Gabriele D'Amelj MelodiaAutore: IN EVIDENZA L'angolo della cultura Rubriche

Quel capo di alto prestigio …

No, il titolo non si riferisce al Capo dello Stato o di Governo. Qui voglio parlarvi del capo di abbigliamento principe del guardaroba di ogni tempo: il cappotto. Nato tre secoli fa col nome di finanziaria, stiffelius o redingote, negli anni ha acquisito una serie di altri nomi, molti dei quali passati alla storia, come nel caso del palamidone di Giolitti o del paletot del gran Corso. «E cos’è, il paltò di Napoleone!», sbotta Felice Sciosciammocca quando don Pasquale azzarda una lista infinita di cibarie da comprare con il danaro che l’amico riceverà dal Banco in cambio del pegno di un cappotto («Miseria e nobiltà», E. Scarpetta).
Confezionati in varie fogge, dal pastrano al classico, dal loden al montgomery, sia lunghi (maxi), che medi o corti (mini), i capispalla sono stati sempre amati da uomini e donne: la memoria va al vecchio cappotto di Proust, il suo preferito, tuttora esposto al Museo Carnavalet di Parigi, ai cappotti con alamari di D’Annunzio, al mitico cappottone del poeta Vincenzo Cardarelli, il quale, malaticcio e ipocondriaco, lo portava anche d’estate, suscitando la tagliente ironia di quell’impunito di Ennio Flaiano, che lo definiva «Il più grande poeta morente d’Italia». E, ancora, i leggendari cappotti di cammello dell’avvocato Agnelli e di Vittorio Gassman, il cappottino a spina di pesce del dandy Alberto Arbasino e il paltoncino nero indossato sul palco del «Verdi» da Baglioni …
Nel cinema questo capo prende una valenza iconica tutta particolare. Come non ricordare il cappotto arancione indossato da Audrey Hepburn in «Colazione da Tiffany» o il lungo cappotto verde di Monica Vitti in «Deserto rosso?» e lo spigato siberiano di Fantozzi? In letteratura, a mo’ di esempi, possiamo citare «il cappottino nero che portava la sera» Cecilia, la protagonista della «Noia» moraviana, e il lussuoso capo dagli ampi revers di pelliccia regalo della vedova Lenormand a Piero, il protagonista del romanzo di Chiara «Il cappotto d’astrakan», 1978, alter ego dello scrittore di Luino. Non può mancare, infine, la segnalazione del cappotto più importante della letteratura mondiale, quello che nel racconto «Il cappotto» di Nicolaj Gogol, il travet Akakij Akakievic, con grandi sacrifici, si fa confezionare dal sarto Petrovic per guadagnare un po’ di rispetto da parte di colleghi e superiori. Purtroppo il prezioso capo gli verrà rubato, egli morirà di freddo, ma, colpo di scena, rivivrà da fantasma con la missione di rubare tutti i cappotti dei signori di Pietroburgo … Il furto, vero o presunto, di un capo essenziale come il cappotto, è sempre un trauma, nella Russia di metà ‘800 come nell’Italia di oggi. La tragicomica vicenda che ha visto protagonista la gogoliana senatrice Cinzia Leone e il suo bel cappotto (di Luisa Spagnoli) sparito e poi riapparso, ci insegna che la vita è sempre una commedia scritta da un sadico.
Gabriele D’Amelj Melodia

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