redazioneAutore: IN EVIDENZA Rubriche Vista da Roma

Pandemia e lavoro: giovani fannulloni. Ma è davvero così?

Più del solito motivetto musicale che inonda le radio coi suoi ritmi latini, il vero tormentone di questo inizio estate sembra essere un altro. Una ripetizione ossessiva che non passa per qualche radiolina sgangherata a bordo spiaggia ma sui titoli dei principali giornali italiani. Da qualche giorno, infatti, il tormentone nazionale, carico di enfasi melodrammatica, è solo uno: «mancano i lavoratori». Sono tantissimi a sottolineare come imprenditori, aziende, piccole realtà stagionali non stiano riuscendo a trovare giovani – ma anche meno giovani – disponibili a impegnarsi per i mesi estivi come commessi, camerieri, bagnini. E in effetti sembra un po’ strano che dopo un periodo di crisi profonda per milioni di italiani, oggi in tanti preferiscano poltrire sul divano invece che rimboccarsi le maniche. Dopo il crollo delle assunzioni nel pieno dell’era Covid, oggi tantissimi profili professionali sembrano essere scomparsi, con un crollo del 75% delle richieste. A questa notizia però, si aggiunge una narrazione molto curiosa, che suona più o meno così: i giovani italiani sono dei fannulloni e preferiscono vivere coi sussidi invece che andare a sudare le famose sette camicie dietro al bancone di un bar.
Una retorica francamente insostenibile – anche perché gli under 25 beneficiari del Reddito di cittadinanza sono il 3% del totale – portata avanti da commentatori, politici, imprenditori. Tra questi un famoso figlio di una dinastia italiana della pasta, tra le più note al mondo, che ha spronato i giovanissimi a «mettersi in gioco». Certo, facile dirlo con alle spalle una delle famiglie più ricche del Paese e un posto milionario ereditato.
Lungi da me, tuttavia, fare della demagogia. Il tema cruciale è solamente uno: il salario minimo (e le tutele) dei lavoratori stagionali. Lavoratori che spesso più che mettersi in gioco devono lottare per evitare che il proprio lavoro diventi sfruttamento, con paghe di poche euro e turni infiniti. In molti Paesi d’Europa, ad esempio, vi è una norma per il salario minimo garantito, con importi che vanno dai 332 euro della Bulgaria ai 2202 del Lussemburgo. L’Italia, con altre cinque nazioni europee su ventisette, invece ne è sprovvista.
Ecco, dunque, che pian piano si inizia a srotolare una matassa complessa che spiega il perché di tanti disagi per i lavoratori italiani. Possiamo avere il coraggio di dire che in molti settori prevalgono salari bassi e lavoro nero? E che il turismo stagionale è uno di questi? Possiamo dire che se è lo stesso ispettorato nazionale del lavoro a parlare di 76% di strutture non in regola (tra quelle controllate nel 2019) e 40% dei lavoratori in nero allora c’è un serio problema strutturale?
Un problema che – va detto – coinvolge appieno anche chi fa impresa, che oggi incorre in costi, burocrazia e tassazioni che non hanno eguali rispetto ai competitor europei. Fare l’imprenditore – onestamente – in Italia è uno dei lavori più difficili che possa esistere.
Ma tutto questo non può ricadere sui giovani lavoratori. Anzi, questa situazione deve rappresentare una sfida. Può diventare uno stimolo maggiore per molte aziende. Siano loro a «mettersi in gioco», proponendo contratti adeguati, tutele per infortuni e garanzie. Un modo per debellare anche la piaga del lavoro nero, che crea sfruttati e furbetti. I giovani italiani, ancor più quelli meridionali, hanno voglia di lavorare onestamente.
Andrea Lezzi (Rubrica BRINDISI VISTA DA ROMA – Agenda Brindisi 18 giugno 2021)

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