Autore: Calcio IN EVIDENZA Sport

La storia del professor Rodolfo Conte, da calciatore ad allenatore

Uno dei personaggi che hanno dato lustro alla città di Brindisi, in particolare nel calcio, è stato senza dubbio Rodolfo Conte. Professore di educazione fisica in pensione dal 2010, sposato con la signora Maria Protino, padre di tre figlie, Marialiliana (detta Chicca), Francesca e Chiara, nonno di sei nipoti.  Conte è stato un ottimo calciatore nonché un allenatore bravo e vincente. Restio a mettersi in mostra, dopo nostra insistenza ha accettato di rispondere ad alcune domande. E’ stato un piacevole incontro nel corso del quale, una volta liberatosi dalla sua nota riservatezza è stato un “fiume in piena”. La sua storia calcistica è ricca di esaltanti vittorie e aneddoti, che per elencarli tutti nei particolari non basterebbe un libro. Cercheremo attraverso le sue risposte, in estrema sintesi, di dare un’idea del suo trascorso sportivo.
Dove ha tirato i primi calci?
Come molti brindisini ho incominciato a giocare nel complesso dei Salesiani, dove prima però era obbligatorio partecipare alla messa. La squadra in cui giocavo era fortissima, i più bravi erano Gianni Semeraro, Nando Caloro, Ronzino Pennetta, Gianni Sabatini, Adriano Sclafani e altri di cui mi sfuggono i nomi. In quel periodo giochicchiavo anche con la Folgore del professore Oddo. Antonio Capogrosso, divenuto in seguito nostro presidente, frequentava i Salesiani e vedendo il potenziale di tutti noi ragazzini decise di iscrivere la squadra nel settore giovanile della FIGC, col nome di Stella Azzurra. Dopo aver fatto esperienza il primo anno, l’anno successivo siamo diventati imbattibili.
Quindi era una giovane promessa?
Me la cavavo. Fui notato da un dirigente del Brindisi che mi portò nel settore giovanile. Erano gli inizi degli anni 60, il presidente era Franco Carletti, la sede era nei pressi di piazza mercato al centro. Col Brindisi ho fatto tutta la trafila del settore giovanile, giocando anche nella Berretti. Molto presto fui inserito nel giro della prima squadra, l’allenatore era l’argentino Landolfi. Ricordo che il ritiro lo facevamo nel parco della ex Babylandia.
Qual era il suo ruolo?
Centrocampista. Ero un regista alla Rivera. Le mie caratteristiche erano quelle di avere buona visione di gioco e fare lanci lunghi e precisi. Prediligevo fare i dribbling e i tunnel. Quest’ultima  peculiarità mi ha creato più di un problema con quei giocatori che si sentivano derisi.
Ricorda un episodio?
Sì! Di quel Brindisi facevano parte Trevisan, Pierdiluca, Sandrigo e Rizzo, che erano palesemente innamorati del mio modo di giocare. Mi diedero l’appellativo di “Rivera”. Di quella squadra faceva parte anche Mario Brugnerotto, per il suo aspetto e per i capelli biondi, chiamato da tutti “il tedesco”. Al primo allenamento tra prima squadra e Berretti, gli feci un tunnel. Si arrabbio tanto e mi prese a mali parole. In seguito, per punirmi  dello sgarbo ricevuto, quando gli capitai a tiro, mi diede una così detta “carcagnata”. Successivamente il destino ha voluto che diventassimo colleghi (allenatori); ho avuto anche il piacere di allenarlo. Era un giocatore serio e nel suo ruolo molto forte.
Chi era il suo idolo?
Scimmiottavo Omar Sivori. I tunnel li ho visti fare a lui.
Qual è stato secondo lei il giocatore italiano più forte?
Baggio. Per me il vero fuoriclasse italiano.

