Valeria GiannoneAutore: Allegro ma non troppo Rubriche

Storia italiana di due intellettuali

Yvan Sagnet (foto) non è arrivato in Italia su un barcone, ma con una borsa di studio. In una singolare triangolazione tra il suo Paese, il Camerun, Torino, la mia città di adozione e il Salento, il mio luogo d’origine. Amava il calcio, ma al Politecnico di Torino Yvan Sagnet scoprì di amare ancora di più la conoscenza. E grazie allo studio e alla curiosità intellettuale divenne il paladino della lotta contro la schiavitù del terzo millennio. Nel 2011 si trasferisce a Boncuri, località simbolo della rivolta contro il caporalato. Una frazione di Nardò dove Yvan, studente, raccoglie pomodori, e organizza una vera e propria lotta di classe. Sarà il primo processo e la prima condanna contro la «riduzione in schiavitù». Conquista che gli valse la nomina a Cavaliere da parte del Presidente della Repubblica. Il comune di Lecce, nei giorni scorsi, ha conferito a Yvan Sagnet la cittadinanza onoraria su segnalazione del consigliere comunale Gabriele Molendini.
Alcuni italiani, di vedute ristrette e pervasi da un razzismo strisciante, non riusciranno a vedere oltre il colore della pelle e la provenienza. Sarà sempre e solo un extracomunitario. Come se la qualifica sdoganasse ogni comportamento, anche il più aberrante. Dopotutto lo avranno pensato anche i consiglieri di minoranza (tranne i 5S) che hanno votato contro la proposta e che alla cerimonia hanno abbandonato l’aula. Rinunciando a dare il giusto riconoscimento ad una persona che incarna l’intellettuale organico di gramsciana memoria. L’homo faber, diceva Antonio Gramsci, che non si può separare dall’homo sapiens. Yvan è un intellettuale, di quell’intellettualità diffusa di cui parlava il filosofo, perfettamente amalgamato nell’appartenenza di classe e nella società. «Dopotutto era solo un extracomunitario». Non è stato questo il commento rivolto a Willy Monteiro, un ragazzino pulito e allegro di 21 anni massacrato da quattro criminali sanguinari? Willy, anche lui, era l’homo sapiens che conosce la differenza fra il bene e il male, era l’homo faber, che reagisce ai soprusi. Vai a spiegarlo a quei fascistelli, che si nutrono di palestra e subcultura salviniana. Sì, perché non mi venite a dire – nell’esasperazione del politically correct – che attribuire questi comportamenti ad una distorta idea di destra significhi strumentalizzare politicamente. Sono di destra i consiglieri che hanno scelto di non celebrare Yvan. Sono figli della cultura dell’odio di Salvini & Co. i mezzi uomini che si sono accaniti in quattro contro un ragazzo sorridente. Vai a spiegare – a quei fascistelli ignoranti – che hanno ammazzato un intellettuale.
Valeria Gannone

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