Valeria GiannoneAutore: Allegro ma non troppo Rubriche

La preghiera laica di Dior

Tien glicea tusi nifta ti en òria, com’è dolce questa notte, com’è bella: si apre così, a Lecce, in griko la sfilata parigina di Dior. Sul ritmo sincopato di Kali Nifta e sui passi pizzicati dei ballerini della Notte della Taranta, figure in nero morse dal ragno che occupano lo spazio di Piazza Duomo. Un basolato nudo che si oppone allo sfavillio delle luminarie, una scenografia che ha vestito a festa il monocromatico nitore della pietra leccese. E c’è tutto in questo spettacolo. Sì perché è uno spettacolo, anche se di appena 22 minuti, ma che ipnotizzano. Contaminazioni e rimandi, citazioni femministe, stile e folklore. Abiti colorati, con frange, corpetti rigidi e maniche a sbuffo, eco pellicce con inserti floreali, vagheggiamenti siberiani che stridono con lu faùgnu salentino. E quando le modelle incedono eteree, nel corridoio dei ballerini, con i loro visi alteri e inespressivi, si scontrano con la terrenità e la corporeità dei tarantati. C’è tutto in questi 22 minuti. Ci insegnano che la vita non è una categoria, che nel mondo globalizzato le tradizioni devono dialogare con la contemporaneità. Che Chiara Ferragni, simbolica figura dell’effimero, può diventare testimonial delle nostre eterne bellezze artistiche. Gli Uffizi di Firenze, dopo la sua apparizione hanno registrato un’impennata di visite, aspettiamo gli effetti sul Salento. Che Carla Lonzi viene citata nelle frasi accese delle luminarie. Una femminista, teorica della differenza sessuale, che ha scritto “La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti”, vabbè rimaniamo in titoli meno provocatori della mia libreria autrice dei saggi “Taci, anzi parla. Diario di una femminista”. Per la gioia di tutte le pasionarie dell’autodeterminazione femminile, che non si accorgono che con questa rivendicazione di genere si calpesta la rivendicazione di classe, visto il costo degli abiti e che le modelle non rappresentano poi tanto l’emancipazione della donna, così prigioniere del proprio corpo. Ma non fa niente. Questi 22 minuti ci insegnano ad andare oltre. Oltre le polemiche, sull’impatto della ridondante scenografia che occulterebbe la bellezza di Piazza Duomo. Ci insegnano che si può essere amanti della proprio terra anche con delle installazioni luminose che celano per 22 minuti il nostro barocco. Perché quell’allestimento consente, senza inutili campanilismi, l’affaccio su una ribalta internazionale. Ci insegnano i valori dell’Universalità, che siamo tutti uguali, ma anche quelli del Relativismo, che siamo tutti diversi, che dovremmo lasciar dialogare le culture, le epoche, le categorie, gli stili. Ci insegnano che dovremmo aprire le nostre menti. Un po’ meno, forse le nostre tasche … ché tanto, un abito di Dior, non ce lo potremo mai permettere.

Valeria Giannone (Rubrica ALLEGRO MA NON TROPPO – Agenda 24 luglio 2020)

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