A che età ed in quale occasione ha debuttato in prima squadra? Il mio debutto in prima squadra lo feci a 15 anni. Per la cessione di Trevisan al Bari era prevista un’amichevole pre campionato. Io entrai nel secondo tempo.
Ha avuto l’occasione per fare il grande salto?
Feci un provino con la Lazio che andò bene. Dopo la partitella di prova, mi volevano subito tesserare. Feci qualche allenamento. Improvvisamente morì mio padre e decisi di rimanere vicino a mia madre. Mio padre era un uomo molto buono e speciale. Faceva parte del corpo della polizia stradale, era un motociclista meccanico. Nel suo lavoro era rinomato a livello nazionale. La sua scomparsa lasciò un vuoto incolmabile e sconvolse tutta la famiglia.
Oltre al calcio cosa faceva?
Studiavo. Frequentavo l’ultimo anno dello scientifico. Ero molto bravo in matematica, più bravo di me c’era solo Gianluigi Migliaccio. Dopo la morte di mio padre fui chiamato dal comandante della polizia stradale di Brindisi che mi diete l’opportunità di entrare nella Montecatini.  Mia madre non volle perché voleva che completassi gli studi. A sostenerci ci pensò lei, era una brava sarta.
Com’è proseguito il suo percorso calcistico?
Rimasto a Brindisi fui chiamato da mister Raffaele Pierini che mi convinse a giocare a Mesagne, dove ritrovai alcuni amici: D’accico, Capozziello, Leo e Rizzo. Col Mesagne rimasi due anni.
Successivamente?
Dopo incominciò il mio girovagare tra la provincia di Brindisi e Lecce. Giocai a San Pietro Vernotico e poi a Squinzano, il luogo e la società dove mi sono trovato meglio di tutti. Arrivai alla soglia della Serie C. Avevamo un attaccante molto forte, il brindisino Ermanno. In quel periodo feci un provino insieme ad altri ragazzi brindisini (tra i quali Roberto Prudentino) per il Lecce che militava in Serie C. L’allenatore era Seghedoni. Anche se poteva essere una buona occasione, preferii accettare la richiesta che nel frattempo mi arrivò dal Galatina, che militava in Serie D, dove avevo più chance di giocare titolare. A Galatina trovai degli anziani che giocavano da tempo in quella squadra. Uno di loro, preoccupato di perdere il posto da titolare, mi volle intimorire, ma l’allenatore Onofrio Fusco prese le mie difese.
Come fu la sua esperienza a Galatina?
Più che positiva. E’ li che ho avuto il mio exploit facendo parte di tutte le rappresentative di categoria. Partecipammo al torneo Zanetti che vincemmo. Nel frattempo avevo incominciato a lavorare come insegnante di Educazione Fisica, presso le scuole medie Rubini e Mameli.
Dopo Galatina?
Fui richiesto dal Fasano in Serie D. Lì trovai Longo, Brugnerotto, Cesi e Squicciarini. Presidente era Carparelli. Durante la preparazione mi feci un brutto infortunio agli adduttori. Non avevo ancora firmato il contratto e me ne tornai a casa. Rimasi fermo per circa sei mesi, per poi tornare a giocare per altri due anni a Squinzano.
Quando si è sposato?
Nel 1975. Mia moglie mi fece promettere che non avrei più giocato, ma durante il viaggio di nozze ebbi la chiamata dal presidente del Carovigno Filomena, che mi propose di allenare la sua squadra. Chiaramente questa proposta mi fece litigare con mia moglie, alla quale avevo promesso che avrei lasciato il calcio. A Carovigno avrei dovuto fare l’allenatore e calciatore. La situazione non mi piaceva e dopo la preparazione atletica decisi di andarmene.

Quindi iniziò la carriera di allenatore?
Sì, ma ricevevo ancora proposte promiscue, ossia a metà strada tra allenatore e calciatore. Poco dopo aver interrotto il rapporto col Carovigno, andai a Francavilla, ancora una volta in qualità di allenatore e calciatore. L’esperienza durò poco in quanto, essendo ancora tesserato col Carovigno come calciatore, fui squalificato.
Quindi i suoi inizi furono un po’ turbolenti?
Abbastanza!
Dove ha smesso di giocare?
Sempre in quel periodo, verso la fine del campionato, andai a giocare a Latiano dove chiusi la carriera di calciatore.
Quando ha incominciato ad allenare la Gioventù Brindisi?
Prima incominciai a fare l’allenatore nel Brindisi come vice di Chiricallo. Nello stesso periodo mi proposero di allenare la Gioventù Brindisi, che militava in Prima Categoria. L’ho potuto fare col ruolo di dirigente in quanto ero già tesserato col Brindisi. Praticamente iniziai ad allenarlo durante il girone di ritorno. L’anno dopo mi tesserai ufficialmente come allenatore per loro.
Chi era il presidente della Gioventù?
Il presidente era Cosimino Branca: lui e sua moglie, la signora Vittoria, erano persone favolose e disponibili. Furono capaci di creare un ambiente familiare. Con loro ebbi subito un bel rapporto. Non mi hanno fatto mai mancare il loro importante supporto.  

Quale modulo di gioco utilizzava?
Nessuno in particolare, mi sono ispirato al calcio totale dell’Olanda di Johan Cruijff. Seguivo e studiavo il calcio olandese, ma per poterlo attuare dovevo avere la totale disponibilità dei giocatori a mia disposizione. 
Come l’attuava?
Avevo a disposizione dei ragazzi forti ed intelligenti. Interpreti ideali per quel tipo di gioco. Era un gruppo fantastico. I giocatori avevano una grande stima di me, e mi risultava facile trasmettere loro il mio credo calcistico. Ovunque andavamo e con chiunque giocavamo ricevevamo complimenti.  
Con la Gioventù cosa ha vinto?
Disputammo il campionato di Prima Categoria vincendolo. L’anno dopo vincemmo quello di Promozione e facemmo la finale regionale di categoria vincendola. Fummo promossi in serie D (all’epoca non c’era il campionato di Eccellenza). In Serie D disputammo un buon campionato che ci servì come esperienza per l’anno successivo. La squadra oramai giocava a memoria. La svolta personale e della Gioventù fu quando Mimmo Fanuzzi (divenuto nel frattempo presidente) decise di tesserare tanti giocatori professionisti, escludendo quei brindisini che avevano tanto contribuito a vincere i campionati. All’inizio del secondo campionato di Serie D, mi dimisi. In quel periodo la Gioventù Brindisi era divenuto un fenomeno nazionale (in pochi anni, dai dilettanti del campionato di Terza Categoria, arrivò al professionismo in Serie C2).

