Andrea LezziAutore: IN EVIDENZA Rubriche Vista da Roma

Alfredino Rampi: quel dramma di Vermicino che scosse tutta l’Italia

Nei giorni in cui il Paese esulta per la storia a lieto fine del piccolo Nicola – il bimbo di due anni scomparso da casa in un villaggio del Mugello e ritrovato vivo e sereno ai piedi di una scarpata – sono in molti a ripensare al dramma del piccolo Alfredino. Una tragedia enorme, con cui il nostro Paese sembra non essere riuscito ancora a fare i conti.
Avvenuta esattamente a giugno di quarant’anni fa, è tornata agli onori della cronaca in queste settimane, quando, nei giorni dell’anniversario, una miniserie di Sky ripercorre la sua storia.
Voleva rientrare a casa da solo quella sera, Alfredino, senza i genitori accanto. Per vivere quel brivido di libertà che a cinque anni una corsa in solitaria in un prato può regalarti. Ed è proprio quella libertà, in un fatale scherzo del destino, che da quel momento finì per sempre nel pozzo di un cantiere, in una calda serata di metà giugno.
Fa soffrire pensare al supplizio di quel bambino, quel corpicino minuto, debole, indifeso, incastrato a oltre sessanta metri sottoterra. In una fase sociale fragilissima per il Paese, nello strascico dei tristi anni di piombo, a pochi giorni dall’attentato al Papa e nel pieno della bufera sulla P2, l’opinione pubblica rimase incollata alla tv per seguire questa grande tragedia «nazional-famigliare». Una storia straziante che scuote le nostre coscienze. Una tragedia che colpisce ogni famiglia, ogni padre, ogni bambino, raccontata senza pause dalla tv di Stato. È stato questo Vermicino: uno psicodramma. E Walter Veltroni, che su questa storia terribile ha scritto un libro molto intenso – L’inizio del buio – ha ben sintetizzato il motivo inconscio che tenne incollati milioni di italiani alla tv. La caduta nel pozzo è né più né meno che la «materializzazione di tutti gli incubi che psicanaliticamente ciascuno di noi ha sempre avuto: il freddo, il buio, la solitudine, l’infanzia deprivata».
Tutto ciò che speriamo non accada mai e tutto ciò che ci angoscia profondamente, uniti in un’unica grande tragedia. Come può essere una luce fioca in fondo a un tunnel, un minuscolo traforo verticale che corre verso il cielo, mentre dal terreno arrivano voci, urla, microfoni. Proprio quei microfoni calati per ascoltare la voce del piccolo, le cui registrazioni furono clamorosamente diffuse dai media nazionali, raccontano bene un altro aspetto drammatico di questa vicenda: l’uso alterato e imprudente della comunicazione. «È stata la registrazione di una sconfitta» ammise mestamente Giancarlo Santalmassi durante l’edizione straordinaria del TG2. In questo trambusto, poi, emerse il grande caos dei soccorsi, improvvisati e intempestivi. Da quella tragedia, poco dopo, nacque la Protezione Civile, il coordinamento di quell’apparato di soccorso che oggi rappresenta una vera e propria élite a livello europeo.
Seppur nell’ambito di ciò che oggi definiremmo una classica «maratona tv» legata a un grande fatto di cronaca, ogni aspetto in quei tre giorni diede l’impressione di non essere coordinato e di essere raccontato in modo sproporzionato. Senza rispettare il dramma immenso di una famiglia, sbattendo sugli schermi e le prime pagine i più raccapriccianti particolari di una storia senza lieto fine.
La storia di un bambino che, senza volerlo, ha cambiato per sempre il nostro Paese, e che invece voleva solamente correre felice nei prati.
Andrea Lezzi (Rubrica BRINDISI VISTA DA ROMA – Agenda Brindisi 25 giugno 2021)

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