Valeria GiannoneAutore: Allegro ma non troppo Rubriche

Concerto dal vivo, il primo battito

Un concerto simbolo, che celebra la riapertura dei teatri, un luogo simbolo, Torino, prima capitale d’Italia, un artista simbolo, Massimo Quarta, violinista di fama internazionale, alfiere nel mondo del talento salentino. Il Maestro è avvezzo alle esperienze pionieristiche, lasciò la sua terra a quindici anni per onorare le sue doti musicali e da allora il mondo è diventato la sua casa e il Salento il suo rifugio incantato. Si esibisce a Torino, al Conservatorio Giuseppe Verdi, in duo con la pianista Stefania Redaelli.
Formuliamo la domanda di rito al violinista che tempo addietro si era fatto promotore del manifesto no streaming: Maestro, oggi lei incarna la rinascita del mondo culturale e musicale, che significato ha per lei questa serata? La risposta è arrivata prima dal palco.
Massimo Quarta, che ha calcato le scene dei più grandi teatri del mondo, nel presentare il suo concerto non ha nascosto la commozione. «Sono emozionato non di quella emozione da brrrr» ha spiegato mimando un brivido di paura: «Una sensazione diversa, che avevo dimenticato di provare, quel fremito che può dare suonare davanti a un pubblico». E quel fremito ha percorso tutta la sala, in un’ora e mezza di concerto che ha unito al rigore di una performance impeccabile, la potenza dell’uomo, che come una farfalla, preme con forza per aprire un varco nel bozzolo in cui si è rinchiuso il mondo.
«Stasera è successo, questa sera per me è stata davvero una rinascita, mi sentivo come un bambino con un nuovo giocattolo che nuovo non è». Ci accoglie così il Maestro, a fine concerto: «La musica non può essere che condivisione, gli artisti passano la maggior parte del tempo chiusi a studiare le partiture e a costruire il loro percorso musicale. Lo spartito è lì, davanti a noi, muto e fermo che aspetta il nostro alito vitale e tutto quello che noi creiamo richiede di essere condiviso. Il rischio è che l’essere umano si abitui a tutto, ad ascoltare un concerto in tv e noi artisti a esprimerci davanti a dei microfoni, in streaming che non sono veri streaming. Si cerca la perfezione, di correggere le sbavature ma così facendo si perde l’attimo, il carpe diem, il qui e ora, il momento unico e irripetibile».
Sembrava di sentirla, la farfalla, in quegli attimi dei suoi battiti d’ali, il suo inaspettato vigore dato dalle tonalità maggiori di Schubert e Strauss, quei battiti che chiedevano di affacciarsi a una nuova vita. Con Ravel e il suo Tzigane, la farfalla ha rotto il bozzolo, è nell’aria e vola impazzita di ossigeno. I battiti diventano «Palpiti» con Paganini, le dita sembrano svolazzare inconsapevoli sulle corde. Ma un violinista lo sa, per quell’esecuzione virtuosistica il talento non basta, per interpretare quel pezzo occorrono anni di studio, di tecnica, di solitudine con lo strumento.
La farfalla ha spiccato il volo, compie le sue acrobazie nei fiori con apparente facilità, si lancia nel divertissement del primo fuori programma, l’«Hora Staccato» di Dinicu, per acquietarsi, stanca ma ebbra di gioia nella sonata di Manuel de Falla. Le sue ali hanno battuto il tempo dei nostri cuori.
Il suo battito ci pulsava nello stomaco. E noi abbiamo pianto. La farfalla ci ha regalato un’emozione, che dura un attimo, quanto la sua esistenza. Ma il mondo non sa, cosa c’è, dietro quel battito.
Valeria Giannone (Rubrica ALLEGRO MA NON TROPPO – Agenda 30 aprile 2021)

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