Valeria GiannoneAutore: Allegro ma non troppo Rubriche

Lo zio pazzo e il vecchio politico

E insomma, ci siamo liberati dello «zio pazzo», così Savannah Guthrie, la spregiudicata giornalista dell’NBC alluse a Trump, quando questi si schermiva per un tweet fuori luogo. Al suo posto abbiamo Joe Biden, una vittoria sul filo di lana. E noi che facciamo? Gli facciamo le pulci? Vogliamo capire quanto ci sia di progressista, democratico, liberale in quest’uomo? E facciamogliele queste pulci. Vediamo chi è questo Biden. Un guerrafondaio? Ho letto anche questo nelle critiche mosse contro di lui. Sì, decretò l’avvio delle ostilità verso Saddam Hussein, ma all’epoca era il presidente della Commissione Esteri del Senato degli Stati Uniti d’America, non Madre Teresa di Calcutta delle Indie.
Eletto senatore a 29 anni, ha vissuto tutta la sua vita nella dimensione politica, provando in diverse occasioni a candidarsi alla presidenza. Nel 1988 la prima, rinunciò nel 2004, ci riprovò nel 2008 ma si ritirò per lo scarsissimo risultato alle primarie. Fu ripescato da Obama, lo stesso anno, e il ticket Obama-Biden, beh, sappiamo come andò a finire. Fu replicato nel mandato successivo, consolidando un sodalizio dei più robusti nella storia politica statunitense. E Obama non è l’ultimo degli sprovveduti. Nel 2015 Biden scelse di non candidarsi – quell’anno aveva perso prematuramente suo figlio – appoggiando di fatto la campagna di Hillary Clinton.
Il programma politico di Biden si pone in esatta contrapposizione a quello del predecessore: riprendere l’Obama-care cercando di rimediare alle sperequazioni di Trump, fare dell’America la «superpotenza energetica» nel campo delle energie rinnovabili, abolire le disumane politiche di immigrazione che prevedevano la separazione dei minori dalle loro famiglie, avviare un programma economico di investimenti che riportino reddito alla classe media in un’ottica di sostenibilità ambientalista. Sono suoi i provvedimenti restrittivi contro l’utilizzo indiscriminato delle armi. Vuole unire l’America, nonostante la metà della popolazione non abbia votato per lui. La sua campagna elettorale è stata avviata con un discorso antirazzista e inclusivo.
E ora ci arriviamo. Alla nomina di Kamala Harris come vicepresidente. Donna, afro-indo-americana, la prima in assoluto. Perché, da femminista, non ne ho parlato subito? Forse perché scontato. E poi volevo farmi un’idea, non limitandomi a una questione di genere. Kamala era una sua competitor, anche lei candidata alle primarie che vantava un primato, uno zainetto di fondi raccolti come mai prima. Arrivò ad attaccarlo in pubblico, senza risparmiarsi. E lui? Forse per la sua navigata esperienza di politico, forse per tener fede al suo impegno sulle questioni di genere (è sua la legge del 2013 contro la violenza sulle donne), forse per dare un senso alle sue parole, che fa? Sceglie di allearsi. Una mossa vincente. Da buon vecchio saggio resiliente (è il più anziano Presidente mai eletto) in cuor suo lo sa. Dopotutto nel discorso inaugurale non si è definito «marito di Jill» e riconosciuto che «senza di lei non sarebbe qui adesso»? In cuor suo sa che la sua vittoria la deve – anche – alle donne.
P.S. Ce lo vedete Trump dichiararsi «marito di Melania»?
Valeria Giannone (Rubrica ALLEGRO MA NON TROPPO – Agenda – 13 novembre 2020)

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