Andrea LezziAutore: Rubriche Vista da Roma

Infrastrutture: da Genova un esempio per l’Italia

Rubrica Vista da Roma

Dopo l’emergenza non si tratterà solo di capire che Paese saremo, si tratterà piuttosto di pretendere – anche da noi stessi – un cambiamento, di ambire a diventare un Paese diverso, di decidere che Italia vogliamo. Può apparire un discorso astratto, e francamente in questa fase non se ne sentirebbe il bisogno. Al contrario, questo momento difficile può e deve rappresentare un vero e proprio stimolo a pretendere di più da noi, dalla società, dalla politica, a crescere come popolo e come nazione.
Alcuni segnali potrebbero arrivare da Genova. In questi giorni, complice anche la copertura totale sugli aggiornamenti del Coronavirus, è passato un po’ in sordina il mezzo miracolo avvenuto sulle rive del Polcevera. Lì, dove meno di due anni fa c’erano macerie e vittime (per le quali è in corso un processo), in soli 620 giorni si è praticamente ricostruito tutto. I lavori effettivi, dalla posa della prima pietra, sono durati meno di un anno e – se tutto procederà come deve – a luglio ci potrebbe essere l’apertura del nuovo ponte. Un vero e proprio miracolo, dunque, seppur a fronte di una dolorosa ferita che mai si potrà rimarginare.
Eppure c’è chi di miracolo non vuol sentire parlare. Renzo Piano, che ha lavorato al progetto della nuova struttura, ha voluto sottolineare un aspetto secondo me centrale, che tanto ha che fare col titolo di questo articolo. Non si tratta di un miracolo, ha detto l’architetto genovese, bensì della normalità: «Quando la gente è competente, le cose si fanno. E l’Italia è piena di persone competenti».

«Quando la gente è competente, le cose si fanno. E l’Italia è piena di persone competenti»


Se non è stato un miracolo, dunque, tante cose hanno funzionato. Ci sono state scelte difficili, come la rapida e dolorosa evacuazione dei residenti, ma i cittadini hanno collaborato. C’è stata la determinazione di chi doveva prendere decisioni, l’esperienza e la competenza di chi ha gestito, diretto e svolto i lavori. C’è stata una presenza continua e concreta dello Stato sul territorio.
Possiamo parlare di un esempio, quindi, di un modello di come può e dovrebbe lavorare il Paese. Non solo in emergenza, però. Le deroghe su alcuni aspetti burocratici – che spesso rendono elefantiache queste pratiche – possono essere seguite per altre urgenze nazionali. Allo stesso modo va evidenziata la straordinaria coordinazione tra gli attori coinvolti, con i diversi livelli amministrativi e istituzionali che hanno lavorato senza sosta e in sintonia. Abbiamo inoltre dimostrato che in questo Paese le infrastrutture di qualità si possono fare, in tempi rapidi e in sicurezza, se si coinvolgono i professionisti e se si creano tutte le condizioni necessarie. Cosa possiamo pretendere, dunque, per quella che possiamo chiamare la «fase tre»? Essenzialmente un Paese in grado di funzionare anche quando non deve rialzarsi dopo una grande tragedia. In questo siamo bravissimi, certo. Perfino i Mondiali li vinciamo quando usciamo da scandali e difficoltà.
Sarebbe invece ora di cambiar passo, di cercare quella eccezionale normalità così poco italiana, che si crea solo se ognuno fa la propria parte. «Che non si aspetti una tragedia per tirar fuori le cose migliori di questo Paese» diceva ancora Renzo Piano, «abbiamo competenze uniche è questo è il momento giusto per farle emergere».
Andrea Lezzi

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