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Zona Franca: da Capitale d’Italia a capitale del gas? Seguendo il «GF»

Brindisi capitale di che? – probabilmente siamo vittime di una particolarissima sindrome, quella di voler (o dover) essere (o divenire) «capitale di qualcosa». Forse tutto deriva dall’essere stati, in modo del tutto fugace (mai termine fu più appropiato) e casuale, capitale d’Italia appunto per un brevissimo periodo, giusto un paio di mesi, accogliendo un Re fuggiasco che con la sua corte si rifugiò a Brindisi, abbandonando la Capitale, quella vera. Evento, che invece di essere confinato nei meandri della memoria come accadimento storico accidentale e residuale, addirittura ha impegnato il Parlamento italiano affinché Brindisi potesse fregiarsi del titolo «Città già Capitale d’Italia». Come se mancassero motivi ben più impegnativi per richiedere l’attenzione del Parlamento alla nostra città. Ma tant’è! Quindi, oltre questo «incidente» storico siamo stati anche capitale della chimica ospitando uno dei più grandi stabilimenti petrochimici che ha cambiato (realmente) la storia di questa città facendoci perdere la vecchia identità agricola senza riuscire a farne assumere una nuova, nel caso specifico industriale. Siamo stati anche capitale del contrabbando – che ha influenzato buona parte dell’economia del territorio – tanto da farci una notevole e brutta fama come Marlboro City. Siccome siamo bravi a non farci mancare nulla, per un lungo periodo Brindisi ha rivestito il ruolo di capitale del carbone, combustibile fossile che ha inquinato molto l’ambiente e non poco le coscienze. Quando l’Enel ha deciso di uscire dall’era del carbone lo ha fatto annunciando che era ora che Brindisi divenisse capitale del gas, ma a stretto giro ecco subito un’altra idea: quella della produzione di idrogeno che, inevitabilmente, fa avanzare a qualcuno, con tanto di titolo sui giornali, l’ennesimo «prestigioso» titolo di «capitale dell’idrogeno».
Sinora, di certo, siamo stati capitale degli interessi altrui. Sarebbe ora di smetterla con questa manfrina. L’unico titolo che meriteremmo è l’essere capitale dell’accoglienza, della generosità (di cui qualcuno approfitta). Lo siamo stati nel marzo del 1991 (fra poco sarà il trentennale) quando fummo una sponda sicura per l’esodo albanese e qualche decennio prima accogliendo migliaia di profughi serbi, evento ricordato da una epigrafe marmorea sul lungomare sulla quale è scritto «Dal dicembre MCMXV al febbraio MCMXVI le navi d’Italia con cinquecento ottantaquattro crociere protesero l’esodo dell’esercito serbo e con duecentodue viaggi trassero in salvo centoquindicimila dei centottantacinquemila profughi che dalla opposta sponda tendevano la mano». Ecco, accontentiamoci di essere la capitale dell’accoglienza. E siamone fieri!
Il diversivo, l’impegno, gli ascolti – I dati Auditel relativi agli ascolti televisivi di lunedì 4 gennaio, in prima serata, offrono un elemento sul quale sarebbe opportuno, se non obbligatorio, riflettere non poco e dovrebbe farlo soprattutto chi ci governa. Un inciso, il lunedì va in onda su Raitre la trasmissione «Report», tanto famosa per le sue inchieste quanto detestata dai «manovratori» e, per questo, vive continuamente il rischio d’essere chiusa. L’ultima puntata era stata annunciata come speciale, diversa dal solito, dedicata interamente a un tema: la mafia, le stragi, la trattativa stato-mafia.
Bene (si fa per dire), quello stesso lunedì nel palinsesto delle varie reti erano previsti film noti ma più volte trasmessi e il talk show politico «Quarta Repubblica», su Canale 5 il reality show più famoso d’Italia «Grande fratello VIP». Gli ascolti riscontrati da Auditel quel lunedì sono degni di nota soprattutto per quello che riguarda le due trasmissioni principali (per ovvi e diversi motivi) su Canale 5 e su Raitre. La prima, il «Grande fratello VIP», ha tenuto incollati allo schermo 3.491.000 spettatori, per uno share complessivo del 19.6%, la seconda «Report» 2.957.000 spettatori, equivalente all’11.5% di share.
Esaminare con attenzione questi dati è necessario, direi quasi un doveroso ricorso a una forma di autodifesa o di autoconservazione della specie. Preciso, non ho mai visto il GF se non per i brevi tratti di tempo dovuti ad un compulsivo e frenetico passaggio da un canale all’altro. Quegli istanti, assieme ad altre notizie, sono stati sufficienti per farmi un’idea di ciò che esprime quel genere di programma, definito dalla critica come trash, figlio di quella televisione «spazzatura» che ha provocato (e ancora lo fa) una metamorfosi nei telespettatori. Quanto la televisione commerciale abbia contribuito ad influenzare usi e costumi degli italiani ormai è indiscutibilmente provato da analisi scientificamente attendibili che studiano l’influenza di quei «modelli culturali» sull’opinione pubblica. Rimane la domanda: come può un reality show stracciare, in tema di ascolti, trasmissioni che affrontano temi scottanti e seri che riguardano la vita di tutti noi? E’ normale ed è ciò che ci meritiamo o siamo vittime di una manipolazione?
E’ dimostrato che poca istruzione e dosi massicce di video sono le basi per plasmare la parte grande della piramide sociale, che evidentemente a qualcuno fa comodo sia «suddita» e ignorante.

Giorgio Sciarra (Rubrica ZONA FRANCA – Agenda Brindisi – 8 gennaio 2021)

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