Ci sono città che pagano il prezzo del progresso. E poi c’è Brindisi, che da decenni paga il prezzo delle promesse. Ogni stagione politica le assegna un ruolo strategico, ogni governo la indica come laboratorio del futuro, ogni grande gruppo industriale annuncia investimenti, riconversioni e rilanci. Ma, puntualmente, quando si spengono i riflettori delle conferenze stampa, resta una realtà che non cambia: impianti che chiudono, produzioni che si fermano, lavoratori in attesa e un territorio che continua a perdere ricchezza, competenze e prospettive. Brindisi è stata lasciata in un limbo permanente, sospesa tra annunci rassicuranti e decisioni industriali sempre più drastiche.
La vicenda Versalis rappresenta soltanto l’ultimo tassello di una storia che si trascina da troppo tempo. La fermata della produzione di polietilene, l’annunciata uscita di scena di LyondellBasell e il continuo rinvio dei tavoli ministeriali non sono episodi isolati: sono il sintomo di una politica industriale assente. Il paradosso è evidente. Da una parte si celebra l’avvio della futura fabbrica di batterie come simbolo del nuovo corso industriale; dall’altra si continua a smantellare ciò che oggi produce occupazione, reddito e indotto. Una fabbrica annunciata non sostituisce automaticamente una fabbrica che chiude. Gli investimenti sono importanti, ma diventano credibili soltanto quando si trasformano in linee produttive operative, posti di lavoro stabili e ricadute economiche misurabili. Fino ad allora restano promesse. E Brindisi, di promesse, possiede ormai un archivio sterminato.

La posa della prima pietra della fabbrica di batterie avrebbe dovuto dimostrare che la transizione industriale di Brindisi fosse finalmente iniziata. Ha finito, invece, per rappresentarne tutte le ambiguità. Il 6 luglio, Ministro, dirigenti aziendali, amministratori e rappresentanti istituzionali hanno celebrato l’avvio del nuovo polo Eni-Seri Industrial. Caschi, giubbotti, discorsi solenni e uno slogan studiato per l’occasione: «L’industria a Brindisi si trasforma». Si trasforma? Ma in che cosa, con quali tempi e a quali condizioni occupazionali resta ancora il vero nodo politico. Il progetto annunciato prevede la produzione di celle e moduli al litio-ferro-fosfato e l’assemblaggio di sistemi di accumulo. In una seconda fase dovrebbero aggiungersi la produzione del materiale catodico e il riciclo delle batterie. La capacità complessiva prevista entro il 2030 è di 16 GWh l’anno, suddivisi tra Brindisi e Teverola. Si tratta di obiettivi industrialmente rilevanti, ma restano, appunto, obiettivi: non ancora produzione, fatturato e occupazione consolidata.

La cerimonia ha trasformato l’avvio di un percorso pluriennale nella prova di una rinascita già compiuta. Il ministro Adolfo Urso ha parlato di circa 1.300 occupati tra diretti e indotto; i sindacati, invece, indicano un progetto destinato a entrare a regime nel 2029, con un coinvolgimento stimato di circa 1.500 lavoratrici e lavoratori. Numeri importanti, ma non perfettamente coincidenti e, soprattutto, ancora da tradurre in una distinzione trasparente tra dipendenti diretti, addetti dell’indotto, occupazione temporanea di cantiere e posti strutturali a regime.
È proprio qui che la prima pietra rischia di trasformarsi in una pietra sopra le domande. Quanti saranno i nuovi assunti? Quanti gli attuali dipendenti ricollocati? Quali professionalità saranno richieste? Quali imprese del territorio parteciperanno alle commesse? Quale sarà il cronoprogramma vincolante? E soprattutto, che cosa accadrà nel periodo compreso tra lo spegnimento delle vecchie produzioni e l’entrata a regime delle nuove?
Sono interrogativi che sorgono spontaneamente, anche perché, allo stato attuale, non è ancora visibile un cantiere pienamente operativo e, secondo quanto emerge, i lavori non risulterebbero ancora appaltati. Una fabbrica di batterie può offrire a Brindisi una prospettiva concreta e avanzata nella transizione energetica. Proprio per questo non dovrebbe essere utilizzata come strumento di propaganda o come compensazione narrativa per ciò che nel frattempo viene dismesso. Presentarla come la dimostrazione che tutto sia già risolto significa caricarla di aspettative enormi e preparare una nuova delusione qualora tempi, occupazione o capacità produttiva dovessero rivelarsi inferiori agli annunci.
Brindisi non chiede assistenza né compassione. Chiede serietà. Chiede che parole come “transizione”, “riconversione” e “sviluppo” tornino ad avere un significato concreto. Chiede che chi assume decisioni abbia anche il coraggio di risponderne davanti ai lavoratori e alla città. Perché il futuro non si costruisce inaugurando cantieri mentre si spengono le fabbriche. Si costruisce impedendo che un’intera comunità venga sacrificata sull’altare dell’ennesima strategia industriale annunciata come inevitabile. Fino a quando questo non accadrà, la transizione rischierà di essere ricordata non come una rinascita, ma come il nome più elegante dato al declino di Brindisi.
Nicola Ingrosso
Ecco la copertina di Agenda Brindisi del 17 luglio 2026 con due immagine emblematiche: la posa della prima pietra del Petrolchimico dell’8 marzo 1959 e quella della gigafactory del 67 luglio 2026. Il nostro titolo? Mettiamoci una pietra! E ognuno intenda e interpreti come vuole …












