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Autore: IN EVIDENZA Vita Cittadina

Storia delle Vincenziane, l’addio delle «Figlie della Carità» a Brindisi

Ci sono porte che, quando si chiudono, fanno più rumore di altre. Non per la violenza del gesto, ma per il silenzio che lasciano dietro di sé. Da giovedì 8 maggio, quel silenzio avvolge piazza duomo. Palazzo De Marco ha visto uscire le sue ultime tre custodi: suor Franca, suor Claudia e suor Giustina. Finisce così, a un soffio dal traguardo dei centocinquant’anni, la lunga storia tra Brindisi e le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli. Una partenza che pesa sul cuore della città come un macigno, lasciando un vuoto che sa di solitudine.

L’ultimo atto ufficiale di questo legame profondo è stato scritto pochi giorni prima della partenza, il 5 maggio scorso. L’Arcivescovo di Brindisi, Monsignor Giovanni Intini, ha riunito le tre religiose intorno all’altare della sua cappella privata per un’ultima Messa insieme. Non è stata una celebrazione di circostanza, ma un momento di sincera commozione, dove le lacrime delle suore si sono incrociate con la gratitudine dell’intera Arcidiocesi per quel braccio teso verso gli ultimi che non si è mai ritratto fin dal lontano 1879.

Se la scelta della Congregazione di abbandonare Brindisi – un avamposto cruciale nel Mediterraneo – appare a molti come una decisione amara e priva di lungimiranza, la risposta della gente è invece un monumento di affetto. I messaggi dei brindisini si contano a centinaia, ma c’è una testimonianza che più di tutte fotografa cosa sono state le Vincenziane per questa città.
Nelle mani di suor Claudia Molinari è rimasto un foglio di carta stropicciato. Lo ha scritto un ragazzo albanese di quindici anni. Con la penna guidata da un’emozione acerba ma potente, il giovane ha espresso tutta la sua sofferenza per questo addio. Ha ricordato quando la sua famiglia, arrivata in Italia sotto il peso del bisogno, ha trovato nelle suore l’unica mano tesa. Parole semplici, ma toccanti: «Vi vorrò per sempre bene, siete parte della mia famiglia».
È lo stesso sentimento che unisce generazioni di brindisini: quanti hanno frequentato il Centro Socio-Educativo diurno (strappati alla strada ed educati con valori cristiani), quanti almeno una volta hanno chiesto aiuto alle suore, quanti negli anni hanno svolto volontariato e quanti ricordano il 1991, quando le suore furono le prime ad abbracciare sulle banchine del porto le moltitudini di disperati sbarcati dall’Albania.
Palazzo De Marco non è solo un elegante e antico edificio nobiliare, già residenza del ministro borbonico Carlo De Marco, l’uomo che promosse la bonifica del porto.

Tra quelle mura è stata scritta la storia di Brindisi: nel 1879 accolse le prime tre sorelle provenienti da Napoli, chiamate dall’Arcivescovo Aguilar per curare i malati a domicilio; negli anni successivi generazioni di orfanelli sono state accolte ed educate con amore nell’istituto; nel 1922 il Palazzo accolse i profughi di Smirne, con i bambini nati sui piroscafi e battezzati d’urgenza nella cappella dell’istituto; durante la seconda guerra mondiale, nonostante i bombardamenti che colpirono l’edificio, le attività di carità non si fermarono, anzi si moltiplicarono. Finanche il paesaggio brindisino celebra la presenza delle Figlie della Carità. Fu la determinazione delle suore e delle volontarie dell’associazione «Ali Azzurre» che, nel 1955, portò a un’impresa per allora impensabile: la statua della Madonna della Medaglia Miracolosa venne posta in cima al Monumento al Marinaio, a perenne protezione della città. Mancheranno a Brindisi quei veli che attraversano piazza duomo, ma resterà il loro insegnamento: nei volti degli ultimi c’è il volto di Dio.
Teodoro De Giorgio

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