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Brindisi: trascorso un anno dal furto nel Museo Diocesano e tutto tace!

È trascorso un anno dal furto al Museo Diocesano di Brindisi e tutto tace. Non una parola, in questo lungo anno, dalle forze dell’ordine, dai mass media, né tantomeno dagli uomini di cultura locali. Eppure, quanto bisogno ci sarebbe stato di tenere viva l’attenzione e di sensibilizzare l’opinione pubblica su una questione che riguarda tutti, non solo l’Arcidiocesi!
In una città dormiente sul piano culturale, ridestare i propri concittadini, aiutandoli a riflettere e a sviluppare senso critico, è un dovere. E invece ciascuno è ripiegato su sé stesso e sulle proprie (piccole) attività culturali.

Era la notte tra il 17 e il 18 marzo 2023 quando un manipolo di ladri, dopo essersi introdotto nella chiesa di San Paolo Eremita – sede del Museo Diocesano – ha trafugato, del tutto indisturbato, l’intera collezione di oreficeria sacra: pissidi, calici, ostensori, teche per oli santi, piatti da parata e suppellettili varie. Tutti argenti provenienti dal Tesoro del Capitolo della Cattedrale e di produzione napoletana del Sei-Settecento, con la sola eccezione del calice confezionato nel 2008 in occasione della visita a Brindisi di papa Benedetto XVI. Oggetti di grande importanza e bellezza, basti pensare al prezioso ostensorio del pellicano mistico, realizzato nel 1706 dall’argentiere Antonio Alvino e per secoli utilizzato dai vescovi di Brindisi durante le processioni equestri del Corpus Domini.

Una perdita di proporzioni rilevanti, non solo materiali, e quindi economiche, ma soprattutto immateriali, perché quegli oggetti sono intimamente connessi con la storia civile e religiosa del popolo brindisino e sono parte integrante della sua identità.
Tuttavia, a dispetto di questo intimo legame identitario, a chi importa oggi della perdita di questi tesori? A chi importa che questi oggetti siano stati sottratti alla pubblica utilità per il diletto di un singolo o di singoli ricettatori? La risposta è perentoria: a pochi, anzi a pochissimi. E tutti gli altri? Vittime dell’epidemia di indifferenza che da troppo tempo attanaglia il popolo brindisino, dimentico della propria memoria storica e del proprio patrimonio culturale.

Del resto, prima del furto, in quanti si erano presi la briga di ammirare di persona quei tesori? E in quanti, dopo il furto, hanno avvertito il desiderio di visitare il Museo Diocesano? E pensare che al suo interno è custodita l’arca in argento che accolse nel XIII secolo le spoglie mortali del santo patrono Teodoro d’Amasea; un capolavoro, ben noto a studiosi e turisti stranieri, che racchiude la più antica immagine del porto di Brindisi con le due colonne romane. La realtà, purtroppo, è che la gran parte dei brindisini non apprezza il patrimonio culturale ricevuto in dote dai propri avi. Non si preoccupa di conoscerlo e arriva finanche a disprezzarlo e a esaltare apertamente le bellezze storico-artistiche dei paesi limitrofi. Questo accade quando non si attribuisce al passato una funzione trainante nello sviluppo personale e collettivo e non lo si reputa seme del futuro, meritevole di tutela e, quindi, degno di essere conosciuto e trasmesso ai posteri.
Siamo inesorabilmente ammalati di Alzheimer culturale e forse meritiamo di perdere progressivamente le testimonianze tangibili, e intangibili, della nostra memoria storica. Meritiamo, forse, di essere deprivati, senza battere ciglio, delle nostre antichissime tradizioni. Tanto, a quanti brindisini importa sul serio perdere pezzi della propria identità culturale? A qualcuno certo dispiacerà, a qualcun altro meno, ma tutto poi sarà ineluttabilmente condannato all’oblio.
Teodoro De Giorgio – Storico dell’arte (Agenda Brindisi 15 marzo 2024)

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