Sergio PizziAutore: Calcio Sport

Calcio: il punto sul Brindisi e sulla serie «D» col presidente Vangone

La serie D è ormai fermo da due mesi e mezzo causa Covid-19. Il 3 maggio si sarebbe dovuta disputare la 34esima e ultima giornata e in quell’occasione avremmo saputo chi tra le maggiori candidate (Bitonto, Foggia, Sorrento e Cerignola) sarebbe stata promossa direttamente in serie C e chi avrebbe disputato i play off. Stessa cosa per ciò che riguarda la zona play out. Il Brindisi, che abbiamo lasciato in zona «sabbie mobili», avrebbe concluso il campionato in trasferta con il derby di Fasano. La squadra del presidente Vangone in quel periodo attraversava un buon momento di grazia e con l’innesto a centrocampo di Matteo Montinaro, sembrava avesse trovato la quadra. Tornando alla sospensione dei campionati, mentre la Federcalcio ha espresso la volontà di riavviare e completare i campionati professionistici di serie A-B-C – fissando la definitiva chiusura per il 20 agosto -, i campionati dilettantistici si interrompono definitivamente.
La LND (Lega Nazionale Dilettanti) si riunirà il 22 maggio e in quell’occasione il Consiglio Direttivo dovrà tracciare le linee guida sui verdetti finali. Resta fissato per il 30 giugno il termine per la conclusione dell’attuale stagione sportiva.
La scelta è stata dolorosa, ma inevitabile. Infatti, sottoporre le squadre dilettantistiche a tutti gli obblighi prescritti dalla Figc, sarebbe stato assai complicato. Dalla serie D in giù sono innumerevoli gli interrogativi che animano club, tesserati e tifosi, letteralmente sospesi tra presente e futuro (quale prezzo dovrà pagare il sistema dilettantistico per l’emergenza sanitaria Coronavirus?).

Il presidente del Brindisi ingegner Umberto Vangone


Su questo scottante argomento si è espresso il presidente del Brindisi, ingegnere Umberto Vangone, rispondendo alle nostre domande.
Quali ripercussioni crede stiano avendo le società di serie D riguardo questa grave emergenza? – La maggior parte dei presidenti di serie D è in grande difficoltà. Secondo la stima di alcuni esperti, circa il 30% dei club dilettantistici rischia il collasso. Un esercito di squadre potrebbe sparire.
Come pensate si possa uscire da questa situazione? – Le autorità governative sportive devono sostenere il nostro esercito, che ha un ruolo non solo sportivo ma anche sociale. Infatti, una delle prescrizioni è quella di giocare a porte chiuse e si sa che in questi campionati, più che in altri, oltre ai sacrifici economici dei soci, si sopravvive grazie agli incassi e agli sponsor, che mancheranno chissà per quanto tempo ancora.
Come vive questa situazione da presidente? – La crisi è drammatica e colpisce i presidenti due volte: nelle loro aziende e, di conseguenza, nelle squadre di calcio che guidano. Bisogna considerare che le tante società già in difficoltà adesso non hanno più entrate e molte di loro rischiano il default. Non sappiamo quante società resisteranno.
Quali sono le problematiche da affrontare? – Il virus ha creato problematiche che hanno messo in ginocchio tutto il comparto sportivo in genere, ma nei campionati dilettantistici ancora di più, in quanto la maggior parte dei presidenti, essendo imprenditori, hanno dovuto pensare alle proprie aziende, anch’esse ferme, trascurando giocatori e tutto ciò che gira nell’azienda calcio.
Come giudica il protocollo richiesto dalla FIGC? – Il protocollo sarebbe stato inattuabile! Con gli stadi a porte chiuse non ci sarebbe stata la possibilità di salvare il bilancio. Purtroppo si dovrà riorganizzare tutto per gradi a partire dalle proprie aziende, per tornare poi ad investire nel calcio.
Quale pensa sia la migliore soluzione da prendere per il campionato che è stato interrotto? – Sarei favorevole alla cristallizzazione della graduatoria con la promozione in serie C della prima in classifica, successivamente se le seconde classificate avranno forza economica, si affideranno al ripescaggio. Il calcio viene dato come sport ad alto rischio contagio, ed è difficile pensare ad un protocollo Light per la ripartenza. Non dobbiamo più preoccuparci di come chiudere oggi, ma pensare a come ripartire domani.
Sergio Pizzi

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