. La dismissione del carbone come combustibile è, indiscutibilmente, un fatto positivo. La cosiddetta «transizione» energetica che l’Enel ha annunciato e la decarbonizzazione della centrale di Cerano dovrebbero porre gli amministratori del territorio di fronte alla grande occasione di attuare (almeno il più possibile) quella norma della UE richiamata all’inizio. Dovrebbe essere l’occasione buona per cambiare questo territorio anzi, a voler essere precisi, farlo tornare il più possibile com’era prima: bonifiche reali, smantellamento di tutte quelle strutture che servivano a movimentare e a trasportare il carbone. Insomma, il minimo sindacale che si tramuterebbe in lavori, una grossa opportunità occupazionale.
Si potrebbe mettere l’azienda di fronte ad un «ricatto»: o bonifichi o molli tutto e te ne vai. Lo so, è un ragionamento un po’ estremo ma dopo tutti i ricatti subiti – quello occupazionale su tutti – ci potrebbe anche stare.
Ma non credo proprio che sia l’approccio mentale che s’intende avere. Almeno questo si capisce leggendo, per l’argomento in questione, il «benedetto» DPP. Una lettura che fa, francamente, cadere le braccia a terra. Non è chiaro se l’intento sia voler prendere in giro la gente o volersi fare prendere, per l’ennesima volta e masochisticamente, per il fondello dei pantaloni. Già perché quando si afferma che «il dismesso nastro trasportatore da disastro ambientale qual è oggi potrebbe divenire nel piano di Brindisi risorsa ambientale e di conoscenza e gestione e di mobilità e di servizio impiantistico del territorio interessato» è evidente come si stia preparando la «volata» ad Enel. La quale, bontà sua, se «fosse disponibile alla riconversione del ‘nastro’» potrebbe tramutare un «disastro ambientale (da essa causato – ndr)» addirittura in una «risorsa» come «sede di tubazioni interrate ma non coperte e pertanto agevolmente assoggettabili a manutenzione per teleriscaldamento».
E’ molto meglio non immaginare chi abbia concepito e scritto un tale contorto ragionamento, che se da una parte è la sublimazione del pensiero machiavellico dall’altra non può essere un positivo riconoscimento a chi dovrebbe perseguire gli interessi del territorio. E alla luce di ciò si comprende ancora meglio perchè sia stato eliminato – come scritto nel numero scorso – quel principio del vecchio DPP che esprimeva la necessità di porre un argine «all’arroganza degli interessi precostituiti» come conditio sine qua non per costruire un futuro.
Sembra del tutto ovvio che Enel abbia scarsissimo interesse a ripristinare lo stato dei luoghi bonificando i vasti terreni inquinati dal carbone e a smantellare il nastro trasportatore e le tramogge sulla banchina di Costa Morena tanto che, per queste ultime, qualcuno ipotizza un improbabile uso futuro, un modo come un altro per favorire la società elettrica. Ma una cosa sono gli interessi di Enel, altra quelli della collettività. Altro ancora è, addirittura, «confezionare» ipotesi di impegni, tra l’opinabile e lo strampalato, che faranno la fine dei precedenti.

Giorgio Sciarra (Rubrica ZONA FRANCA – Agenda Brindisi 28 maggio 2021)

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