Ricorda i ragazzi che hanno contribuito alle vittorie dei campionati?
Certamente! De Maria, Guadalupi, Sabbatelli, Angiulli, Marangio, Carbonella, Donnicola, Ermanno, Vasile, Lombardi, Esposito, Mastrogiacomo, Zaccaria, Miccoli. In seguito si aggiunsero Arsenio, Stabile e Longo. Mi scuso se ho dimenticato qualcuno.
Lei ha accennato ad una svolta personale e della Gioventù. In che senso?
La Gioventù vinse il campionato di Serie D e dopo aver disputato un campionato di Serie C2, gradualmente ebbe una fase discendente e scomparve. Mentre io incominciai a girovagare affermandomi come allenatore.
In quale città andò ad allenare?
Andai a Maglie in Serie D e con me si trasferirono Carbonella, Longo e Angiulli. Sfiorammo per due anni consecutivi la promozione in Serie C. Le dico una curiosità: tra i pulcini del Maglie giocava Raffaele Fitto, l’attuale ministro del governo di Giorgia Meloni.
Finita l’esperienza Maglie, dove si trasferì?
A Mesagne. Dopo un avvio poco felice mi esonerarono. Nel frattempo la squadra navigava in brutte acque e fui richiamato. Gradualmente riuscii a portare la squadra dai bassi fondi della classifica al secondo posto.
Ha mai fatto un’esperienza che avrebbe preferito non fare?
Sì a Manfredonia con presidente D’Amico. Con lui avevo stabilito un programma e degli accordi economici, ma a sorpresa tutto saltò. Eravamo all’apice della classifica e sembrava che tutto andasse nel verso giusto, quando all’improvviso il presidente, suo malgrado, fu coinvolto in una frode che ebbe una risonanza a livello nazionale. La squadra in seguito fu gestita dal sindaco. Brutta storia.
Dopo questa brutta esperienza dove ha allenato?
Sono andato a Trani, sempre in serie D. Col presidente Paolo Abruzzese avevo un accordo economico importante, se avessi vinto il campionato entro tre anni. Lo vinsi al primo anno e fummo promossi in serie C. Quell’anno vinsi anche lo scudetto nazionale di categoria. Era la stagione sportiva 1987/88.Partecipavano le 12 formazioni vincitrici dei rispettivi gironi di Serie D. A Trani rimasi per tre anni ottenendo ottimi risultati.
Dopo Trani dove ha allenato?
In seguito mi trasferii a Molfetta sempre in serie C. Anche li disputai un altro buon campionato.
Se non erro fu contattato dal Catanzaro.
Sì. Fui contattato dal presidente Giuseppe Albano del Catanzaro. Venne personalmente a Brindisi, con la sua guardia del corpo, per convincermi ad accettare. Dopo aver trovato un accordo, qualche giorno dopo partii e andai in Calabria. Avevo un appuntamento con lui a Catanzaro. Durante l’incontro incominciò a cambiare alcune postille sull’accordo precedentemente stabilito. La situazione non mi piacque e decisi di tornarmene a casa.
Con quale società ha smesso di allenare?
Dopo l’episodio di Catanzaro avevo deciso di smettere. Mi chiamarono a Mesagne, ci andai, ma mentalmente avevo deciso di smettere. Feci una breve esperienza e chiusi definitivamente.

Ha avuto occasione di rincontrare i suoi compagni dei tempi andati?
In più occasioni ed è sempre una festa. E’ bello ricordare insieme alcuni eventi vissuti insieme. Purtroppo strada facendo ho perso molti miei compagni. L’ultimo in ordine di tempo è stato Roberto Prudentino. Come precedentemente detto, insieme a Roberto andammo a Lecce per un provino. Ricordo che era molto bravo. Nel 1961 ad un concorso nazionale denominato NAGC (Nucleo Addestramento Giovani Calciatori), organizzato e realizzato a Converciano, sui tanti talenti partecipanti si classificò nei primi tre posti. Era definito da tutti gli addetti ai lavori: “una sicura promessa”. Purtroppo a compromettere il suo futuro calcistico è stata la sua salute. Da qualche giorno non è più tra noi e di questo ne sono molto dispiaciuto.
Adesso come vive il suo tempo libero?
Il tempo degli impegni calcistici è oramai lontano. Le mie giornate le dedico alla famiglia, ai miei nipoti, al mio cane ed ai miei hobby.

Intervista a cura di Sergio Pizzi

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