In una Brindisi che respira pallacanestro da sempre, l’Invicta ha rappresentato un’epoca d’oro di passione pura, dove il senso di appartenenza contava più del budget. Le rimpatriate tra giocatori di basket e i loro allenatori rappresentano momenti emozionanti che celebrano la storia, l’amicizia e la nostalgia del gioco. Un esempio locale di grande impatto è stata la rimpatriata a tanti anni di distanza dei «ragazzi terribili dell’Invicta»: Italo Licchello, Pino Peluso, Tony De Iudicibus, Umberto Arnaldo, Tommy Vitali, Alfredo Scigliuzzo, Roberto Campana, Andrea Nicolau, Maurizio Pesari, Italo Brnardi, Ernesto Luisi, Walter Vesnaver, Vittorio Primaverili, Sergio Grvasi, Antonio Cristofaro, Francesco Orlandino e il loro coach Sergio Pizzi. L’elenco sarebbe stato molto più lungo se non fosse che tanti altri non risiedono a Brindisi o erano impegnati per motivi di lavoro. Ci sono partite che non finiscono al quarantesimo minuto. Ci sono fischi finali che, invece di sancire la fine di un gioco, danno inizio a un’attesa lunga decenni. Per i “ragazzi” dell’Invicta Brindisi, quella partita infinita ha trovato il suo canestro più bello, in un ristorante, dove il tempo sembra essersi fermato per lasciare spazio alle emozioni, ricordi, sfottò, sorrisi e risate.
Quando Sergio Pizzi ha incontrato parte dei suoi ex giocatori, visibilmente emozionato nel rivederli, ha incrociato gli sguardi di ognuno di loro e li ha abbracciati ad uno ad uno, in un lento momento solenne. Non era un abbraccio per una vittoria di una partita o di un campionato, ma il riconoscimento ad un intero gruppo di uomini che, prima di diventare professionisti, padri o nonni, sono stati i “suoi” ragazzi.
E’ stata una serata che ha permesso ad ognuno di loro di riabbracciare i propri ex compagni di squadra e di ricordare epiche partite vinte all’ultimo secondo. I capelli sono più bianchi, i movimenti meno agili di un tempo, ma negli occhi di ognuno brillava la stessa scintilla di quando si lottava per un rimbalzo offensivo.
L’Invicta non era solo una squadra di basket come tante altre, non era invincibile, ma aveva un proprio “marchio di fabbrica”, un modo originale di interpretare il basket, fatto di schemi semplici, spesso di difese miste, strani pressing, finte sotto canestro e lanci baseball, che la caratterizzavano e sorprendevano gli avversari.

Tra un piatto e l’altro, sono riaffiorati gli aneddoti: i momenti belli e quelli brutti, le strigliate negli spogliatoi che servivano a temprare il carattere, i viaggi con le auto per le trasferte, le liti con gli avversari, le discussioni con gli arbitri, le partite giocate in accoglienti palazzetti, ma anche in soffocanti tensostatici o all’aperto in mitiche palestre come la “Galiano”. Sono stati così tanti gli eventi da menzionare che non basterebbe un libro per raccontarli tutti.
Il momento più toccante della serata è arrivato quando c’è stato il taglio della torta sulla quale c’erano scritte due nomi che dicevano tantissimo: G.S. Invicta = Sergio Pizzi. E’ stato chiesto al coach di fare un discorso, che visibilmente emozionato non ha detto, ma che avrebbe voluto dire: “Vi guardo oggi e non vedo i punti che avete segnato o le partite che abbiamo vinto. Vedo gli uomini che siete diventati. Questa è la mia vittoria più grande, il mio trofeo più prezioso”.
Dopo le foto di rito, la serata si è conclusa con la promessa di non lasciar passare altri anni prima del prossimo “time-out”. Perché, come hanno dimostrato i ragazzi dell’Invicta e il loro Coach, la vera squadra è quella che, anche fuori dal campo, non smette mai di passarsi la palla. “Coach, ci vediamo al prossimo allenamento”, ha scherzato qualcuno uscendo. E per un attimo, sotto le luci dei lampioni di Brindisi, è sembrato davvero che il tempo non fosse mai passato.










