Gabriele D'Amelj MelodiaAutore: L'angolo della cultura Rubriche

Parole, parole, parole …

In principio fu la parola. Che era Logos, Verbum. E forse davvero quelle parole erano pietre, perché «Le parole sono importanti» solo quando sono pronunciate, in modo appropriato, da labbra che hanno autorevolezza tale da farle giungere alle orecchie e ai cuori di chi le ascolta. A volte sono dirette, frecce inequivocabili di comunicazione, altre volte hanno un sentore di parabola, che poi è l’etimo originario.
«Parole, parole, parole» ricorda un’orecchiabile, fortunata canzone del 1972 cantata dalla coppia d’arte Mina-Lupo, ma anche la famosa triplice risposta di Amleto al suo ciambellano. Quando, nel secondo atto, Polonio chiede al Principe cosa stia leggendo, costui risponde enfatico ed enigmatico «Words, words, words!».
Le parole vivono, si modulano, si evolvono, perché rappresentano la società in cui viviamo e operiamo in rapporto con gli altri. Le parole sono «azioni» che fanno accadere le cose. Per questo vanno manutenute, come scriveva Carofiglio in quel suo bel saggio del 2010. Non c’è parola senza un recepimento, senza un ascolto attento e partecipativo che apra al dia-logo.
«Ogni parola ha l’aroma del contesto, tutte le parole e le forme sono abitate da intenzioni. Scrive Gabo Garcia Marquez «Le parole nascono di chi le inventa per strada, non vengono dalla testa degli accademici. Chi scrive i dizionari le cattura sempre dopo, imbalsamandole in ordine alfabetico». E’ l’affascinante mistero del linguaggio, che resta lo strumento principe per analizzare le radici più profonde del nostro ambiente sociale, psicologico e culturale.
Non tutte le parole sono nobili, ci sono ovviamente anche quelle gonfie di retorica, di odio e di volgarità. Le parole della politica rispondono come minimo al primo requisito. Scriveva l’arguto Gorgia di Lentini nel I secolo a. C.: «Gli incantesimi compiuti con le parole hanno una potenza che blandisce l’anima, persuadendola e trascinandola con il loro fascino». Del resto, in chiave politica, la retorica è sempre più inganno che arte, soprattutto ai giorni nostri, in cui manca il tempo per i ragionamenti e le comunicazioni non sono strutturate secondo argomentazioni logiche ma strillate, annunciate con slogan ad effetto e frasi stereotipate. Infine ci sono le parole al vento e quelle delle chiacchiere, che pure hanno una riconosciuta funzione sociale. Infine c’è la parola scritta, quella che una volta «rimaneva», mentre oggi vola e viene ingoiata anch’essa nel buco nero dell’insignificanza compulsiva della nostra contemporaneità.
Gabriele D’Amelj Melodia

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