«Sempre caro mi fu quest’ermo colle …». Così il grande filosofo di Recanati che, per anacronistica classificazione gentiliana, si continua a studiare nei licei come “poeta” e non come gigante del pensiero, fecondo e poliedrico, capace di scrivere in prosa ed in versi, accennava ad elementi naturalistici dei luoghi della sua infanzia. Sappiamo tutti che era solo uno spunto, un pretesto per inoltrarsi in più profonde riflessioni.
Del proprio «natio borgo selvaggio» Giacomo Leopardi scriverà più diffusamente altrove e non sempre in maniera lusinghiera, perlustrando i contorti labirinti dove gli anelati sentieri di fuga dalla «gabbia» si intersecavano inestricabilmente con quelli della nostalgia.
Quanti amano ed odiano al contempo la propria terra, la propria città? Quanti sognano e magari realizzano la fuga verso altri lidi? E a quanti, tra coloro che realizzano la grande fuga, riescono a trovare ciò che cercano, innanzitutto sé stessi?
Solo i poeti o gli scrittori riescono a descriverlo con compiutezza. Tutti noi, semplicemente, ci immedesimiamo nelle loro parole e ci affidiamo alle loro riflessioni facendole nostre.
A questo punto, bisognerebbe fermarsi ed ascoltare il proprio kantiano tribunale interiore …
Sono trascorsi vent’anni dalla dipartita di un grande scrittore e poeta che con la sua terra ed in particolare la sua città, ha avuto un rapporto particolare e complesso. Pino Indini!
Se lo sentisse dire (o leggerlo, in questo caso) lo avremmo visto, lui di incarnato latteo e rosso di capelli, arrossire sino ad avvampare, oltre la coltre del toscano sempre acceso, quasi a difesa di sé, al di là della sua timidezza innocente da bambino maturo, magari invecchiato, ma sempre innocente ed inadeguato alle dimensioni di spazio e di tempo. Pino era infatti, al contempo, anacronistico ed utopico. Semplicemente era al di qua ed al di là delle comuni dimensioni materiali nelle quali, per volontà divina, ci troviamo immersi. La sua vena spirituale, affamata, incerta e costantemente viva, era costretta a trincerarsi dietro ai folti baffoni, al fumo del sigaro, agli spessi occhiali da sole, anche quando non era necessario indossarli, alla battuta salace, al rossore che imporporava il candido viso. Persino la maschera, sua geniale invenzione, di Coco Lafungia era un’altra trincea che Pino scavava tra sé, il vero sé, ed il resto del mondo.

La sua sensibilità autentica era contenuta, quasi fasciata, dalla sua cultura. Come i legni delle botti che contengono/mantengono i vini buoni che, vivi, continuano a maturare e a suggere dal legno aromi e fragranze. Già, il vino! Parlare di Pino senza affrontare il suo rapporto problematico con l’alcool sarebbe esercizio di ipocrisia da gesuita. Quasi beffarda la sorte che ti capita per essere nato in una città che dà il nome all’augurio che apre ogni convivialità: «Brindisi!».
Se fosse nato e vissuto qualche decina d’anni dopo, Pino forse sarebbe potuto cadere nella trappola che tanta bella gioventù ha falciato (e continua a falciare, sia pur in proporzioni ora più contenute).
Lui, vero beat, vissuto negli anni della Beat Generation, grazie a D.o, è vissuto in un’epoca antecedente, ma la ricerca di un altrove lo ha spesso (e dolorosamente) portato a cercare, nella bottiglia, quanto avrebbe potuto trovare diversamente. Ma, senza indossare i panni del moralista (lasciamoli ai preti che tiranneggiano sulla civilissima Persia, pardon, Iran) non possiamo non considerare che l’alcol più che un “vizio” può aver rappresentato una fragile zattera su mari in cui naufragare più “dolcemente” possibile.
Se Pino avesse avuto la possibilità di estrinsecarsi nei diletti studi di letteratura anziché, per ossequio alla tradizione borghese del tempo, seguire, dopo la maturità, la traccia familiare del suo buon padre, noto e stimatissimo medico. Se Pino fosse stato meno timido e si fosse opposto alla rigida «gabbia» di Leopardiana memoria che la sua famiglia immaginava per lui come un vestito di taglio sartoriale. Se … se …
La storia non si scrive con i «se». Anche la storia, nel senso letterale di historia, di ricerca, non si può riscrivere con i «se» e con i «ma».
Tuttavia non possiamo non pensare che – in diverse circostanze di tempo e di luogo – oggi avremmo, verosimilmente, celebrato un nostro Jack Kerouac spiaggiato sulle sponde messapiche!
Di una cosa Pino era sommamente ricco: era amato! Amato dai genitori che poi, forse, sono stati divorati dal rimorso di non aver immediatamente capito quale fosse la vera strada del figlio e amato, di una profondità per certi versi sconvolgente, dalla sua fedele compagna di sempre, la dolce Elvira! Fidanzata, compagna, moglie, sorella, complice ed amica sincera, spontanea e disinteressata. Nessun’altra donna avrebbe potuto prendere il posto di Elvira, neanche solo per un attimo e nessun’altra donna avrebbe potuto attrarre Pino.
Indimenticabili e belli nel loro rossore. Ogni loro immagine è pura poesia. Poesia ancora viva nei ricordi di quanti hanno voluto loro bene!
Un arcinoto scrittore, per citare quanto “passa il convento” della cultura mainstream, abile impiegato della Rai, divenuto osannato, citato e ossequiato lume tutelare delle arti nazionali è diventato famoso per certi suoi personaggi, soprattutto il Commissario Montalbano, ai quali ha attribuito una sorta di grammelot saccheggiando vari dialetti siculi ed offrendoli al pubblico come neologismi. Ma sempre misurati e – si direbbe – calibrati al di qua della pericolosa ed ipocrita soglia del “politically correct”.
I dialoghi di Coco Lafungia hanno, invece, la portata dirompente della veridicità linguistica. Non sono curate “invenzioni a tavolino”, ma la mera traslitterazione di parole, espressioni, frasi intere prese dal linguaggio volgare (lett.: del volgo, del popolo) e riportate per iscritto. Con un effetto autenticamente devastante ed esplosivo.
La successione delle battute nei dialoghi dei vari personaggi del composito universo ruotante attorno alle mitizzate e poco realistiche Sciabbiche ha la perfetta calibrature della scala musicale ben ideata e poi eseguita. La costruzione del fraseggio e della descrizione del contesto è indubbiamente frutto di interminabili sessioni di scrittura. L’effetto, a dir poco pirotecnico, non è affidato alla mera casualità ma viene da una saggia e profonda dimestichezza con la parola e la composizione. Non è abile e fortuita improvvisazione, ma studio serio. Serissimo.
Quale è il rapporto tra Pino e Brindisi?
Le sue ultime composizioni, che si possono ascoltare online, apparentemente cupe e pessimistiche ma – a ben vedere – declinate sul filo dell’invettiva tragica alla Cecco Angiolieri, hanno certamente in sé, più che i caratteri di un pessimismo privo di speranza, quel certo maturo disincanto che prende le persone che s’accorgono che il tempo, anche quello del quale non si sono mai voluti far coinvolgere, comincia a far sentire le avvisaglie del crepuscolo. Tuttavia, proprio nel suo ultimo grido – apparentemente «sopra le righe» – non siamo autorizzati a scorgere un tradimento o un cambio di passo, ma un ultimo, vero, sincero, atto d’amore. Per la «sua» città e per tutti noi.
Mimmo Pagliara
«Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna» (U. Foscolo).










