Valeria GiannoneAutore: Allegro ma non troppo Rubriche

L’immunità di Stato per il gregge

Gramsci odiava gli indifferenti, in un pezzo ormai abusato, scriveva di odiare coloro che per inerzia e passività lasciano salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Ne abbiamo avuto dimostrazione in questo periodo di emergenza: gli scempi che la cattiva politica può compiere sulla società, anzi nel nostro caso sulle vite umane. Parliamo della regione più colpita d’Italia, per esempio, i cui governanti con i loro comportamenti scellerati hanno fatto del «Modello Lombardia» il peggiore disastro sanitario del pianeta. E fin qui, se non avessimo impressa l’immagine di una fila di autocarri che trasportano bare, forse si potrebbe chiosare niente di nuovo.

Il «nuovo» se così si può dire è che la politica delle emergenze – in cui tutto era giustificato e tutto concesso e nessuno spazio alle critiche per «non disturbare il manovratore» – si è radicalizzata nel sistema e non è riuscita a compiere il passaggio qualitativo a politica dell’immunità. A meno che per immunità non si intenda quella penale, morale e politica per i manovratori, appunto. Roberto Esposito, docente della Scuola Normale Superiore di Pisa autore di numerosi testi di filosofia politica, in un incontro online della Fondazione Gramsci, ha presentato il suo ultimo lavoro Immunitas. Protezione e negazione della vita. Il filosofo traccia un interessante confronto con il termine comunità entrambi derivanti da munus, «dono» tra gli altri significati. Quindi scambio, obbligo all’aiuto reciproco nel caso di Communitas ed esenzione da quest’obbligo, per esigenze di autoprotezione, nella parola Immunitas. Ebbene, per l’autore, è lo Stato il principale dispositivo immunitario, che deve garantire la vita e la protezione dell’individuo. Oggi invece assistiamo all’inversione dei paradigmi. Il governo si è autoimmunizzato dalle critiche e ha spostato l’asse dei comportamenti immunitari sui governati. E quindi, siamo no« i cittadini sconsiderati e negligenti se non adottiamo le precauzioni previste. Siamo sempre noi, che ci sentiamo autorizzati a mettere alla berlina le foto decontestualizzate di altri sconsiderati, in un clima delatorio pericolosissimo. È colpa nostra se circoliamo sui Navigli a Milano o se a Torino ci si ritrova in strada per lo spettacolo aereo delle Frecce Tricolori.

L’onere del contenimento del virus, e di conseguenza la responsabilità della sua diffusione sono totalmente delegati ai comportamenti dei singoli. E ogni piccola mancanza, vera o presunta, alimenta zuffe, ritorsioni, delazioni, condanne. Siamo diventati i censori di noi stessi, sollevando le Istituzioni da ogni onere, che agiscono secondo il vecchio precetto del divide et impera. Prendiamo, ad esempio, il progetto degli «assistenti civici» cosa altro è se non la istituzione di sorveglianti di regime, reclutati dalla stessa base che si deve sorvegliare. Ora, la definizione modificata in corsa, che li vede non più adibiti a funzioni di controllo ma di pubblica utilità, non vorrei fosse solo un accorgimento semantico. Il parlamentare Riccardo Ricciardi, che in aula ha osato sollevare il tappeto per mostrare la polvere delle pratiche lombarde, ha dovuto balbettare quasi un mea culpa, negli studi di un Mentana ormai in metamorfosi. In pieno TG, il giornalista l’ha apostrofato come si fa con un bambino che ha appena compiuto una marachella: «Ma che mi combina?». Ha solo denunciato un governo assente che non crea l’impalcatura necessaria per rendere premianti e virtuosi i comportamenti individuali. Perché ognuno deve fare il suo, naturalmente, ma ognuno deve avere alle spalle una macchina statale organizzata e funzionante. Concedetemi dunque, in chiusura, un plauso al sindaco Riccardo Rossi, che da governante responsabile ha disposto con un’ordinanza impopolare e antieconomica la chiusura dell’impianto Eni-Versalis: troppo inquinante, la motivazione. O, forse, poteva chiedere ai suoi concittadini di non respirare?

Valeria Giannone

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