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I bambini imparano le antiche tecniche di pesca nelle Sciabiche

Un altro appuntamento con «Visioni», la rassegna di visite guidate e performative che mette in scena Brindisi con la sua bellezza e i suoi saperi. Protagonisti ieri ancora i bambini, da 6 a 10 anni, con una visita guidata nel quartiere marinaro delle Sciabiche. Conclusa la visita, i piccoli esploratori hanno preso parte a un laboratorio dedicato alle antiche tecniche di pesca utilizzate dagli abitanti del luogo, a cura degli esperti dell’Associazione Vogatori Remuri. La visita fa parte di un progetto di animazione on-site, cui partecipano il Comune di Brindisi e la Fondazione Nuovo Teatro Verdi, promosso dalla Regione Puglia per qualificare e potenziare il servizio di informazione e accoglienza turistica in capo agli uffici Infopoint della rete regionale, e integra il percorso di destinazione avviato dall’assessorato comunale al Turismo, marketing territoriale e creatività per promuovere l’interesse turistico della città.

I bambini hanno visitato in piazza Santa Teresa il Monumento ai Caduti della Grande Guerra, poi la Fontana dell’Impero, poi si sono addentrati nel quartiere Sciabiche, il cui toponimo rimanda alla rete a strascico – formata da due lunghe ali e da un sacco – usata per la piccola pesca dai pescatori di questo minuscolo agglomerato in riva al seno di ponente del porto di Brindisi: delle sciabiche e dei pescatori, cd. “Sciabicoti”, oggi non resta che il ricordo, sia perché la sciabica è usata di rado e da ormai pochi pescatori, sia perché il risanamento del quartiere, attraverso un piano di abbattimento attuato in tre fasi (1924, 1934 e 1959), impose ai residenti di trasferirsi nel villaggio costruito sull’opposta sponda del porto interno. Scriveva il docente e storico Alberto Del Sordo in “Toponomastica brindisina”, «Costituito da stradette e vicoli, lungo i quali si aprivano casupole modeste, ma linde, su piani di varia altezza degradanti da piazza Santa Teresa e Largo San Paolo al mare, il quartiere Sciabiche è certamente il più vecchio della città ed il più caratteristico, il tipico quartiere della gente abituata alla vita di mare, per atavica vocazione».

Al termine della visita i bambini hanno partecipato a un’attività didattica sulle antiche tecniche di pesca tipiche del quartiere, un viaggio tra i segreti dei vecchi pescatori con una guida d’eccezione come Franco Romanelli (foto) dell’Associazione Vogatori Remuri. Sulle banchine i pescatori, anneriti dal sole, deponevano e riparavano le nasse, i “cuenzi”, le reti chiamate, come il quartiere, sciabiche. Strumenti di pesca secondo sistemi ormai in disuso: come la pesca con le nasse, gabbie costruite in passato con rami di giunco intrecciati e adagiate sul fondo; a “cuenzu”, con lunghe “lenze madri” cui si applicano molti braccioli provvisti di ami; o come la pesca a sciabica, una rete a sacco più o meno stretta a seconda del pescato. Il racconto si è intrecciato con le radici degli uomini di mare, con la storia della marineria brindisina, infine con le travolgenti trasformazioni portate dal progresso, portatore di benefici ma spesso ostile ai legami di comunità. Oggi i “grandi vecchi” non escono più in mare, ma il mare lo conservano negli occhi sempre pieni di luce e nelle mani scabre. Rimangono sulla banchina a riparare le reti, una necessità. La pazienza che in mare accompagna il pescatore, sulla terra aiuta a sbrogliare nodi, a riparare con sapienza gli strappi per riportare la rete in uso. Movimenti esatti, scanditi dagli occhi e dal tempo.

«Sono ormai pochi i pescatori, penso tre o quattro, che praticano ancora le antiche tecniche del luogo – ha detto Franco Romanelli (foto) – e per questo è importante trasmettere ai più piccoli questo bagaglio di conoscenze. Il vero pescatore è un patrimonio di saperi, ha rispetto del mare e, osservandone solo lo specchio e il vento, è in grado di intuire il tipo di pesce, la forma e l’orientamento dei banchi. Temo che superata questa generazione la figura del pescatore tradizionale tenderà a scomparire, i ragazzi non sono più disposti a fare sacrifici e metterci tutta la fatica che questo lavoro richiede. Un tempo lo si faceva per necessità, oggi l’approccio alla pesca ha superato i modelli tradizionali. Non ci resta che ricordarli e formare alla memoria i bambini. Un mestiere che richiede rigore e tanto lavoro a terra, con applicazione delle buone pratiche artigianali, dei rituali di preparazione e delle opere di manutenzione delle barche: coinvolge tutta una “rete” fatta di teste e di mani di maestranze straordinarie. Oggi è un patrimonio culturale che occorre recuperare, ai più sconosciuto, specialmente ai giovani. Corriamo il rischio di perdere questa filiera ricca di saperi e tecniche di tradizione del territorio».

Roberto Romeo

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