Autore: Attualità IN EVIDENZA

Proficuo confronto tra giornalisti brindisini: «Il futuro non esiste»

(Dal nostro settimanale AGENDA BRINDISI di venerdì 1° maggio 2026)
Di cosa parliamo quando parliamo di futuro? Quando parliamo di futuro parliamo del presente, di cosa ci fa sentire protesi verso il futuro, di cosa ci fa preoccupare del futuro. Sicuramente della nostra incertezza sulle prospettive di fronte alle quali si trovano le nuove generazioni, i nostri figli e nipoti, nei quali ci proiettiamo empaticamente: se stanno bene loro, noi stiamo bene il doppio, e se loro soffrono, noi soffriamo il triplo.
Cosa abbiamo costruito finora, cosa stiamo costruendo per loro? Per quanto ovvio, occorre insistere su questa domanda. È il nostro presente così malmesso, che inquieta chiunque sia dotato di buonsenso, di spirito comunitario e di concezione sana del bene comune. E che dovrebbe preoccupare tutti, pure – direi soprattutto – chi stupidamente, e allegramente ma non troppo, ha una visione miope, egoistica e focalizzata sull’interesse particolare e sul privilegio anche a danno della collettività (citofonare Carlo Maria Cipolla).
Non è facile rimuovere certe incrostazioni, evitare quei bias cognitivi che intossicano le relazioni e ostacolano la ricerca di soluzioni ragionate, consapevoli e sostenibili. Ma è necessario – e urgente – mobilitarsi in un’assunzione di responsabilità che, muovendo dalle coscienze individuali si diffonda per contaminazione nella comunità: comuni cittadini, portatori di interessi, fasce produttive, operatori economici. Fino a quella classe dirigente che, con una postura politica adeguata e attraverso scelte responsabili, virtuose e soprattutto coraggiose (e con la consapevolezza degli effetti che queste produrranno), dovrebbe improntare il tessuto sociale, economico e culturale di riferimento.
Utopia? Sta a ciascuno e ciascuna di noi stabilirlo e ovviamente agire di conseguenza per (quantomeno cercare di) renderla fattuale e attuabile, ossia contagiare le coscienze attraverso comportamenti virtuosi ed esemplari, gesti semplici o piccole sfide. I social media ci danno una mano, se sappiamo usarli. Gli organi di informazione locale possono (devono) incidere maggiormente, ancora meglio se si emancipano un po’ di più dalle convenienze della comunicatocrazia e del velinismo.
Il partecipatissimo incontro del 23 aprile scorso nella sala conferenze del Museo «Ribezzo» di Brindisi, organizzato dai colleghi Oreste Pinto (Brundisium.net) e Fabio Mollica (Amazing Puglia) con il sostegno di tutte le testate locali, ha fornito un’interessante indicazione e un buon segnale in tal senso.

Ha visto l’avvicendarsi in tribuna di numerosi esperti in comunicazione (tutti giornalisti tranne uno e tutti uomini tranne Lucia Portolano) che – in ragione del proprio portato politico-culturale e professionale e, in qualche caso, di una certa abilità con ChatGpt – hanno sviluppato una serie di argomentazioni sulle problematiche più attuali e spesso scottanti che interessano Brindisi.
Pur nei tempi contingentati, gli interventi, in larga parte condivisibili e alcuni di maggior spessore, hanno più o meno centrato il focus, benché largheggiasse la reiterata frustrante constatazione (sfiorando talvolta il piagnisteo) di uno stato di cose indiscutibilmente critico, scarseggiando viceversa le proposte per tentare di superarlo o quantomeno porre le basi per affrontarlo costruttivamente (spoiler autocritico, neanche chi scrive ha ricette da proporre).
Ma, meno «narrazione» più visione, per favore. «A little less conversation, a little more action please», cantava Elvis.

Gli argomenti: la transizione industriale con un’acuta e opportuna condanna della veteroindustria, il porto delle occasioni mancate o – meglio – negate, l’immancabile ma ineludibile intelligenza artificiale, lo sport nella sua declinazione sociale, l’urbanistica (solo evocata), la crescita culturale, l’università, il risveglio delle coscienze, l’autocritica.
Un panel non esaustivo (non è una colpa, stanti i limiti di tempo) che andrebbe invero integrato con altri temi di grande attualità e rilevanza, quali le politiche di accoglienza e integrazione dei migranti, la mobilità sostenibile, l’agricoltura, le opportunità e i benefici socio-economici derivanti dall’Appia-UNESCO, per citare i più emergenti.
Un primo importante passo è stato comunque fatto, e anche se – come più di qualcuno ha maliziosamente subodorato – dovesse andare nella direzione politico-elettorale, il dibattito è aperto, con buona pace pure degli scettici. Ma soprattutto, come opportunamente proposto da Oreste Pinto, necessita dell’adeguato approfondimento di ciascuna tematica da svolgersi singolarmente su ognuna delle testate con il coinvolgimento di lettori/lettrici e opinione pubblica. Magari analizzando periodicamente, in presenza, lo stato dell’arte.
Perché il presente va affrontato, vissuto e gestito con lo spirito della globalità e della contemporaneità. Bisogna maneggiarlo con cura, trattarlo con competenza e coerenza, guardarlo criticamente, nonché con spirito autocritico e un occhio allo specchio retrovisore del passato, per ricordarsi delle scelte giuste e di quelle sbagliate.
Altrimenti, il futuro non esiste.
Servizio di Domenico Saponaro – Foto di Maurizio De Virgiliis

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