Gabriele D'Amelj MelodiaAutore: IN EVIDENZA L'angolo della cultura Rubriche

Insulti di ieri … insulti di oggi

E’ bene iniziare con lo smantellamento di tre luoghi comuni: 1) Gli insulti, espressi in forma di turpiloquio, sono sempre esistiti e, nell’antichità, venivano portati con un linguaggio osceno ben più greve di quello odierno. 2) E’ impreciso definire «volgari » espressioni che sono state coniate sempre dalla classe colta per poi essere adottate dal popolo. 3) Attenzione a censurare il linguaggio sboccato, inclusa l’esecrabile bestemmia, perché esso ha anche una funzione catartica, liberatoria, apotropaica e sociale. Ne sono convinti fior di intellettuali, da Jonathan Swift, che riteneva terapeutico l’uso delle imprecazioni, a Herbert Marcuse, convinto sostenitore della valenza politica del turpiloquio. Oggi, sui social, ci imbattiamo in nugoli di improperi, ma i greci e i romani antichi non erano da meno: «Maledetto schifoso! Disgustoso, svergognato, gran fetente!» (Aristofane); «Vezio fetente, con la tua lingua potresti leccare culi e ciabatte di cuoio grezzo» (Catullo); «Schifoso ruffiano, letame, sporcaccione, depravato!» (Plauto). La parolaccia è usata, a fin di bene, anche nei testi religiosi. Ugolino Brunforte, l’autore de «I Fioretti di S. Francesco», al cap. XXIX, fa dire a frate Ruffino, che vuol scacciare il demonio tentatore «Apri la bocca che vi ci caco». Del resto nel Medio Evo l’utilizzo disinvolto di termini scurrili è presente in vari testi, dal «Decameron» alla «Commedia», e nei fabliaux investigati da Alessandro Barbero nel libro «La voglia dei cazzi». Intorno al 1620, il cavalier G. B. Basile compone il noto «Cunto de li cunti», scritto in dialetto campano, nel quale si trova la favola «La gatta Cenerentola» che contiene la famosa «scena delle ingiurie» in cui tre popolane se ne dicono di tutti i colori manco fossero su Facebook … «Vaiassa!», «Scampolo d’allesse!», «Janara!», «Pirpipetola!», «Pisciapettola!», «Cacatrònole!», ecc. Quasi un secolo prima, in Francia, Francois Rabelais, aveva dato sfoggio di gran talento e fantasia nel  dotare di storielle, gag comiche e neologismi bislacchi il suo «Gargantua e Pantagruele». Le chilometriche liste contenute nel testo sono leggendarie. Il cap. XXVI si apre con l’elenco fiume di attribuzioni riservate ad un connard (coglione). Panurgo, rivolgendosi a fra Gianni, gli spara in apnea una sfilza di ben 153 epiteti che partono dal «coglion vezzoso» per chiudersi con «coglione culettante». Con le giaculatorie di offese i francesi ci sanno fare. Prendiamo ora il fantasmagorico «I fiori blu» di Raymond Quenau, e apriamolo a pagina 16. Urla la plebe al pusillanime Duca d’Auge che rifiuta d’andare alla Crociata «Ah schifezza, villan rigonfiato, cagone lardellato, lurida checca, malarogna, battifiacca, fottuto lavativo, crasso poltroniere, orrido codardo!». Molto ridondante, almeno rispetto alla cruda essenzialità dell’ultimo esempio di parolaccia-invettiva che voglio proporvi, quella dello  statunitense Jerry Robin il quale, nel  pamphlet «Do it!» (1970), tesse l’elogio della parola «fuck» scrivendola per 358 volte di seguito e in maiuscolo. Mah, direi meglio il prolungato soffio labiodentale del nostro «Vaffanculo!».                                                   

Gabriele D’Amelj Melodia

(Fonte foto: l’angolo della psicologia)

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