Valeria GiannoneAutore: Allegro ma non troppo Rubriche

Siamo donne, come gli uomini

L’occasione si è presentata quando Giorgia Meloni è stata insultata in diretta radiofonica con epiteti non riferibili e di chiara matrice sessista. Il punto non è l’episodio in sé, che un uomo, ancorché docente universitario in questo caso, quando si rapporta alla pari con una donna debba far valere la sua presunta superiorità maschile (che sia con l’insulto sessista o con una coltellata nel petto). Il punto non è neanche che una professionista dell’odio conosca bene i meccanismi della comunicazione e che trasformi un eccesso verbale in caso nazionale e lei in una vittima.
Il punto non è questo. Il punto è che una buona fetta del Paese per marcare le differenze con la parte malata dell’Italia, quella che appunto vomita odio e trasuda maschilismo abbia ritenuto doveroso solidarizzare (anche in mio nome) con Giorgia Meloni «in quanto donna».
In un momento della mia vita «ebbi una rivelazione: questo mondo era maschile» scrisse Simone de Beauvoir, filosofa del secolo scorso, nel suo saggio «Il Secondo Sesso».
Un uomo non ha bisogno di definire se stesso, egli rappresenta l’Universale. Se pensiamo a un essere umano, immaginiamo un maschio, l’atteggiamento mentale di un uomo è valutato di per sé, non condizionato dal suo corpo e dai cicli biologici, la Storia è una sequela di guerre per conquistare un territorio e le «donne», l’antica Grecia, culla del pensiero occidentale era un mondo di uomini, il linguaggio conosce il genere maschile onnicomprensivo, il femminile ne è una declinazione.
La donna, scrive la de Beauvoir è l’«Altro». È definita per differenza, è una categoria senza essere una categoria né tanto meno una minoranza, è un essere «relativo a», considerato solo in rapporto a un uomo, senza una propria autonomia.
È la condizione debole dell’umanità, una devianza venuta male, che ha bisogno di essere guidata, protetta dal maschile.
Da questa concezione nasce la solidarietà alla Meloni «in quanto donna». Rappresentazione che noi donne dovremmo rifiutare, non riconoscendoci in una «categoria» che ha bisogno di essere tutelata dalla parte dominante e universale dell’umanità. Urge affermare una nostra soggettività, importare la nostra visione del mondo e non ritagliarci spazi in una dimensione maschile. Così da essere considerate non più come (solo) delle donne, ma esseri umani, persone, una parte dell’umanità, esattamente la metà. Non più meritevoli a priori di benevolenza in quanto «donne» e «madri», così come si è definita la Meloni, parole di connotazione in relazione al maschile e alla funzione biologica che la donna è chiamata a compiere per l’uomo.
Un uomo non direbbe mai «come uomo (inteso maschio) e padre», essere maschio per lui equivale al concetto di umano, essere padri è un eve­­nto della vita e a nessuno verrebbe in mente di solidarizzare con Hitler «in quanto uomo».
Potremmo affermare che la Meloni è sì una donna, ma è anche una politica che ha fatto dell’odio la sua bandiera, carta straccia dei diritti civili e ha negato i più elementari principi umanitari. E io, in quanto donna, soggetto, essere umano, non ho bisogno di tutele maschili, ho bisogno di essere riconosciuta e non lo sarò mai se in un mondo di uomini sarò spinta a forza, con fare paternalistico, nel magma indistinto del genere femminile.
Valeria Giannone (Rubrica ALLEGRO MA NON TROPPO – Agenda 26 febbraio 2021)

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